In questi anni Silere non possum ha condotto vere e proprie battaglie contro quella parte problematica del clero che, con sorprendente regolarità, tende a riconoscersi e a riunirsi per affinità. I maldicenti cercano i maldicenti; chi è stato allontanato perché i confratelli hanno ravvisato nel suo modo di agire qualcosa di profondamente nocivo finisce spesso per legarsi ad altri che hanno vissuto vicende analoghe. Lo stesso accade con chi sviluppa un’ossessione per l’omosessualità, ne parla continuamente e arriva ad attribuirla con estrema facilità agli altri: spesso cerca, frequenta e si riconosce proprio in persone che mostrano la medesima fissazione, quasi a rafforzarsi reciprocamente in un meccanismo che evita di rivolgere lo sguardo verso sé stessi. È lì che, molto spesso, emerge la difficoltà di accettare parti di sé che si preferisce non affrontare.
Insomma, sono quei personaggi che attribuiscono sistematicamente agli altri ciò che fanno loro, quasi per evitare di guardare a sé stessi: fanno gossip e accusano gli altri di fare gossip; parlano male di tutti e sostengono che siano sempre gli altri a sparlare; sono stati allontanati dalle loro diocesi e raccontano che, invece, a essere stati allontanati siano stati gli altri. E così via. Vicende tristi e, alla lunga, anche terribilmente ripetitive. Chi vive nella Chiesa da più di qualche anno conosce ormai bene queste dinamiche e riconosce facilmente certi meccanismi, che tendono a ripresentarsi con una regolarità quasi prevedibile.
Il presbiterio, purtroppo, ha anche i suoi problemi. Non è immune, non è sacro, non è indenne.
In questi anni molti sacerdoti, vescovi e cardinali ci hanno detto: «Fate un buon lavoro, difendete i preti davanti a una stampa che spesso non vede l’ora di attaccarli, ma qualche volta bisognerebbe anche avere il coraggio di dire che nel clero esistono soggetti profondamente problematici».
È vero. E proprio per questo occorre conservare la capacità di distinguere. La realtà possiede molte più sfumature di quante ne sopportino certi personaggi, che invece hanno bisogno di dividerla continuamente in due: bianco o nero, amici o nemici, buoni o cattivi.È uno dei tratti che li rende tanto riconoscibili.
Dire che oggi esiste una certa facilità nell’attaccare il clero non significa assolvere qualsiasi comportamento. Puntare l’attenzione su un aspetto dell’operato di un vescovo non equivale a formulare un giudizio complessivo sulla persona, né su tutto ciò che ha fatto o farà. Criticare un evento o una scelta non significa pronunciare condanne sulle persone.
Il compito del giornalista è analizzare, scandagliare, spiegare, portare alla luce ciò che merita di essere compreso. C’è chi, osservando il giornalismo da lontano senza averlo mai praticato, crede che consista nel dare scoop e nel fare a gara a chi la spara più grossa. Altri lo riducono a una sequenza di retroscena, indiscrezioni e false confidenze offerte in “altissimo loco”.
Silere non possum non ha mai inteso il giornalismo in questo modo e non lo ha mai praticato così. Quando ha ritenuto necessario portare alla luce fatti rimasti nascosti, lo ha fatto perché esisteva un interesse superiore: la verità. Mai per il gusto di raccontare qualcosa prima degli altri, tantomeno per esibire quella logica infantile del «noi sappiamo, loro no». Anzi, molto spesso sono stati portati alla luce fatti per liberare persone dal ricatto che subivano da chi diceva: “Attento che io so”. Quando lo sanno tutti, la questione è risolta. Anche per questo le nostre fonti sono sempre state protette e custodite con estrema attenzione.
Silere non possum è nato precisamente per questo: spiegare, analizzare e affrontare anche quei temi che qualcuno preferirebbe lasciare fuori dalla discussione.
