Martedì 8 settembre, alle 9.30, l'arcivescovo Mario Delpini presiede in Duomo la Messa pontificale che apre l'anno pastorale della Chiesa ambrosiana. La data è quella della Natività di Maria, titolare della Cattedrale. Durante il rito sei uomini saranno ammessi tra i candidati agli ordini: cinque seminaristi che cominciano la terza teologia e un aspirante al diaconato permanente.
Il 29 luglio Delpini ha compiuto settantacinque anni e, come prevede il canone 401 § 1 del Codice di diritto canonico, ha presentato al Papa la rinuncia al governo dell’Arcidiocesi. In realtà, nei mesi precedenti aveva chiesto a Leone XIV di muoversi per tempo, così da consentire un avvicendamento subito dopo il raggiungimento del limite di età. Anche per questo aveva chiesto di essere ricevuto in udienza. Il Papa, però, gli ha domandato di rimanere ancora per qualche tempo alla guida dell’Arcidiocesi. Una volta compiuti i settantacinque anni, Delpini ha comunque inviato formalmente la lettera di rinuncia prevista dalle norme. La Nunziatura gli ha quindi comunicato che Leone XIV ha «accettato detta rinuncia con la formula nunc pro tunc, prorogando l'incarico per un anno». Trascorso il luglio 2027, prosegue il nunzio, la Nunziatura «darà inizio alla consueta indagine per la provvista di codesta Sede» e l’arcivescovo «rimarrà, pertanto, in carica fino alla pubblicazione della nomina del Suo successore».
Nunc pro tunc significa che la rinuncia è accolta adesso, con effetto rinviato a un momento futuro. Delpini conserva la pienezza dei poteri del vescovo diocesano e nessun termine è fissato per la cessazione dall'ufficio: la lettera indica soltanto quando partirà la consultazione riservata che precede ogni nomina episcopale, un procedimento che in Italia richiede di norma diversi mesi. L'anno pastorale che si apre l'8 settembre è dunque l'ultimo che Delpini, arcivescovo dal 2017, è certo di governare per intero.
Delpini aveva spiegato anche, al termine di una celebrazione, di aver chiesto al Papa come comportarsi proprio per capire se fosse opportuno programmare il nuovo anno pastorale oppure attendere, evitando così di vincolare il successore nel caso in cui la nomina fosse arrivata ad anno da inziare. Leone XIV gli aveva però detto di procedere. Per questo il programma pastorale di quest’anno è stato presentato nel giugno scorso, con un titolo preso in prestito dai Promessi sposi: «Che allegria c'è? Di che godono tutti costoro?».
Sono le parole dell'Innominato nel capitolo XXI, all'alba, dopo la notte passata a ripassare le proprie scelleratezze «d'anno in anno, d'impegno in impegno, di sangue in sangue», quando dal fondovalle sale lo scampanio a festa e per la strada passa gente in abito da festa che va verso il cardinale Federigo. Delpini apre il testo con quella pagina e la chiude riprendendo le campane di Chiuso che arrivano fino «al tetro castello dell'Innominato»: la Chiesa, scrive, vorrebbe essere per il suo tempo «un invito alla gioia di Dio». Il sottotitolo traduce l'immagine in programma: «Lo stile sinodale per la missione di irradiare la gioia cristiana».
La proposta nasce da una sequenza precisa. La lettera pastorale dell'anno scorso, Tra voi, però, non sia così, era dedicata alla ricezione diocesana del cammino sinodale; il 28 febbraio 2026 a Rho si sono riuniti in sessione unitaria il Consiglio pastorale diocesano, il Consiglio presbiterale, l'Assemblea dei decani e l'Équipe sinodale; nel frattempo la Chiesa italiana ha chiuso il proprio percorso con il documento di sintesi Lievito di pace e di speranza, uscito dalla terza Assemblea sinodale nell'ottobre 2025, e con Radicati e costruiti in Cristo, approvato dall'Assemblea generale della CEI. Il 28 maggio 2026, davanti ai vescovi riuniti in assemblea, Leone XIV ha detto che il cammino sinodale «ora deve diventare stile permanente» e che «non basta, però, che questi strumenti esistano, occorre verificare che funzionino davvero». Delpini riporta il passaggio per intero e ne fa il criterio dell'anno pastorale che si apre.
