Fin dal momento in cui Silere non possum ha messo la parola fine sul tabù che si era creato attorno alla figura di Marko Ivan Rupnik e sui procedimenti canonici a suo carico – una notizia che ha fatto il giro del mondo e ha costretto l’ex gesuita a confrontarsi con le accuse mosse contro di lui – si è acceso anche un dibattito sulle sue opere d’arte. In particolare, nell’ambiente ecclesiale, dove spesso si presta più attenzione a chi pronuncia certe parole, compie certe azioni o manifesta certi pensieri piuttosto che al loro reale contenuto, la questione diventa ancora più controversa.

Seguendo una tendenza ormai diffusa nella Chiesa, molti hanno iniziato a invocare la cancellazione di qualsiasi opera di Rupnik. Non perché queste siano oggettivamente brutte, ma per ciò che egli avrebbe fatto. Così, mentre Rupnik non ha subito alcun processo e continua a muoversi liberamente – senza che nessuno si scandalizzi per la protezione che riceve dal Papa, anzi, con l’avvocata delle vittime che addirittura attribuisce meriti a Papa Francesco (considerazioni false) – il dibattito pubblico si concentra sull’eliminazione delle sue opere. In sostanza, l’eventuale abusatore resta impunito, ma le sue creazioni devono sparire. Una logica inquietante.

Il dibattito sulla separazione tra l’opera e l’artista è uno dei più complessi e controversi della storia. Tuttavia, è fondamentale distinguere tra la persona e la sua produzione artistica, riconoscendo il valore autonomo delle opere. L’idea che un’opera d’arte debba essere giudicata indipendentemente dalla vita dell’artista è sostenuta da molti filosofi ed estetisti. Un riferimento fondamentale è “La mort de l'auteur” di Roland Barthes, che sostiene che l’opera acquisisce un significato proprio una volta pubblicata, indipendentemente dalle intenzioni e dalla biografia dell’autore. In questa prospettiva, il pubblico ha il diritto di interpretare un testo, un'opera, senza essere vincolato alla persona che lo ha creato. Anche Tzvetan Todorov, nel suo saggio “La letteratura in pericolo”, difende l’idea che l’opera debba essere valutata per il suo valore estetico e concettuale, e non per il comportamento dell’autore. Egli critica il rischio di ridurre la letteratura a un semplice strumento di giudizio morale.

Se applicassimo un criterio di censura morale alla letteratura, alla musica o al cinema, rischieremmo di perdere una parte essenziale della cultura. Molti artisti che oggi consideriamo grandi hanno condotto vite moralmente discutibili. Ad esempio, Caravaggio era un assassino, eppure i suoi dipinti sono considerati capolavori della storia dell’arte. Ezra Pound, noto per le sue posizioni politiche vicine al fascismo, ha lasciato poesie di straordinaria bellezza e innovazione stilistica. Roman Polanski, accusato di gravi crimini, ha comunque realizzato alcuni dei film più influenti della storia del cinema. Questo non significa giustificare le loro azioni, ma riconoscere che l’arte può esistere e comunicare qualcosa di universale al di là dell’artista che l’ha creata. L’opera d’arte non è l’autore: essa vive una sua vita autonoma e può avere un valore anche per chi rifiuta il comportamento dell’artista.

Scegliere se consumare o meno un’opera d’arte in base alle azioni del suo autore è una scelta personale, ma imporre una censura totale significherebbe privare la società di un patrimonio culturale. L’arte non è una validazione morale dell’artista, ma un mezzo di espressione che può superare i limiti dell’individuo che l’ha creata. Come ha scritto Oscar Wilde ne “Il critico come artista”, “non esistono libri morali o immorali. I libri sono ben scritti o mal scritti.” Questo principio può essere esteso a ogni forma d’arte: un’opera dovrebbe essere giudicata per la sua qualità, non per la condotta dell’artista. In sostanza, la distinzione tra l’opera e l’artista è essenziale per preservare il valore dell’arte e della cultura. Se dovessimo eliminare tutte le opere di artisti moralmente discutibili, finiremmo per svuotare la storia dell’arte e della letteratura. I fedeli, ma anche chi non crede, ha il diritto di scegliere, ma senza confondere il giudizio etico su una persona con la valutazione della sua opera. 

s.L.A.
Silere non possum