Biancavilla - «Ho perso le staffe come non avrei dovuto». Lo ha scritto l’Arcivescovo Luigi Renna al sindaco di Biancavilla, Antonio Bonanno, su carta intestata e con inchiostro nero, il giorno dopo aver interrotto il suo discorso durante la celebrazione della Madonna dell'Elemosina davanti a piazza Collegiata gremita. Chi lo conosce dai tempi del Seminario regionale di Molfetta, dove si è formato e che ha poi guidato come rettore, sa che il temperamento dell'arcivescovo di Catania non è tra i più accomodanti, e domenica 30 agosto quel temperamento ha avuto la meglio sulla prudenza. Sarebbe però un errore fermarsi al carattere del presule o ai [pre]giudizi personali che sacerdoti, seminaristi e laici possono aver maturato su di lui. Anche nella Chiesa, come è noto, ogni vicenda finisce facilmente per alimentare schieramenti e tifoserie; e non di rado si formulano giudizi definitivi sulla base di esperienze personali, simpatie, antipatie o rapporti più o meno riusciti, senza distinguere questi elementi dalla valutazione dei fatti e dell’esercizio concreto del ministero episcopale.
Sotto lo sfogo c'è una posizione che Renna sostiene da mesi, e che la sera di Biancavilla ha reso soltanto più difficile da ascoltare: la Messa non è il palcoscenico di nessuno, tanto meno di chi porta la fascia tricolore. In realtà, i saluti non dovrebbe farli neppure l’arcivescovo. Sono elementi entrati progressivamente nelle celebrazioni, negli anni, attraverso un continuo allargamento delle maglie rituali. Ma la liturgia ha una sua forma, una sua logica e un suo ordine: i saluti non ne fanno parte e non aggiungono nulla alla celebrazione. Se occorre salutare autorità, ospiti o fedeli, lo si può fare prima o dopo la Messa, fuori dal rito.
La sequenza è in questo video.
Al termine della celebrazione eucaristica all'aperto, con accanto l'eparca di Piana degli Albanesi, l'arcivescovo chiama il sindaco davanti alla Sacra Icona. Bonanno comincia rivolto verso la piazza e Renna lo corregge subito, con sei parole: «Si rivolga alla Madonna, perché è una preghiera». Il primo cittadino prosegue. Nel testo entrano le fragilità della comunità, le istituzioni, il ricordo di una donna morta in strada poche ore prima mentre raggiungeva la festa, poi i ringraziamenti all'arcivescovo e al vicario foraneo. È lì che il presule tronca: «Bene, bene, solo la preghiera, è finito il discorso. Il Signore sia con voi». Alla piazza spiega che «i saluti nella liturgia li fa solo l'arcivescovo», che lo ripete da tempo e che «mi costringete a fare queste brutte figure». Poi non impartisce la benedizione papale, ma si limita a quella ordinaria, e rientra in basilica con un atteggiamento che appare visibilmente contrariato. Nel video lo si vede passare davanti al sindaco senza nemmeno rivolgergli un saluto, senza processione e l’eparca Raffaele De Angelis e gli altri sacerdoti imbarazzati sono rimasti attoniti per poi rientrare in chiesa.
Bonanno reagisce la notte stessa cercando ovviamente di portare il popolo dalla sua parte e scagliandosi contro il vescovo: «Non è un fatto personale: è una mancanza di rispetto verso tutta Biancavilla».Aggiunge che il testo era stato inviato in anticipo. Su questo il vescovo gli dà ragione nella lettera del lunedì, recapitata per mano del prevosto. Racconta di aver chiesto al mattino a padre Agrippino Salerno se fosse previsto un intervento del sindaco, di aver ricevuto il testo e di averlo trovato «una manifestazione di intenti che si addice più ad un saluto che a una preghiera». Lo ha accettato ugualmente, «per non fare storie». Il punto di rottura sono stati i saluti, «brevi frasi che non c'erano nel testo in mio possesso». Da qui la formula che va ben oltre il singolo evento: «la Santa Messa non può essere il “contenitore” di tutto, anche delle dichiarazioni più belle: ciò che è essenziale è la Parola di Dio, l'omelia, l'Eucaristia e la comunione». Per i saluti e i ringraziamenti, scrive, c'è il momento dell'accoglienza prima della Santa Messa.
La seconda lettera, indirizzata al clero di Biancavilla, è più dura della prima e non riguarda il sindaco. Renna si scusa con i sacerdoti e con il popolo, ringrazia «chi mi ha fatto notare di aver sbagliato ad arrabbiarmi in modo plateale», e poi passa al rimprovero: il saluto del parroco, in futuro, dovrà essere «molto più contenuto». Chiude con una domanda rivolta a tutti i sacerdoti: «Non è che proprio nei momenti più popolari diamo un messaggio diverso, che rende le nostre liturgie molto “laiche”, con al centro l'uomo piuttosto che Dio?». I parroci hanno risposto con un comunicato che parla di «profonda umiltà e responsabilità pastorale» del vescovo, esprime solidarietà «umana e cristiana» al sindaco e auspica «il mutuo rispetto delle reciproche sfere e competenze».
