Evagrio Pontico, morto nel 399, chiama l’accidia nel Praktikos «il demone del mezzogiorno». Giunge verso la quarta ora e assedia il monaco fino all’ottava. Gli fa parere immobile il sole, lo induce a scrutare di continuo dalla finestra, gli infonde un tedio crescente per la cella, per il lavoro delle mani, per i fratelli, che d’un tratto gli appaiono mediocri. Nasce allora il pensiero che altrove vivrebbe meglio.
Giovanni Cassiano, che aveva frequentato gli anacoreti d’Egitto e ne avrebbe trasmesso l’insegnamento all’Occidente latino, descrive lo stesso male con una precisione che a leggerla oggi mette a disagio. Il monaco colpito dall’accidia comincia a magnificare i monasteri lontani: là i confratelli sono più fervorosi, la conversazione spirituale più alta, persino le mura più accoglienti. Nella propria cella, si convince, è sprecato: quanto bene potrebbe operare, se soltanto si trovasse da un’altra parte. Poi sopraggiungono ragioni pie: bisognerebbe visitare un infermo, consolare un afflitto, rendersi utile fuori. Cassiano annota con una punta d’ironia che l’accidia sa fornire eccellenti motivi religiosi per andarsene.
Il meccanismo è già interamente formulato in quelle pagine del V secolo. La realtà che abbiamo davanti cessa di sembrarci capace di custodire qualcosa che ancora non conosciamo. Da quell’istante l’altrove acquista un fascino irresistibile.
Innamorati e abituati
Nel discorso alla Curia romana del 21 dicembre 2023 Papa Francesco osservò che, a sessant’anni dal Concilio, nella Chiesa si ragiona ancora troppo spesso secondo la contrapposizione fra progressisti e conservatori. Poi spostò il punto: «La vera differenza centrale è tra “innamorati” e “abituati”». E aggiunse: «Solo chi ama può camminare».
In Curia, a mezzogiorno, il lavoro si interrompe per l’Angelus. Ogni giorno si pronunciano parole immense: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Ripetute abbastanza a lungo, anche quelle parole possono entrare nella scansione ordinaria della giornata. Si conoscono l’ora, la formula, il gesto. Finita la preghiera si torna negli uffici, dove riprendono le rivalità, i risentimenti, la contesa per un incarico o per l’attenzione di un superiore. La professione di fede resta integra; ciò che si è appena proclamato ha perduto la forza di mutare lo sguardo su chi lavora nella stanza accanto.
Lo stesso può accadere con il rosario, con l’Eucaristia quotidiana, con l’osservanza più scrupolosa delle rubriche. Il gesto religioso conserva la propria forma e intanto smarrisce, per chi lo compie, la capacità di rimandare a una Presenza. L’abituato conosce già la successione delle cose: quali parole verranno, quali risposte dovrà dare. L’attesa si restringe fino a spegnersi. L’innamorato può recitare le medesime parole da decenni e continuare a scoprire che l’amato eccede quanto egli ne sa.
Occorre però distinguere. La tradizione cristiana conosce bene l’aridità, la fatica dell’orazione, le stagioni prive di ogni consolazione. Il Catechismo descrive l’aridità come il momento in cui il cuore resta «senza gusto» per pensieri e sentimenti anche spirituali, e riconosce che proprio allora può essere chiamato alla «fede pura». L’assenza di gratificazione interiore non misura la qualità della fede.
Un male diverso si insinua quando il tedio nasce dalla persuasione di avere già esaurito ciò che abbiamo davanti. Conosco questa Messa. So già che cosa dirà quel vescovo. Conosco quella persona, so come reagirà il mio superiore, so che cosa può offrirmi questa comunità. Ho già compreso la mia vocazione. Ho già compreso anche Dio.
Una vita religiosa può allora restare colma fino all’orlo: celebrazioni, riunioni, pellegrinaggi, letture, incarichi. Il calendario non ha spazi vuoti, e proprio per questo diventa arduo avvertire che qualcosa si è fermato. Ogni cosa trova subito posto entro categorie già predisposte; quasi nulla conserva la forza di interrompere il ragionamento e di costringerci a guardare di nuovo.
