Città del Vaticano – Alle 9.30 di questa mattina, nella Solennità dell’Epifania del Signore, Leone XIV ha presieduto nella Basilica di San Pietro il rito di chiusura della Porta Santa e la Santa Messa conclusiva del Giubileo 2025, ponendo così formalmente termine all’Anno Santo dedicato alla speranza. Con il gesto liturgico della chiusura dell’ultima Porta Santa rimasta aperta, quella della Basilica Vaticana, si è concluso un percorso iniziato oltre un anno fa e che ha attraversato uno dei passaggi più delicati della storia recente della Chiesa: la morte di un Papa e l’elezione del suo successore nel pieno del Giubileo.
Che cos’è il Giubileo e perché il 2025 è stato un anno decisivo
Nella tradizione della Chiesa cattolica, il Giubileo è l’Anno Santo dedicato alla remissione dei peccati, alla riconciliazione, alla conversione e alla penitenza, ispirato al Giubileo biblico ebraico, l’“anno di grazia del Signore” annunciato dai profeti e portato a compimento da Cristo stesso. È un tempo straordinario che invita il popolo di Dio a rimettersi in cammino, attraverso il pellegrinaggio, il sacramento della riconciliazione e le opere di misericordia.
Il Giubileo del 2025, venticinquesimo Giubileo ordinario della storia, è stato indetto da Papa Francesco, che ne ha scelto il motto - Pellegrini di speranza - e ne ha dato avvio il 24 dicembre 2024, aprendo la Porta Santa della Basilica di San Pietro. L’Anno Santo si è svolto fino a oggi, 6 gennaio 2026, secondo la prassi che vede il Giubileo iniziare con il Natale e concludersi con l’Epifania.
La Porta Santa come soglia e come domanda
Nell’omelia pronunciata dopo la proclamazione del Vangelo di Matteo, Leone XIV ha intrecciato il significato della Epifania con il senso profondo del Giubileo appena concluso. Al centro della riflessione, la figura dei Magi, la loro gioia nel ritrovare la stella e, in contrasto, il turbamento di Erode e di Gerusalemme. Gioia e paura, desiderio e resistenza: la Scrittura, ha ricordato il Papa, non nasconde mai i contrasti che accompagnano ogni manifestazione di Dio. Proprio qui si innesta il primo messaggio forte dell’omelia: l’incontro con Dio non lascia mai tutto com’è. L’Epifania segna l’inizio della speranza perché Dio si rivela e rimette in moto la storia. Finisce una tranquillità apparente, quella che si rifugia nella ripetizione sterile del “non c’è niente di nuovo”, e inizia un tempo che riguarda il presente e il futuro.
È in questa chiave che Leone XIV ha riletto il passaggio di milioni di pellegrini attraverso la Porta Santa. Non come un semplice flusso religioso o turistico, ma come una domanda rivolta alla Chiesa stessa: chi sono coloro che hanno varcato quella soglia e che cosa cercavano davvero? Che cosa hanno trovato entrando nelle nostre chiese? Quale accoglienza, quale attenzione, quale corrispondenza tra il loro desiderio e la vita delle comunità cristiane?
I Magi di oggi e una Chiesa chiamata a non avere paura
Il Papa ha insistito su un punto che attraversa tutta l’omelia: i Magi esistono ancora. Sono uomini e donne disposti a rischiare il proprio viaggio, a cercare in un mondo spesso ostile, violento e respingente. L’immagine dell’homo viator, della vita come cammino, diventa un criterio ecclesiale: il Vangelo chiede alla Chiesa di non temere questo dinamismo, ma di riconoscerlo, custodirlo e orientarlo verso Dio. Dio, ha sottolineato Leone XIV, non è un oggetto da possedere né un idolo da tenere sotto controllo. È vivo, sorprendente, capace di turbare perché non si lascia imprigionare. I luoghi santi - basiliche, cattedrali, santuari - dovrebbero per questo trasmettere l’impressione che un mondo nuovo è già iniziato, che la vita è più forte dell’abitudine e della paura.
Da qui le domande dirette, senza attenuazioni, rivolte alla Chiesa: c’è vita nelle nostre comunità? C’è spazio per ciò che nasce? Sappiamo annunciare un Dio che rimette in cammino?
Erode, la paura e la violenza contro il nuovo
In controluce, l’omelia ha offerto una lettura attuale della figura di Erode. Il suo turbamento non nasce dalla ricerca della verità, ma dalla paura di perdere il potere. È una paura che mente, manipola, strumentalizza il desiderio altrui e, quando serve, diventa violenza. Il Papa ha collegato questa dinamica alle parole dure del Vangelo di Matteo sul Regno dei cieli che subisce violenza, ricordando come il nuovo che Dio fa germogliare sia sempre fragile, come un bambino, e per questo esposto. In un passaggio particolarmente incisivo, Leone XIV ha messo in guardia anche da un’altra forma di minaccia: la riduzione della ricerca umana a prodotto, l’idea che tutto - persino il desiderio di ricominciare - possa essere trasformato in consumo. Il Giubileo, ha detto, doveva educare a riconoscere nel visitatore un pellegrino, nello sconosciuto un cercatore, nel lontano un vicino.
La chiusura che apre al futuro
La chiusura della Porta Santa non segna dunque una fine in senso stretto. Nell’ultima parte dell’omelia, il Papa ha richiamato il senso più profondo dell’Epifania come manifestazione della gratuità: il Bambino adorato dai Magi è un bene senza prezzo, che non si lascia comprare né sfruttare. Dio continua a farsi trovare nei luoghi umili, nelle periferie, nelle comunità che rischiano di sentirsi “ultime”. L’invito finale è stato chiaro: continuare a essere pellegrini di speranza, anche dopo la conclusione dell’Anno Santo. Se le chiese non diventeranno monumenti e le comunità resteranno case, se la Chiesa saprà resistere alle lusinghe del potere e camminare unita, allora - ha detto Leone XIV - potrà essere davvero “la generazione dell’aurora”. Con la Porta Santa che si richiude e il Giubileo che si consegna alla storia, resta una responsabilità affidata al presente: custodire ciò che è nato, proteggere ciò che è fragile, e non smettere di camminare dietro quella stella che, come ai Magi, continua a indicare una direzione.
d.M.B.
Silere non possum