E i numeri, evidentemente, ci danno ragione. In questi anni Silere non possum è cresciuto molto, fino a dar vita ad un progetto ben più ampio. I nostri lettori apprezzano questo lavoro e ce lo confermano spesso: in un panorama sempre più affollato da nuovi psico-blog, siti e sfogatoi per personaggi imbarazzanti, ciascuno con le proprie ossessioni e le proprie fissazioni, riconoscono in Silere non possum un equilibrio che oggi è diventato difficile trovare.
Perciò, quando una persona che si sente colpita, direttamente o indirettamente, da ciò che scriviamo o diciamo tenta in ogni modo di screditarci o di «mettere in guardia» gli altri dal nostro lavoro, spesso finisce soltanto per rivelare al proprio interlocutore di avere qualcosa da difendere o qualcosa che teme possa emergere. Evidentemente, in ciò che Silere non possum ha portato alla luce, ha riconosciuto un elemento che lo riguarda abbastanza da sentirsi chiamato in causa.

Chiedono attenzione, mancano di credibilità
Negli ultimi anni l’AI generativa ha riempito il web di illustrazioni dozzinali: volti deformati, personaggi pubblici trasformati in macchiette, ricostruzioni grottesche, immagini concepite per suscitare immediatamente scherno, indignazione o ilarità. Sono diventate una componente ordinaria di molte pagine Facebook, di sitarelli e blog costruiti attorno all’engagement. È curioso trovarle con continuità su pubblicazioni che rivendicano un ruolo giornalistico e, talvolta, lamentano di non essere sufficientemente considerate da istituzioni e lettori seri.
Il problema non è l’intelligenza artificiale in sé. Una ricerca pubblicata da Poynter nel 2025 ha mostrato che il pubblico accetta con maggiore facilità le illustrazioni AI palesemente non fotorealistiche rispetto alle immagini sintetiche che fingono di documentare la realtà. Gli intervistati erano anche più disponibili verso il loro impiego per rappresentare concetti astratti, il passato remoto o il futuro.
Un’immagine generata dall’intelligenza artificiale, dunque, non rende di per sé inattendibile un giornale, o qualcosa che aspira a definirsi tale senza averne davvero i caratteri. Dipende dall’uso che se ne fa, dal contesto e dalla funzione che le viene assegnata. Può servire a illustrare un’analisi, a rappresentare un concetto o ad accompagnare un ragionamento.
Il problema nasce quando l’immagine sintetica entra stabilmente in un linguaggio editoriale nel quale cronaca, sarcasmo, allusioni personali e ostilità verso i protagonisti delle proprie fissazioni diventano indistinguibili. E qui parlare di notizie sarebbe persino improprio. Un giornale si misura con la realtà nella sua ampiezza; certi blog, invece, finiscono per ruotare sempre attorno agli stessi bersagli, agli stessi temi, alle stesse antipatie. In alcuni casi non si tratta nemmeno più di una linea editoriale, ma di vere e proprie ossessioni personali.
È allora che l’immagine racconta qualcosa di chi l’ha scelta. Aristotele spiegava che la persuasione dipende anche dall’ethos, dal carattere che chi parla manifesta attraverso il proprio discorso. Applicato a un blog significa una cosa piuttosto semplice: l’autorevolezza che esso reclama conta meno dell’immagine di sé che costruisce ogni giorno.
L’autorevolezza non si autocertifica
Un blog può anche definirsi una rivista, ma se rappresenta i propri avversari attraverso caricature grossolane, alterna il gossip sulla vita privata di un prete alla frecciata personale contro chi lo ha messo in discussione - vescovi, sacerdoti o laici che siano - e adopera lo stesso lessico delle schermaglie social, quello finisce per essere il suo ethos pubblico. Il blog tende così a riflettere soprattutto i problemi, le fissazioni e le ossessioni di chi lo anima; una testata giornalistica, invece, si misura con una pluralità di temi e non diventa lo sfogatoio personale di chi giornalista non è, ma si diverte a impersonarlo fra un caffè e un grappino.
