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Il piccolo circuito di premi, amicizie e relazioni che gira attorno al Vaticano
Chiesa cattolica05 settembre 2026

Il piccolo circuito di premi, amicizie e relazioni che gira attorno al Vaticano

Francesco Antonio Grana e Cristian Lanni si ritrovano al Premio Cardinale Michele Giordano: una storia che racconta come, negli ambienti ecclesiastici italiani, conoscenze, riconoscimenti e frequentazioni possano trasformarsi in credibilità e influenza

Città del Vaticano - C’è un sottobosco che cresce da anni attorno al Vaticano e più in generale alla Chiesa cattolica italiana. È popolato da giovani e meno giovani che hanno capito molto presto quanto possa essere conveniente frequentare cardinali, vescovi, monsignori, uffici di Curia e giornalisti di settore: relazioni, visibilità, accesso agli ambienti ecclesiastici e, in alcuni casi, anche vantaggi economici.

Si presentano, si accreditano, si fanno fotografare, organizzano eventi, pubblicano libri, distribuiscono riconoscimenti. Poi, con il passare del tempo, gli stessi nomi ricompaiono ovunque.

Silere non possum ha raccontato più volte questo fenomeno perché dietro il folclore clericale ci sono conseguenze molto meno innocue. Le conoscenze diventano credenziali, le fotografie diventano strumenti per presentarsi come persone introdotte, la benevolenza di un prelato viene utilizzata davanti al successivo e, quando qualcuno chiude una porta, cominciano spesso telefonate, messaggi, pressioni e campagne personali.

Uno dei nomi che abbiamo incontrato più volte è quello di Francesco Antonio Grana, giornalista che negli anni ha costruito una fitta rete di rapporti negli ambienti ecclesiastici.

Grana è il classico “ragazzetto” che è stato “allevato” dal cardinale Michele Giordano che lo ha introdotto in diversi ambienti “preteschi”. Giordano scrisse prefazioni per suoi libri e nel 2009 l’arcidiocesi di Napoli presentava un suo volume su Benedetto XVI accompagnato proprio da un testo dell’allora arcivescovo emerito. Dopo la morte del cardinale, avvenuta nel 2010, nacque anche il premio che porta il suo nome: Grana ne è da anni il segretario e siede di diritto nella commissione che decide i riconoscimenti. Il premio letterario dedicato a Giordano risale al 2012. Si tratta di una di quelle realtà create appositamente per posizionare alcuni personaggi e che vengono gestite attraverso amicizie e parentele.

Attorno a Grana, tuttavia, Silere non possum ha già raccontato vicende ben diverse dalle presentazioni librarie e dalle fotografie con i porporati. La nostra testata ha raccolto negli anni testimonianze e documentazione sui messaggi inviati a sacerdoti e giovani conosciuti negli ambienti ecclesiastici e ha riferito anche di una vicenda particolarmente grave che coinvolse un giovane prete e arrivò fino a Papa Francesco.

Secondo quanto ricostruito allora dalla nostra redazione, dopo il rifiuto ricevuto dal sacerdote Grana fece arrivare a Francesco una versione rovesciata dell’accaduto, presentandosi come destinatario delle avances di quel giovane viceparroco. Bergoglio gli credette e reagì contro il prete. È una vicenda sulla quale Silere non possum ha già scritto e sulla quale sarebbe bene, prima o poi, che qualcuno negli ambienti ecclesiastici spiegasse perché sia stato possibile utilizzare l’accesso al Pontefice per regolare una questione personale senza una verifica seria delle circostanze. Una vicenda peraltro del tutto inverosimile, basta guardare i soggetti coinvolti per capire come sono andate le cose.

Il problema, infatti, ricorre con una frequenza impressionante: persone che riescono a entrare nei circuiti ecclesiastici trasformano la prossimità alle autorità in una forma di potere. Anche l’ingresso nella Sala Stampa della Santa Sede diventa, per qualcuno, qualcosa da esibire. Grana porta sacerdoti e giovani all’interno di questi ambienti come se la possibilità di accedervi certificasse uno status. Tutto avviene sotto gli occhi di una struttura che da anni sembra avere perso qualsiasi interesse per il modo in cui certi accrediti e certe frequentazioni vengono poi utilizzati fuori da via della Conciliazione. Del resto, Matteo Bruni ha ben altro a cui pensare.

