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Il Curato d’Ars e l’Anno Sacerdotale: il modello proposto da Benedetto XVI al clero
Chiesa cattolica04 agosto 2026

Il Curato d’Ars e l’Anno Sacerdotale: il modello proposto da Benedetto XVI al clero

Nel 150mo anniversario della morte di san Giovanni Maria Vianney, il pontefice tedesco richiamò i sacerdoti all’amicizia con Cristo, alla fedeltà ministeriale e alla responsabilità dinanzi agli scandali che ferivano la Chiesa.

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Oggi ricorrono centosessantasette anni dalla morte di san Giovanni Battista Maria Vianney, il parroco di un villaggio di poche centinaia di anime che la Chiesa cattolica continua a proporre come misura del ministero sacerdotale. Poche figure del clero moderno hanno attraversato il magistero pontificio con altrettanta costanza: lo beatificò Pio X nel 1905, lo canonizzò Pio XI nel 1925 proclamandolo quattro anni dopo patrono universale dei parroci, gli dedicò un'enciclica SAN Giovanni XXIII nel 1959 e, centocinquant'anni dopo la sua scomparsa, Benedetto XVI gli intitolò un intero anno giubilare rivolto al clero mondiale.

Un cammino tutt'altro che lineare

Nato nel 1786 a Dardilly, presso Lione, da una famiglia contadina di solida fede, Vianney affrontò un percorso verso l'altare irto di ostacoli: gli studi gli riuscivano ostici, il latino lo metteva costantemente in difficoltà, e solo una tenacia fuori dal comune, unita a qualche protezione ecclesiastica, gli permise di raggiungere infine l'ordinazione. Fu inviato ad Ars, un borgo che allora contava poco più di duecento abitanti, dove restò fino alla morte. I primi anni non gli furono facili: alcuni confratelli, spettegolando sulla sua scarsa preparazione teologica, tentarono più volte di farlo allontanare dalla parrocchia. Fu proprio quell'umiltà, ostinata e disarmante, a rovesciare col tempo il giudizio su di lui, trasformandolo in uno dei confessori più ricercati d'Europa: negli ultimi anni di vita trascorreva anche sedici ore al giorno nel confessionale, meta di pellegrini giunti da ogni angolo del continente.

Da san Giovanni XXIII a Benedetto XVI

Nel 1959, nel centenario della morte, san Giovanni XXIII gli dedicò l'enciclica Sacerdotii nostri primordia, proponendolo come modello di vita interiore per un clero alle soglie del Concilio Vaticano II. Mezzo secolo più tardi sarebbe stato Joseph Ratzinger a tornare su quella stessa figura, con un'intenzione dichiaratamente pastorale.

Il 16 marzo 2009, rivolgendosi alla plenaria della Congregazione per il Clero, Benedetto XVI annunciò l'indizione di uno speciale “Anno Sacerdotale”, destinato a decorrere dal 19 giugno di quell'anno, solennità del Sacro Cuore, fino al 19 giugno successivo. La scelta della data non era casuale: cadeva infatti il centocinquantesimo anniversario del “dies natalis” di Vianney, la sua nascita al cielo secondo il linguaggio della tradizione cristiana.

Il modello indicato al clero

Nella lettera di indizione, resa pubblica il 16 giugno, il pontefice riprese un'espressione cara al Curato d'Ars, che era solito ripetere ai fedeli come sintesi della propria vocazione: “Il sacerdozio è l'amore del cuore di Gesù”, scriveva Benedetto XVI citando il santo. Nello stesso testo il Papa non evitò il nodo più scomodo dell'ora presente: alluse infatti, senza troppi giri di parole, a episodi di dolorosa infedeltà da parte di alcuni ministri, capaci di gettare discredito sull'intera comunità ecclesiale. Un passaggio che, riletto oggi, testimonia quanto la questione degli abusi fosse già presente nella coscienza del pontefice tedesco alla vigilia di un anno interamente dedicato al presbiterato.

Il 5 agosto 2009, il giorno successivo al centocinquantesimo anniversario esatto della morte del santo, Benedetto XVI dedicò l'intera catechesi del mercoledì alla sua vicenda, ricostruendone il percorso biografico e insistendo su un punto preciso: la capacità di Vianney di toccare le anime non discendeva da doti oratorie né da un'intelligenza brillante, quanto dalla sua amicizia con Cristo, comunicata più con la vita quotidiana che con le parole.

L'Anno Sacerdotale si chiuse l'11 giugno 2010 con un raduno internazionale di sacerdoti a Roma. Nell'omelia conclusiva il Papa alluse alle resistenze e agli scandali che avevano attraversato quei dodici mesi, osservando come il rinnovato risalto dato alla figura del prete non potesse che dispiacere a chi avrebbe preferito vederlo sparire dalla scena pubblica. I frutti di quell’iniziativa furono numerosi. Anche sul piano vocazionale si registrò una risposta significativa, particolarmente evidente negli Stati Uniti.

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