L’autorevolezza possiede infatti un inconveniente: non può essere assegnata unilateralmente. Pierre Bourdieu lo avrebbe chiamato capitale simbolico. Il prestigio esiste perché viene riconosciuto da chi usufruisce del prodotto e/o da altri soggetti che operano nello stesso campo. Denaro, visibilità e notorietà possono essere accumulati direttamente; il credito professionale richiede invece che qualcuno lo conceda.
Vale anche per il giornalismo. Una piccola testata può diventare una fonte imprescindibile se dimostra nel tempo di possedere documenti, conoscere a fondo gli ambienti di cui scrive, verificare con rigore le informazioni e correggere gli errori quando necessario. Può risultare scomoda, persino antipatica a chi appartiene a quel settore, soprattutto quando mette il dito nella piaga e porta alla luce errori che qualcuno avrebbe preferito non vedere esposti. È fisiologico.
Ma se, nonostante questo, tutti continuano ad attingere a quella fonte perché ne conoscono il lavoro certosino di verifica, perché pubblica documenti, ricostruisce i fatti con precisione e affida le analisi a chi conosce davvero le materie trattate, fino al punto di saperle spiegare e rendere comprensibili, allora quella è autorevolezza. E l’autorevolezza, nel giornalismo, si costruisce così: nel tempo, attraverso il lavoro serio e non con una “narrazione contro”.
Un grande quotidiano può dissipare il proprio patrimonio di fiducia proprio quando comincia a pensare che bastino il nome, la storia e il prestigio accumulato per garantirgli automaticamente attendibilità. È una mentalità ancora molto diffusa in Italia, ma che ha contribuito ad allontanare una parte del pubblico verso altre piattaforme. Troppo spesso anche testate blasonate hanno pubblicato inesattezze, rilanciato notizie false o costruito vere e proprie campagne, talvolta piegando il racconto giornalistico a battaglie personali. Le dimensioni non garantiscono nulla.
Ma proprio chi reclama un riconoscimento che ancora non possiede, con dimensioni che fanno sorridere, dovrebbe avere particolare cura del linguaggio con il quale si presenta. Se un blog utilizza abitualmente immagini artificiali per dileggiare le persone di cui scrive, l’effetto non rimane confinato alla grafica. Un lettore ragionevole comincerà a domandarsi quale distanza esista fra l’autore e il bersaglio dell’articolo. Una fonte valuterà se consegnargli informazioni. Un collega, prima di riprendere le informazioni che pubblica, terrà conto del contesto nel quale è stata pubblicata. Non occorre evocare ostracismi per spiegare questa cautela. Se non sei attendibile, ciò che pubblichi vale zero.
Quando l’immagine precede i fatti
I codici professionali, del resto, insistono da tempo sulla distinzione dei registri. La Society of Professional Journalists chiede ai giornalisti di identificare chiaramente commento e advocacy e di evitare qualsiasi deformazione deliberata dei fatti e del contesto, comprese le informazioni visive; illustrazioni e ricostruzioni devono essere riconoscibili come tali.
La regola riguarda qualcosa di più ampio dell’etichettatura. Un articolo di cronaca può naturalmente avere un pensiero ed un giudizio anche severo. Ma quando l’immagine che lo introduce ha già ridicolizzato il protagonista, il lettore riceve un giudizio prima ancora di incontrare i fatti.
Walter Lippmann dedicò Public Opinion, nel 1922, proprio alla distanza fra il mondo e le rappresentazioni attraverso le quali impariamo a conoscerlo. Parlava delle «pictures in our heads», le immagini mentali con cui gli individui organizzano una realtà troppo vasta per essere conosciuta direttamente. Un secolo dopo, quella intuizione assume una concretezza quasi letterale: chi produce informazione dispone oggi di macchine capaci di fabbricare in pochi secondi la rappresentazione più conveniente del personaggio raccontato. Può renderlo ridicolo. Sinistro. Ottuso. Patetico. Si può tentare di gettare ombre sul proprio nemico anche quando quelle ombre non esistono e sono palesemente inventate.