Ora il nome di Grana torna accanto a quello di Cristian Lanni.

Anche di Lanni Silere non possum si è già occupato diffusamente. La sua storia passa per Cassino, Montecassino e successivamente Milano, dove ha trovato ambienti ecclesiastici disposti ad accoglierlo e accreditarlo.

In uno degli articoli dedicati all’abate Donato Ogliari avevamo ricostruito anche una delle pagine più gravi di questa vicenda. A Montecassino, Ogliari aveva dato spazio e copertura a un gruppo di giovani, tra cui Cristian Lanni, che contribuì ad alimentare una vera e propria cordata contro il vescovo Gerardo Antonazzo e contro la diocesi confinante. Fu in quel contesto che Lanni fabbricò una lettera su carta intestata della Segreteria di Stato, falsamente attribuita a monsignor Paolo Borgia e indirizzata a lui stesso, facendola poi circolare tra alcuni sacerdoti per accreditare l’idea che il Papa gli fosse grato e desiderasse incontrarlo.

La vicenda si inseriva in un quadro ancora più grave: Lanni e un altro personaggio avevano contribuito a diffondere accuse di abusi contro Antonazzo, accuse che, come avevamo documentato, presentavano profonde incongruenze e non trovarono riscontro negli accertamenti svolti. La stessa Segreteria di Stato verificò inoltre che la lettera attribuita a Borgia era falsa; intervenne la Gendarmeria vaticana e Lanni inviò successivamente una lettera di scuse al vescovo Antonazzo.

La diocesi di Sora - Cassino - Aquino – Pontecorvo, peraltro, era la stessa nella quale Lanni aveva ricoperto anche un incarico negli organismi pastorali: nel 2015 risultava rappresentante della zona pastorale di Cervaro nel consiglio pastorale diocesano. Dopo anni è finito a Milano dove Monsignor Giuseppe Scotti e l’Abate Stefano Zanolini addirittura presentano suoi libri su temi che nulla centrano con i suoi studi. Ancora una volta, le relazioni, i contatti e i collegamenti, nella Chiesa contano più di qualunque altra cosa.  

E questa vicenda ricorda molte altre storie già viste: giovani che crescono all’ombra delle tonache, trasformano relazioni ecclesiastiche in una forma di protezione permanente, alimentano il chiacchiericcio e riversano veleno contro sacerdoti, cardinali e vescovi che, a un certo punto, hanno smesso di assecondarli.

Il problema, però, riguarda anche quegli ecclesiastici convinti di poter recuperare chiunque con una telefonata, un incarico o qualche attenzione in più. È la stessa sindrome che abbiamo già visto all’opera con il monsignore americano di Santa Maria Maggiore e con il vicario generale della diocesi di Brescia, quando perfino le forze dell’ordine avevano segnalato i problemi creati da Giovanni Castiglia. Una sorta di sindrome della crocerossina: «Tranquilli, ci penso io. Lo recupero io».

È precisamente qui che una parte della Chiesa continua a sbagliare. I casi sono moltissimi, questi sono solo alcuni dei più gravi. Ci sono situazioni che non si risolvono con qualche Ave Maria, con una nuova protezione clericale o fingendo che basti offrire un’altra possibilità. Quando emergono problemi seri, devono intervenire professionisti competenti. Se ci si limita a spostare le persone da Cassino a Roma e poi da Roma a Milano, da un ambiente ecclesiastico all’altro, offrendo ogni volta nuove protezioni e nuove relazioni, il problema non viene risolto: viene semplicemente trasferito. È una dinamica che la Chiesa conosce fin troppo bene. Negli anni Duemila la logica dello spostamento è stata applicata a vicende di ben altra gravità, e sappiamo quali danni abbia prodotto quando si è preferito allontanare il problema invece di affrontarlo.

E neppure serve liquidare chi lo denuncia come il solito «cattivone». È un espediente comodo per evitare di affrontare il merito delle questioni. Il problema resta dov’è, spesso aggravato proprio da chi, per buonismo o presunzione, ha preferito convincersi di poterlo risolvere da solo.

Oggi ritroviamo Cristian Lanni e Francesco Antonio Grana insieme, chi lo avrebbe mai detto. La XIV edizione del Premio Cardinale Michele Giordano, in programma il 28 settembre nella Basilica dell’Incoronata Madre del Buon Consiglio a Napoli, assegnerà infatti una menzione speciale al libro che Cristian Lanni ha scritto su una materia che nulla centra con i suoi studi.