L’uomo che faceva sempre il giro
Henrik Ibsen edificò attorno a un meccanismo affine una delle figure più inquietanti del teatro europeo. Peer Gynt, composto tra Roma e la Campania nel 1867, segue il protagonista dalla giovinezza alla vecchiaia in una vita spesa a cercare altrove ciò che non riesce ad affrontare nel punto in cui si trova. Ogni nuovo luogo, ogni nuovo mestiere, ogni nuova identità sembra promettergli finalmente un’esistenza all’altezza dell’immagine che ha di sé.
Nella montagna dei troll il vecchio di Dovre gli spiega la differenza fra gli uomini e la sua gente. Gli uomini dicono: «Sii te stesso». Fra i troll vale un altro precetto: «Ti basti essere come sei!». Peer coglie poco della distinzione, e tuttavia la sua vita si svolgerà tutta dentro quell’ambiguità. Essere sé stessi può significare assumere la propria esistenza, scegliere, accettare che una scelta escluda le altre. Oppure può ridursi alla giustificazione perpetua del desiderio: sono fatto così, oggi mi trovo qui, domani sarò altrove.
Poco dopo, nel buio, Peer si imbatte in qualcosa che non riesce neppure a vedere. Domanda chi sia. La voce risponde: «Io stesso». È il Gran Curvo. Peer gli ordina di scostarsi; l’altro replica: «Fa’ il giro, Peer! Il bosco è grande». Peer tenta di andare diritto, colpisce, cambia direzione, e l’ostacolo è sempre lì. Quel comando gli resterà dentro per tutta la vita. Quando, anni più tardi, gli si aprirà la «strada diritta» del rimorso che potrebbe ricondurlo a Solvejg, ne calcolerà subito il prezzo: anni di miseria, il dovere di attraversare ciò che ha guastato. E sceglierà ancora una volta di fare il giro.
È difficile trovare un’immagine più azzeccata per certe forme della vita spirituale. Vi sono persone che abbandonano di continuo luoghi e relazioni. Ve ne sono altre che rimangono quarant’anni nella stessa parrocchia, nello stesso chiostro, nello stesso ministero, e riescono ugualmente a girare attorno a tutto ciò che potrebbe interpellarle: una responsabilità, un conflitto, una parola del Vangelo imparata così bene da impedirle di dire qualcosa di imprevisto. Anche una devozione può divenire il percorso più lungo per evitare il punto in cui la propria vita chiede una decisione.
La cella ti insegnerà tutto
Cassiano racconta che nel deserto fu assalito con violenza dall’accidia e corse da Abba Paolo per liberarsene. Quando riferì l’accaduto ad Abba Mosè, ricevette una risposta assai diversa da quella che sperava: fuggendo dalla cella non aveva vinto l’accidia, si era consegnato ad essa. Il nemico avrebbe appreso che bastava assalirlo per farlo scappare. La volta seguente avrebbe dovuto resistere restando.
Agli Apophthegmata Patrum appartiene un detto attribuito allo stesso Abba Mosè: a un fratello giunto a Scete per chiedergli una parola rispose di andare a sedersi nella propria cella, perché la cella gli avrebbe insegnato tutto. Quella sentenza non contiene alcun elogio dell’immobilità. Sarebbe insensato invocarla per trattenere qualcuno in una situazione abusante o distruttiva; il discernimento cristiano può esigere di partire, di rompere un legame, di lasciare un incarico. I Padri descrivono un fenomeno più sottile: la nostra attitudine ad attribuire al luogo la responsabilità di ciò che ci portiamo dentro.
Il monastero lontano ha sempre fratelli migliori. È la perfezione dell’altrove a tradire l’inganno. Nel luogo immaginato non abitano ancora persone concrete che ci irritano, né giornate ripetitive, né delusioni; non abbiamo avuto il tempo di annoiarci, e possiamo dunque proiettarvi la versione ideale di noi stessi.