Che la linea non sia nata dall'irritazione di una sera lo dimostra quanto accaduto a Paternò. Nel dicembre 2025, alla festa di Santa Barbara, con il Comune retto da una commissione straordinaria, fu Renna in persona a pronunciare l'atto che la consuetudine riserva al sindaco. Ne seguì una discussione e l'Arcidiocesi precisò che l'affidamento «è innanzitutto un gesto di preghiera», la cui proclamazione sarebbe stata assegnata a un ministro della comunità ecclesiale. Il cerimoniere arcivescovile ha ricordato in questi giorni, sul periodico diocesano Prospettive, che secondo il Direttorio su pietà popolare e liturgia gli atti di devozione trovano il loro spazio fuori dalla celebrazione dei sacramenti: l'affidamento può precedere la messa o seguirne la conclusione, ma non entrarvi «come se costituisse una sua parte rituale». Biancavilla è l'applicazione, mal riuscita nei modi, di una regola già enunciata otto mesi prima.
La domanda, però, va posta con chiarezza: se l’arcivescovo non avesse reagito pubblicamente in questo modo, il problema sarebbe stato davvero affrontato? Oppure, alla prossima occasione, ci saremmo ritrovati di nuovo davanti a un sindaco pronto a fare ciò che vuole sull’altare, contando proprio sul fatto che un vescovo, per ragioni di «opportunità», preferisca non dire nulla in pubblico?
Il fastidio che il caso ha suscitato tra i fedeli, e non solo tra i laicisti di professione, nasce da un'asimmetria che chiunque frequenti le cerimonie pubbliche italiane riconosce. Alle inaugurazioni, alle commemorazioni civili, alle sedute solenni dei consigli comunali il vescovo, quando è invitato, siede in un angolino; la parola gli è concessa di rado, e a chi obietta si risponde che lo Stato è laico. È una laicità intesa come esclusione, che la Corte costituzionale ha smentito fin dalla sentenza 203 del 1989, dove il principio viene descritto come garanzia della libertà religiosa in regime di pluralismo, e non come indifferenza dello Stato verso il fatto religioso. Quella stessa autorità civile che in municipio o nelle cerimonie civili tiene il vescovo al margine pretende poi, alla festa patronale, il microfono davanti all'altare, con la fascia al petto, per rivolgersi alla piazza sulle «fragilità della comunità» e sulle «istituzioni». Il sindaco di Biancavilla non aveva intenzioni propagandistiche, e la lettera di Renna lo riconosce. Ma la struttura del gesto è la medesima che altrove serve a fini elettorali: il rito religioso presta il suo pubblico e la sua solennità a un discorso che di religioso ha soltanto la cornice.
Renna ha detto ciò che andava detto, e l'aveva detto prima, senza alzare la voce: faccia una preghiera.Il resto è il modo. Su un punto, però, le sue lettere tacciono, ed è quello che ha ferito di più chi era in piazza. La benedizione papale con indulgenza plenaria, che il Caeremoniale Episcoporum consente al vescovo diocesano tre volte l'anno nelle solennità, è stata sottratta ai fedeli, non al sindaco. Un richiamo destinato a una persona, che di cattolico non aveva nulla, è ricaduto su alcune migliaia che invece sono fedeli cattolici. Renna ha chiesto perdono per l'ira; sull'indulgenza negata non ha scritto una riga.
Resta allora la domanda più seria, quella che Renna ha rivolto ai sacerdoti di Catania ma che riguarda ben più di Biancavilla. È la domanda su ciò che accade alle nostre liturgie quando, soprattutto nelle feste popolari, si accumulano saluti, ringraziamenti, interventi delle autorità, omaggi e discorsi fino a spostarne progressivamente il centro. L’arcivescovo l’ha formulata con parole che meritano di essere prese sul serio anche al di là del modo in cui quella sera le ha difese: «La Santa Messa deve avere la centralità della Parola e dell’Eucarestia. Non è che proprio nei momenti più popolari diamo un messaggio diverso, che rende le nostre liturgie molto “laiche”, con al centro l’uomo piuttosto che Dio?».
È probabilmente questa la questione che resterà quando sarà passato il clamore per il video, per il sindaco interrotto e per le scuse dell’arcivescovo. Perché a Biancavilla Renna ha perso le staffe. Ma la domanda che ha posto resta lì, e sarebbe piuttosto comodo archiviarla insieme alla sua sfuriata.
d.M.L.
Silere non possum