La decisione, ovviamente, è stata presa dalla commissione nella quale Francesco Antonio Grana siede come segretario e membro di diritto. Qualche sacerdote ha mostrato a Silere non possum alcuni screenshot di chat nelle quali, infatti, Grana afferma di conoscere Cristian Lanni.

A presiedere questo premio, probabilmente ignaro di questi giochetti, è il cardinale Domenico Battaglia, arcivescovo di Napoli. Sulla locandina della cerimonia il suo stemma compare accanto a quello del cardinale Giordano e al logo dell’Ordine dei giornalisti della Campania. Grana introdurrà e modererà l’incontro. Lanni sarà tra i destinatari delle menzioni speciali.

La stessa edizione offre poi un dettaglio che rende il quadro ancora più eloquente. La presidenza del premio ha deciso di attribuire un riconoscimento speciale a Leo from Chicago e Leone a Roma, due produzioni della Direzione editoriale del Dicastero per la Comunicazione, realizzate da Deborah Castellano Lubov, Tiziana Campisi, Salvatore Cernuzio, Felipe Herrera-Espaliat e Jaime Vizcaíno Haro.

Insomma, con l’avallo delle istituzioni - e naturalmente non poteva mancare l’Ordine dei giornalisti della Campania - Francesco Antonio Grana utilizza questo premio anche per consolidare una rete di relazioni dentro il Dicastero per la Comunicazione, dove non gli mancano amicizie e conoscenze. Basta osservare i social: quando esce un libro, ci si recensisce a vicenda, ci si rilancia, ci si invita agli eventi, ci si assegna un riconoscimento. È il piccolo circuito italiano dei titoli, delle menzioni, delle stellette, delle amicizie e degli incarichi.

Alla fine il meccanismo è sempre lo stesso: uno accredita l’altro in un’occasione, l’altro restituisce il favore altrove, e intanto i curriculum si allungano e l’immagine pubblica acquista peso. Se la cantano e se la suonano da soli, dentro un sistema autoreferenziale nel quale la legittimazione viene prodotta dallo stesso gruppo che poi la esibisce come prova della propria autorevolezza.

A pagarne il prezzo sono spesso sacerdoti, vescovi e cardinali che finiscono bersagli di questi personaggi perché inconsapevoli di questo circuito. Con Francesco il fenomeno arrivò persino a lambire il Papa. Santa Marta era diventata, per alcuni di questi, anche un luogo dal quale uscire con qualcosa da raccontare nei salotti romani e nelle chat private: una confidenza, un incontro, una fotografia scattata di nascosto al Pontefice mentre rientrava nella sua stanza. Materiale sufficiente, poi, per presentarsi altrove dicendo: «Guardate, ero con il Papa». Ed è così che una semplice prossimità fisica ottenuta grazie al cardinale sprovveduto viene trasformata in credito, influenza e presunta familiarità con il potere ecclesiastico.

È precisamente questo meccanismo che Silere non possum denuncia da anni. Certi personaggi riescono a sopravvivere a qualsiasi vicenda perché trovano sempre qualcuno disposto a riceverli, un vescovo disposto a fotografarsi con loro, un organismo ecclesiastico pronto a concedere un patrocinio, un giornalista che li presenta e un altro che li premia. Ogni nuova relazione viene poi utilizzata per cancellare la precedente e per ricostruire una rispettabilità che dovrebbe invece essere sottoposta a verifica.

Il problema supera Grana e Lanni. Riguarda una Chiesa, ma in generale anche un Paese come l’Italia, che continua a confondere la frequentazione con l’affidabilità e la presenza nei palazzi con la credibilità. Riguarda ecclesiastici che concedono il proprio nome, il proprio stemma e la propria presenza senza domandarsi quale funzione finiranno per svolgere nell’autopromozione altrui. Riguarda anche il giornalismo italiano, dove piccoli circuiti di premi, presentazioni, prefazioni, interviste e riconoscimenti finiscono per produrre una legittimazione reciproca che ha molto poco a che vedere con il valore reale del lavoro svolto. Nessuno di questi presuli, che si lasciano usare da questi “ragazzetti”, si è mai interrogato: sto facendo il bene della Chiesa?

d.G.V.

Silere non possum

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