Un commento lasciato sotto un post pubblicato su Facebook, alcune espressioni offensive e una querela per diffamazione annunciata attraverso un video diventato in poche ore virale. La vicenda che vede protagonisti fra Fabio Miglioranza, frate minore cappuccino e amministratore parrocchiale dell’Unità pastorale di Sarcedo, nel Vicentino, e l’eurodeputata di Fratelli d’Italia Elena Donazzan racconta molto più di un semplice battibecco tra un religioso e un’esponente politica.
Dagli attacchi sui social alla querela
Lo scontro affonda le proprie radici nel maggio scorso. Donazzan aveva definito «un vero sacrificio» la posizione israeliana nei confronti della mobilitazione della Flotilla e aveva bollato come «propaganda ideologica» un progetto delle scuole elementari di Marostica dedicato all’accoglienza dei minori giunti attraverso la rotta balcanica. Sotto quei post, fra Fabio era intervenuto con toni sempre più accesi, fino a descrivere l’eurodeputata come un «personaggio squallido e miserabile» e ad accostare alcuni esponenti politici ai «testimoni di Satana», anziché ai discepoli di Cristo. L’11 giugno Donazzan ha reso pubblica, attraverso un video diffuso sui propri canali social, la decisione di procedere per vie legali. «Caro don Fabio, io ti perdono. E ti denuncio», ha dichiarato mostrando gli screenshot dei commenti pubblicati dal religioso.

Il problema oltre Gaza
Al di là delle diverse posizioni politiche su quanto sta accadendo a Gaza, questa vicenda porta alla luce un problema assai più profondo: lo scandalo offerto sui social da numerosi religiosi e presbiteri, mentre i rispettivi ordini e i vescovi assistono in completo silenzio.
Anche nel caso di Miglioranza, diocesi e ordine religioso hanno scelto la consueta strategia: trincerarsi dietro l’assenza di qualsiasi risposta. La curia di Vicenza non ha voluto rilasciare dichiarazioni ai giornalisti. Dall’Ordine dei frati minori cappuccini, come ampiamente prevedibile, non è arrivata neppure una parola.
È evidente che, in una vicenda tanto esposta politicamente, qualsiasi dichiarazione rischierebbe di essere piegata e utilizzata secondo convenienza. Una simile possibilità, tuttavia, non giustifica il silenzio. In discussione non vi è soltanto il merito della questione politica, ma il linguaggio utilizzato e il modo in cui un religioso ha scelto di intervenire nel dibattito pubblico.
Si può dissentire radicalmente da Elena Donazzan - e chi scrive non ne condivide affatto le posizioni - senza definirla «squallida» e «miserabile» e senza evocare Satana per colpire gli avversari politici. Questi toni restano inaccettabili, indipendentemente dal bersaglio e dallo schieramento al quale appartiene.
La Chiesa che predica sui social e offre il peggio di sé
Da anni la Chiesa moltiplica documenti, convegni e dichiarazioni sull’uso consapevole dei social network, sulla responsabilità della parola e sulla necessità di abitare correttamente il web. Quando si passa dalla teoria alla condotta concreta dei suoi ministri, però, si dimostra spesso la peggiore testimone dei principi che pretende di insegnare agli altri.
Religiosi e sacerdoti finiscono sempre più frequentemente coinvolti in procedimenti per diffamazione e offrono pubblicamente una controtestimonianza devastante, mentre superiori e vescovi preferiscono voltarsi dall’altra parte. Il caso di don Alberto Ravagnani costituisce soltanto uno degli esempi più evidenti. Basta scorrere i commenti pubblicati sotto i suoi post per comprendere fino a che punto la malattia si sia ormai diffusa dentro la Chiesa. Aggressività, disprezzo, fanatismo e violenza verbale trovano spazio proprio sotto i contenuti di chi dovrebbe educare alla responsabilità, alla verità e alla carità della parola.
Il problema non riguarda soltanto ciò che sacerdoti e religiosi pubblicano direttamente, ma anche le comunità digitali che costruiscono, alimentano e lasciano proliferare senza alcuna vigilanza. Attorno a certe figure clericali si formano platee che trasformano ogni dissenso in un’aggressione personale, ogni critica in un’offesa e ogni interlocutore in un nemico da colpire. Il sacerdote diventa un personaggio social, il seguito si trasforma in una tifoseria e il linguaggio ecclesiale viene ridotto a uno strumento di delegittimazione dell’avversario.