Quando questa possibilità viene adoperata sistematicamente, la scelta editoriale – chiamiamola così anche se in determinati blog la scelta editoriale è in realtà la pancia - precede l’argomentazione. Non serve più dimostrare perché qualcuno meriti disprezzo: basta mostrarlo già trasformato in caricatura.
Karl Kraus trascorse decenni a osservare con ferocia la stampa viennese proprio perché riteneva che la corruzione del linguaggio giornalistico non fosse un vizio ornamentale. Nelle pagine della Fackel inseguiva cliché, enfasi, automatismi e frasi fatte perché vi riconosceva un modo trasandato di pensare la realtà. Trasportato nell’ecosistema digitale, il problema è sorprendentemente simile. Anche la sciatteria visiva può diventare un’abitudine mentale.
Le immagini sintetiche che infestano i social sono nate soprattutto per ridurre il costo della produzione e aumentare quello della reazione. Poynter ha documentato la diffusione di questo materiale costruito per ottenere interazioni, dalle figure sacre e religiose assurde alle scene sentimentali o grottesche che circolano soprattutto su Facebook e blog. Per una pagina di intrattenimento funziona. Per un blog che si vuole addirittura definire “rivista” comporta una scelta sul proprio posizionamento.

Perché le redazioni serie usano cautela
Le grandi organizzazioni editoriali ne sono pienamente consapevoli. L’Associated Press, aggiornando le proprie regole il 23 luglio 2026, ha ampliato alcuni utilizzi consentiti dell’AI - ricerca preliminare, trascrizione, traduzione, suggerimenti per titoli - ma ha ribadito che verifica, responsabilità e giudizio editoriale restano affidati ai giornalisti. Continua inoltre a vietare l’impiego dell’AI generativa per creare, alterare o migliorare la fotografia di news. La prudenza ha anche una ragione reputazionale. Il Reuters Institute ha rilevato nel suo Generative AI and News Report 2025 che solo il 12 per cento degli intervistati in sei Paesi si dichiarava a proprio agio con notizie interamente prodotte dall’AI, contro il 62 per cento per quelle realizzate interamente da esseri umani. Molti prevedevano che l’AI avrebbe reso l’informazione più economica e veloce, ma contemporaneamente meno trasparente e meno affidabile. Pensiamo, ad esempio, a quanto sta accadendo nel racconto della guerra in Ucraina, dove alcune testate hanno rilanciato come autentiche immagini che erano invece state generate con l’intelligenza artificiale. È anche per questo che l’uso di questi strumenti richiede estrema cautela: quando un’immagine sintetica viene inserita dentro un contesto giornalistico, il lettore può facilmente attribuirle un valore documentale che in realtà non possiede.
Il punto, tuttavia, rimane precedente alla tecnologia. Una pubblicazione può scegliere di costruire la propria fortuna attorno all’insulto rivolto alla propria ossessione - e spesso basta scorrere il numero degli articoli dedicati sempre agli stessi bersagli per capire di che cosa si tratta. È una scelta legittima, ma produce inevitabilmente delle conseguenze.
Diventa molto meno convincente, però, quando quella stessa pubblicazione scalpita perché il mondo le riconosca il rango di fonte attendibile, autorevole e persino meritevole di essere finanziata. Finché il lettore cerca due risate, può anche tornare: qualche volta riderà del bersaglio, altre volte riderà direttamente di chi scrive. È normale, i social hanno abituato a questo. Ma pretendere che arrivi anche a pagare per leggere invettive, rancori e fissazioni personali significa sopravvalutare parecchio la sua ingenuità. Voler essere trattati come una fonte e comportarsi come un account impegnato quotidianamente in schermaglie personali produce una tensione difficilmente risolvibile con le proteste. Se l’immagine AI dell’avversario ridicolizzato, la frecciata e l’informazione finiscono regolarmente nello stesso contenitore, gli altri finiranno per giudicare quel contenitore per ciò che vedono.
R. E.
Silere non possum