«Devo riconoscere», scrive l'arcivescovo, «che tutto il percorso avviato per impulso determinante di papa Francesco e accolto con entusiasmo in molte parti del popolo cristiano è stato anche segnato da fatica e da evidenti problematiche. La produzione di una pluralità di documenti corposi che si devono tener presenti contemporaneamente, la ripetizione di insistenze che la prassi spesso mortifica, atteggiamenti di scetticismo in alcune parti del clero hanno contribuito a creare un clima di stanchezza». Poche righe prima aveva parlato di una sinodalità «finalmente sottratta alla ripetizione ossessiva del concetto e della teoria». Papa Francesco è nominato come iniziatore del processo; le citazioni dirette, però, sono tutte di Leone XIV: l'udienza del 1° ottobre 2025, il discorso alla CEI, l'esortazione Dilexi te e, per due volte, l'enciclica Magnifica humanitas, il documento sull'intelligenza artificiale da cui Delpini ricava il principio che la corresponsabilità passa «attraverso organismi di partecipazione reali, non nominali».
La diagnosi sugli organismi è severa. Il capitolo dedicato a consigli e assemblee si intitola «Un cammino che ancora non incide», e vi si legge che «molta parte del cammino sinodale e delle attività dei Consigli pastorali e delle Assemblee sinodali decanali» è rimasta fatta di «nozioni vaghe e astratte che non hanno inciso nella vita delle comunità». Le Assemblee sinodali decanali, istituite dallo stesso Delpini con una Nota pastorale che ora annuncia di voler rivedere, hanno conosciuto «un avvio stentato, una incertezza sul compito, un senso di isolamento rispetto alle comunità parrocchiali». Il rimedio proposto ruota attorno a un verbo che nel testo torna a ogni pagina: «osare la visita alle realtà del territorio», «osare il confronto interno», «uscire di chiesa» e abitare il mondo.
Due passaggi riguardano da vicino il clero. Il primo tocca il rapporto tra preti e diaconi permanenti: Delpini osserva che quei rapporti conoscono talora «tensioni e difficoltà» e che la definizione dei ruoli viene invocata «più come puntiglio di rivendicazione che come condizione condivisa per servire». Il secondo è una difesa dei sacerdoti ambrosiani: «In questi anni è capitato che, utilizzando il luogo comune del "clericalismo", si sia sbrigativamente squalificato il ministero che preti della nostra Diocesi offrono in modo ammirevole fino al sacrificio». Sul fronte vocazionale il giudizio ha la stessa asciuttezza: la dimensione vocazionale della pastorale «è come svanita nel generico», la preghiera per le vocazioni «diventa un puntiglio di pochi», e il calo dei sacerdoti impone che la comunità si organizzi per «consentire ai preti di fare il prete». I cinque seminaristi ammessi martedì concluderanno il percorso quando, stando al calendario tracciato dal nunzio, la Sede ambrosiana avrà certamente un altro titolare.
La seconda parte del documento è il capitolo degli adempimenti, e il tono cambia. Le giunte dei consigli pastorali devono essere «costituite ovunque» secondo il n. 35 del Direttorio Per dare un nuovo volto alla Chiesa in missione del 2024: l'esperienza, scrive Delpini, ha mostrato che un consiglio senza giunta lavora male. Le diaconie delle comunità pastorali, l'organo che affianca il responsabile nel governo ordinario, potranno accogliere fedeli laici o consacrati «tramite nomina dell'Ordinario diocesano». Ai consigli pastorali si chiede di convocare assemblee parrocchiali, richiamando la costituzione 147 § 6 del Sinodo diocesano 47°, e di smettere di «ridursi a riunioni organizzative». A livello di zona pastorale nasce un Coordinamento dell'Équipe sinodale con il compito di avviare, nei territori che si renderanno disponibili, «la sperimentazione di forme nuove di conduzione delle comunità», monitorate e verificate; il testo non precisa quali. Sono previsti il ricorso a facilitatori inviati «a due a due» nelle comunità che chiedono di essere accompagnate, la diffusione della figura dell'economo di comunità pastorale (n. 40 dello stesso Direttorio) e il proseguimento della revisione degli immobili parrocchiali affidata alla Commissione per il territorio. Per la lectio dell'anno viene indicata la Prima lettera di Pietro, indirizzata a comunità disperse in un ambiente ostile.
Nel capitolo finale, «Frutti e resistenze», Delpini chiede di verificare la ricezione della proposta 2025/2026 e formula in prima persona l'obiezione: il cammino sinodale è «una complicazione della vita, una confusione di rapporti e di responsabilità, un appello alla partecipazione per una Chiesa che non c'è più e per una impresa fallimentare», oppure una riforma che rinnova la missione? «Non possiamo censurare le domande scomode», risponde. La lettera è firmata «nell'anno del Giubileo Francescano» e contiene, nella seconda parte, l'invito a «metterci il tempo che serve», accettando «la possibilità di sbagliare sentiero, di doverlo cambiare o addirittura interrompere».