La responsabilità dei superiori
Il silenzio dell’ordine religioso e della diocesi merita un approfondimento persino maggiore delle parole scambiate tra il frate e l’esponente politica. Un sacerdote conserva, come ogni fedele, il diritto di manifestare pubblicamente la propria opinione sulle questioni che riguardano il bene della Chiesa e della società. Tale diritto non autorizza l’insulto. Definire un’interlocutrice «squallida» o «miserabile» ed evocare Satana per bollare avversari politici significa abbandonare il terreno della critica legittima. In questi casi la forma assume un peso rilevante quanto il contenuto. Il canone 220 tutela la buona fama di ogni persona. La norma vale per il sacerdote, per il politico e per chiunque altro. La reputazione costituisce un bene giuridicamente protetto a prescindere dal ruolo pubblico, dall’appartenenza politica o dalla maggiore o minore simpatia suscitata dal soggetto coinvolto.
Il caso di Sarcedo, del resto, non costituisce un episodio isolato. La giurisprudenza italiana considera ormai stabilmente un commento pubblicato su un profilo social come una comunicazione potenzialmente rivolta a un numero indeterminato di persone. La diffusività del mezzo può quindi integrare la fattispecie della diffamazione aggravata prevista dall’articolo 595, terzo comma, del Codice penale. Chi scrive sui social, soprattutto quando dispone di un seguito ampio o interviene da un profilo pubblico, non sta parlando al bar né in una conversazione privata. Sta affidando parole permanenti a uno spazio pubblico, nel quale ogni frase può essere salvata, riprodotta e diffusa senza limiti.
Il fallimento della formazione sacerdotale
Il moltiplicarsi di episodi che coinvolgono membri del clero espone una lacuna evidente nella formazione sacerdotale. Nei seminari si insegnano teologia, liturgia, filosofia e diritto canonico, ma raramente si dedica uno spazio serio all’educazione digitale e alla comunicazione pubblica.
I rettori dei seminari sono abituati a dire semplicemente ai giovani di non usare troppo il cellulare.
Il futuro presbitero viene preparato a predicare dall’ambone, ma spesso nessuno gli insegna a comprendere il peso di una frase pubblicata su Facebook, Instagram o X. Nessuno gli spiega adeguatamente che il profilo personale di un sacerdote non viene percepito come uno spazio puramente privato, perché il ministero e la rappresentanza ecclesiale lo accompagnano anche online.
Ogni parola pronunciata sul web resta pubblica, tracciabile e replicabile all’infinito. Eppure, troppi sacerdoti utilizzano i social come uno sfogatoio personale, un’arena politica o uno strumento per costruire consenso attorno alla propria figura. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: polarizzazione, culto della personalità, aggressioni verbali e procedimenti giudiziari.
Il dovere di vigilanza dei vescovi
Se la responsabilità primaria di questo squilibrio ricade sulla formazione, quella della vigilanza grava sui vescovi e sui superiori religiosi. A questo punto la questione si sposta dal piano pastorale a quello propriamente canonico.
Il canone 392 impegna il vescovo diocesano a vigilare affinché non si insinuino abusi nella disciplina ecclesiastica. I canoni 383 e 384 gli affidano inoltre una sollecitudine specifica nei confronti dei presbiteri della propria diocesi. Un vescovo informato della condotta pubblica di un sacerdote non può comportarsi come uno spettatore estraneo alla vicenda.
La responsabilità ecclesiastica non nasce automaticamente per ogni frase pubblicata da un sacerdote, ma il sistematico rifiuto di vigilare, richiamare e intervenire non può essere liquidato come semplice prudenza istituzionale. La disciplina canonica mette a disposizione diversi strumenti: dal richiamo fraterno agli interventi formali, fino all’apertura di un procedimento penale nei casi più gravi. Fingere che questi strumenti non esistano significa rinunciare al governo ecclesiale proprio quando esso dovrebbe essere esercitato.

