Milano - C'è una frase che, dal carro accanto a quello di Elodie, una Drag Queen ha rivolto a Matteo Salvini durante il Pride di Milano. Una frase volgare, ben filmata, già virale, che recita più o meno così: «Salvini fa i p*mpini alle trans». Il video è arrivato all'interessato, che ha annunciato querela. E qui, di norma, finirebbe la cronaca: il politico offeso, l'autore della battuta, l'inevitabile coda giudiziaria. Solo che la frase, a leggerla bene, non offende soprattutto chi ne è bersaglio. Offende proprio le persone che quel carro, quella piazza, quella bandiera dovrebbero proteggere e rappresentare.
Partiamo dal contesto. Se sei su un carro, se sei accanto a Elodie, se sei sotto gli occhi di tutti, in quel momento non sei una persona qualsiasi: sei un punto di riferimento. E lo sei dentro la manifestazione che, per definizione, nasce contro la discriminazione - prima di tutto verso ogni categoria della comunità LGBT, e poi verso chiunque. È la piazza che discende, idealmente, dai moti di Stonewall: nasce contro la discriminazione, non per inventarne di nuove. E tu, da lì sopra, cosa fai? Insulti un politico.
Sia chiaro: criticare Salvini, come qualunque politico, è legittimo. Le sue posizioni, spesso apertamente ostili ai diritti delle persone omosessuali e transgender, possono essere contestate, e anche con convinzione. Ma si contesta un'idea con un'idea, non con una battuta volgare, che afferma il falso e calpesta migliaia di persone che con quell'uomo non c'entrano nulla. Perché è esattamente questo che è successo.
Dire che un uomo «va dalle trans» per certe prestazioni non è una stoccata contro Salvini: è la riproposizione, parola per parola, dello stereotipo più logoro e umiliante che grava sulle donne transessuali. Quello della donna trans sessualizzata, ridotta a feticcio di uomini "etero" con moglie e figli; corpo da consumare di nascosto, mai persona, mai dignità. E c'è un secondo strato, ancora più rivelatore: nella logica implicita della battuta, praticare sesso orale "abbasserebbe" Salvini, lo renderebbe «più donna», più passivo, e quindi - secondo quella stessa logica – più “sfigato”, più disprezzabile. È discriminazione al quadrato: prima feticizza le persone trans, poi usa la femminilità e la passività come insulto. Sia chiaro: non si tratta di assolvere nessuno. Chi pronuncia quella frase non sta mettendo in discussione un pregiudizio; lo sta assumendo come naturale. E chi oggi prova a difendersi dicendo: «Ma figurati, non ci stavo nemmeno pensando», finisce soltanto per confermare quanto quel pregiudizio sia radicato, al punto da essere dato per scontato. Accade anche nella Chiesa cattolica, e non solo, quando si ricorre a parole declinate al femminile per umiliare o disprezzare qualcuno. È un uso del linguaggio che rivela una certa idea della donna: dice molto di chi parla e quasi nulla di chi viene preso di mira.
Non dimentichiamo, peraltro, che le persone transgender restano le più discriminate perfino all'interno della comunità LGBT. E la beffa è che, proprio al Pride - un luogo che dovrebbe essere casa per tutti - si sono ritrovate a sentire queste idiozie. Da chi avrebbe dovuto esserne portavoce.
Poi è arrivato il rituale. Salvini ha pubblicato il suo post, annuncio di denuncia incluso. L'autore della battuta ha registrato un video di scuse: colpa del caldo, colpa dell'alcol. Ma è qui che la vicenda mostra il suo lato più amaro. Le scuse sono arrivate per la minaccia di querela, non per il danno reale. Non sono arrivate alla comunità LGBT, non sono arrivate alle persone trans tirate dentro questa storia senza alcun senso. Perché - diciamolo - la frase non è stata offensiva soprattutto per Salvini, che fino a prova contraria certe cose non le ha mai fatte. È stata offensiva per le persone transgender, che con una sola riga sono state feticizzate ancora una volta, in pubblico, sotto le bandiere che dovrebbero difenderle.
Insomma, manifestazioni nate per rivendicare diritti - e la storia di queste piazze lo racconta benissimo - finiscono per diventare il palcoscenico in cui ciascuno dà sfogo alle proprie idiozie. Idiozie che, puntualmente, vengono rilanciate proprio da chi non aspetta altro per attaccare e deridere una intera comunità. Un autogol perfetto, servito su un piatto d'argento agli odiatori da tastiera.
Il movimento LGBT, in Italia in modo particolare, è scivolato un po' così. In gruppo c’è chi parla, si fa amicizia, ci si diverte, si fa “la baldoria”, e ogni tanto qualcuno dice pure stupidaggini come questa. Bellissimo far festa, ci mancherebbe. Ma si è persa per strada la spinta per cui il Pride è nato: dibattito culturale, richiesta di diritti, lotta alla discriminazione, rispetto per tutti. E sì, è anche bello provare a fare qualcosa per la comunità - a lottare sul serio - in un Paese che, su questi temi, resta tra i più arretrati d'Europa. La domanda, allora, è: quando si sceglierà di tornare a discutere di questioni serie invece di fare e dire sciocchezze?
E.C.
Silere non possum