Peer Gynt realizza materialmente questa fantasia. Quando torna, ormai vecchio, Ibsen gli mette in mano una cipolla. Peer la sbuccia e assegna a ogni strato una delle sue identità: il naufrago, il cercatore d’oro, il profeta, l’uomo dei piaceri. Continua a togliere strati perché cerca il nocciolo, e scopre che «fino al centro» vi sono soltanto strati. Ha vissuto moltissimo; gli manca ciò che cercava. Poco dopo il Fonditore di bottoni, incaricato dal «Maestro» di occuparsi della sua anima, gli rivolge una sentenza terribile: «Mai fino ad ora sei stato te stesso». Peer Gynt si è dimostrato «renitente a seguire il proprio destino». Delle molte azioni discutibili e di alcune apertamente malvagie Ibsen quasi non fa conto; il giudizio si concentra su un’esistenza che ha rifiutato di assumere una forma, perché ogni volta c’era una strada laterale.
Quando sappiamo già che cosa farà Dio
L’accidia dei Padri e la fuga di Peer si toccano in questo punto. Il monaco non ha perduto la fede: conosce le Scritture, la preghiera, la regola. Proprio quella conoscenza può divenire la materia con cui edifica la propria prigione. La crisi spirituale comincia molto prima dell’incredulità. Comincia quando la risposta precede la realtà.
Ci si abitua anche alle cose sante. Si può sostare a lungo dinanzi al Mistero fino a credere, per una presunzione sottile, di conoscerne già il volto. Il monaco tentato desidera un’altra cella, Peer un’altra vita; il cristiano assuefatto può non muoversi affatto e, dallo stesso banco, dallo stesso presbiterio, aver già reso innocuo tutto ciò che potrebbe ferirlo, convertirlo, chiamarlo.
Lo stupore che la vita spirituale reclama ha poco a che vedere con la caccia a esperienze inedite ed emotivamente travolgenti. Cassiano, altrimenti, avrebbe assolto il monaco in fuga; lo rimanda invece al luogo da cui vorrebbe scappare, perché là deve imparare a discernere ciò che lo inquieta. Quello stupore ha la sua radice nell’attenzione: nella capacità di indugiare davanti a una parola, a una liturgia, a un volto, finché ciò che credevamo di conoscere si mostri più vasto del giudizio che ne avevamo dato.
Ricordo una sera in cui passeggiavo con un mio caro maestro. Il cielo era terso e a un certo punto alzammo gli occhi alle stelle. Io dissi soltanto che erano belle. Lui aveva studiato astronomia e cominciò a indicarmi ciò che, fino a un istante prima, per me era soltanto un cielo stellato: come riconoscere alcune costellazioni, quanti anni, talvolta secoli, la luce di certi astri aveva impiegato per raggiungerci, quali punti apparentemente vicini fossero separati da distanze difficili persino da concepire, quali differenze di luminosità e di colore i miei occhi avessero sempre registrato senza che io le vedessi davvero.
Il cielo non era mutato. Era mutato il mio sguardo. Qualcuno mi aveva insegnato a sostare davanti a ciò che vedevo abbastanza a lungo da avvertire che la realtà conteneva molto più di quanto il mio primo giudizio sapesse raccogliere. Così una liturgia ripetuta ogni giorno può degradare in automatismo, oppure acquistare una profondità invisibile il primo giorno. La cella dei Padri serve anche a questo: toglie, giorno dopo giorno, la possibilità di affidare alla novità il compito di salvarci dalla nostra incapacità di attenzione.
Peer compie il viaggio inverso: cerca sempre nuovi orizzonti e porta ovunque il medesimo sguardo. Al termine del suo lunghissimo errare torna da Solvejg e le pone la domanda che tutta l’opera aveva differito: dove era stato, in tutti quegli anni, il suo «io vero, intero», Peer Gynt «col segno di Dio impresso in fronte»? Solvejg risponde: «Nella mia fede, nella mia speranza e nel mio amore».
Dopo aver attraversato mezzo mondo alla ricerca di sé stesso, Peer trova la domanda ancora ad attenderlo nel luogo da cui era partito.