Vescovi attentissimi alla vita privata e assenti davanti ai reati
In Italia vi sono vescovi costantemente impegnati a controllare la vita dei sacerdoti, le loro frequentazioni, le amicizie, gli spostamenti e persino gli aspetti più insignificanti della quotidianità. Quando, però, un prete commette una condotta penalmente rilevante a danno di terzi, la loro improvvisa distrazione diventa clamorosa. La diffamazione, nell’ordinamento italiano, è un reato. Eppure molti vescovi mostrano una sorprendente indifferenza quando a subirla è una persona estranea all’apparato ecclesiastico o, peggio ancora, qualcuno che essi stessi considerano un avversario. La vigilanza diventa inflessibile quando serve a difendere il proprio potere o a colpire un sacerdote sgradito; svanisce, invece, quando occorre rispondere delle condotte pubbliche di un proprio chierico o quando quel chierico viene temuto perché è una mina vagante e custodisce dossier compromettenti persino sul vescovo.
La sola prospettiva capace di scuotere certi episcopati dal torpore sembra essere quella patrimoniale. Chiamare diocesi e superiori a rispondere in solido nelle cause di risarcimento del danno produce risultati assai più rapidi di lettere, segnalazioni e richieste di intervento. Quando viene messa mano al portafoglio, la prudenza scompare e il risveglio diventa immediato. Esistono, inoltre, situazioni nelle quali l’inerzia non appare più soltanto come omissione. In alcuni casi assume i tratti di una vera complicità istituzionale: il superiore conosce, tace, protegge e lascia che la persona colpita affronti da sola le conseguenze della condotta del sacerdote.
Il silenzio dell’ordine dei cappuccini
Nessuno pretende che una curia anticipi pubblicamente eventuali provvedimenti o trasformi la gestione disciplinare in uno spettacolo mediatico. Tutelare la riservatezza di un procedimento, però, è una cosa; consentire a un religioso di continuare indisturbato a fare ciò che vuole, trasformando la propria bacheca Facebook in un letamaio di insulti a sfondo politico, è tutt’altra. L’ordine religioso e la stessa diocesi di Vicenza avrebbero dovuto condannare il linguaggio utilizzato senza entrare nel merito delle posizioni politiche di Donazzan, di Israele, di Gaza o della Flotilla. Avrebbe dovuto ricordare che un presbitero deve rispettare la dignità delle persone anche nel dissenso più radicale. Ha preferito tacere. Quel silenzio comunica comunque qualcosa: trasmette l’idea che, davanti a certe condotte, la Chiesa istituzionale scelga ancora una volta di proteggere sé stessa.
Quando anche i vescovi perdono il controllo
La mancata vigilanza non riguarda soltanto il basso clero. Silere non possum ha già raccontato il caso del vescovo Giovanni Ricchiuti, un pastore che dedica ore notturne a commentare post sui social con parole sprezzanti, rivolte persino a confratelli nell’episcopato. Se sono gli stessi vescovi a utilizzare un linguaggio simile, non sorprende che i sacerdoti affidati alla loro responsabilità facciano altrettanto. Il problema, infatti, è strutturale. Con quale autorevolezza un vescovo può richiamare un presbitero alla moderazione, alla prudenza e al rispetto della buona fama quando è il primo a partecipare alle risse digitali, ad attaccare, delegittimare e utilizzare un linguaggio incompatibile con il proprio ministero?

Le scuse finali e il paradosso della misericordia
Nel frattempo, il frate cappuccino ha presentato una lettera di scuse nella quale riconosce di avere sbagliato. Più che il frutto di un sincero pentimento, il documento appare il risultato di una precisa strategia difensiva, verosimilmente suggerita dal suo legale. In questo modo, infatti, il religioso potrà tentare di avvalersi degli strumenti introdotti dalla riforma Cartabia per i reati perseguibili a querela: la riparazione del danno e il riconoscimento dell’errore possono, alle condizioni previste dall’ordinamento, consentirgli di evitare una condanna penale.
Anche in Italia, dunque, trovano applicazione il perdono, la riparazione e quella misericordia che il Vangelo pone al centro della vita cristiana. Il paradosso resta evidente: lo Stato offre al religioso una possibilità di riconoscere l’errore e riparare il danno, mentre la Chiesa istituzionale, attraverso alcuni dei suoi ministri e superiori, continua troppo spesso a tacere, proteggere e sottrarsi alle proprie responsabilità.
Per fortuna, simili condotte non rappresentano l’intero clero. Restano casi circoscritti, ma il loro ripetersi e il silenzio che sistematicamente li accompagna impediscono ormai di liquidarli come semplici incidenti individuali.
d.L.V.
Silere non possum



