The Bishop of Ivrea has written a pastoral letter to the diocese

«Profondamente convinto che ogni nostro gesto è da compiere nella comunione con Gesù Cristo e che nel rapporto con Lui è da vivere ogni avvenimento, riconoscente al Signore per tutti i Suoi doni guardo con serenità al prossimo 13 ottobre quando, se Dio vuole, entrerò nel 75.mo anno di età, nel corso del quale – “enixe rogatus” (vivamente invitato) dalla Legge della S. Madre Chiesa – presenterò al Santo Padre la rinuncia al servizio nella Diocesi a cui sono stato mandato», sono le parole con cui S.E.R. Mons. Edoardo Aldo Cerrato, O.C., si è rivolto ai presbiteri e ai fedeli della diocesi di Ivrea.

Fu Benedetto XVI, nel luglio 2012, a nominare il sacerdote quale nuovo vescovo di Ivrea. Forte di una esperienza alla guida della Congregazione dell’Oratorio, Cerrato ha guidato con sapienza la diocesi piemontese, dandole un nuovo slancio e offrendo nuove opportunità. Poche righe per comunicare l’essenziale, sono bastate al presule per richiamare i fedeli a concentrarsi sulla figura di Gesù Cristo.

Nella lettera pastorale di quest’anno, Cerrato , ha ricordato il percorso iniziato del Cammino Sinodale: «Per favorire la più ampia partecipazione abbiamo deciso, fin dalla iniziale riunione dei Vicari Foranei che gli incontri si tenessero a livello di Parrocchia e di Vicaria. Le Parrocchie che hanno voluto compiere il “Cammino sinodale” (senza pretendere che esso sia ciò che non è, e cercando di esso l’essenziale) hanno avuto dalla Commissione di Coordinamento diocesana il supporto necessario. La Commissione ha raccolto poi le relazioni delle Parrocchie, e ne ha inviato a Roma la sintesi presentata in Assemblea diocesana». 

Ha poi ricordato i tre anni nei quali “ho proposto alla Diocesi l’impegno di riflettere sulla “Eucarestia”: a partire da “che cos’è?” (tutt’altro che chiaro a molti tra i pochi che ancora partecipano alla Messa), si sono proposti vari aspetti dell’identità del battezzato e del vivere cristiano”.

Riprendendo le parole di Agostino, il vescovo ha scritto: «C’è del vero in questa valutazione! I tempi siamo noi… Non perché tutto dipenda da noi, ma perché noi la nostra parte nel determinare le situazioni ce la mettiamo…: non siamo solo spettatori di qualcosa che accade intorno a noi, fuori di noi… Non possiamo, quindi esimerci – vescovi, preti e laici – dal guardare anche a noi stessi: come siamo, come viviamo, alla luce di che cosa effettivamente viviamo… La mondanità di cui spesso parla il Santo Padre è solo qualche vanità in qualche ambito, o è lo spirito del mondo, il modo mondano di pensare e di agire, che porta in noi, nelle comunità, sfiducia, sconforto, demoralizzazione? Di questo clima diffuso buttiamo spesso la colpa in varie direzioni. La verità è che non risuona abbastanza in noi la risposta di Gesù (Gv 6, 28-29) a chi gli chiedeva: “Che cosa dobbiamo fare?”. “Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato”. La questione è la nostra fede, il credere cristianamente: aderire alla Persona di Cristo lasciandoci plasmare dal Suo insegnamento (tramesso da gesti e da parole); convertirci al Suo modo di pensare, di sentire, di vedere e di agire; vivere nella comunione con Lui la nostra vita nel concreto dell’esistenza quotidiana…». 

d.L.D.

Silere non possum

LETTERA PASTORALE 2023/24

Carissimi Fratelli e Sorelle,

il Signore Gesù, centro del cosmo e della storia, è il centro della nostra fede e di tutta la nostra vita. “Tu solo il Santo, tu solo il Signore, tu solo l’Altissimo, Gesù Cristo, con lo Spirito Santo nella gloria di Dio Padre” gli diciamo nella S. Liturgia. Amarlo e seguirlo è chiederGli la grazia di volere fermamente quello che Lui vuole, convinti che “se io non fossi tuo, o Cristo mio, sarei una creatura perduta(S. Gregorio Nazianzeno). 

Profondamente convinto che ogni nostro gesto è da compiere nella comunione con Gesù Cristo e che nel rapporto con Lui è da vivere ogni avvenimento, riconoscente al Signore per tutti i Suoi doni guardo con serenità al prossimo 13 ottobre quando, se Dio vuole, entrerò nel 75.mo anno di età, nel corso del quale – “enixe rogatus” (vivamente invitato) dalla Legge della S. Madre Chiesa – presenterò al Santo Padre la rinuncia al servizio nella Diocesi a cui sono stato mandato.  

«Imparare a congedarsi» chiede Papa, nel Suo Motu proprio, anche ai Vescovi diocesani: 

«La conclusione di un ufficio ecclesiale deve essere considerata parte integrante del servizio stesso, in quanto richiede una nuova forma di disponibilità. Questo atteggiamento interiore è necessario sia quando, per ragioni di età, ci si deve preparare a lasciare il proprio incarico, sia quando venga chiesto di continuare quel servizio per un periodo più lungo, pur essendo stata raggiunta l’età di settantacinque anni […]. Chi si prepara a presentare la rinuncia ha bisogno di prepararsi adeguatamente davanti a Dio, spogliandosi dei desideri di potere e della pretesa di essere indispensabile. Questo permetterà di attraversare con pace e fiducia tale momento […] Se eccezionalmente viene chiesto di continuare il servizio per un periodo più lungo, si può comprendere solo per taluni motivi sempre legati al bene comune ecclesiale».

A questa luce, carissimi Fratelli e Sorelle, inizio la preparazione “prossima” a questo momento ripensando a quanto mi proposi nel momento stesso in cui ricevetti da Papa Benedetto XVI la nomina e vi inviai il primo saluto: 

«Ciò in cui desidero crescere, anche come Vescovo, è la mia amicizia con Gesù Cristo: “l’intima amicizia con Gesù da cui tutto dipende”, come scrive stupendamente il Santo Padre Benedetto XVI nella Premessa al Suo libro “Gesù di Nazaret”; ciò a cui tengo maggiormente e che desidero servire è la vostra amicizia con Cristo; ciò di cui sono certo è che nell’amicizia personale di ognuno di noi con Cristo crescerà anche la nostra reciproca amicizia di discepoli del Signore, nella quale vedo realizzarsi la paternità che sono mandato ad esercitare nei vostri confronti e la filialità che la Santa Chiesa chiede a voi nei confronti del Vescovo. Che Gesù Cristo diventi sempre più il centro della nostra vita; che la nostra esistenza sia trasformata dalla Sua gloria che è la Sua presenza amata ed accolta; che a Ivrea sia da noi vissuta la vita nuova che avrà la sua pienezza nella Casa luminosa e bellissima del Padre. Tutto il resto ha senso solo in questo contesto. Tutto il resto lo vivremo – con l’aiuto di Dio – vivendo questa realtà da cui “tutto dipende”, e vivendola nella comunione con il Vicario di Cristo al Quale esprimo la mia più convinta adesione di fedeltà e di amore filiale. 

È una grande gioia per me constatare che il mio servizio episcopale ha inizio nell’imminenza dell’“Anno della fede”: “invito ad un’autentica e rinnovata conversione al Signore, unico Salvatore del mondo” scrive Papa Benedetto e continua: “Capita ormai non di rado che i cristiani si diano maggior preoccupazione per le conseguenze sociali, culturali e politiche del loro impegno, continuando a pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune. Una profonda crisi di fede, invece, ha toccato molte persone».

Non so se e quanto io sia riuscito a mantenere fede a questo fondamentale intento; penso però di poter dire che da questa luce non ho mai distolto lo sguardo in tutti i passi del cammino.

Nell’anno pastorale che inizia continueremo il “Cammino sinodale” riguardo al quale, già negli anni scorsi (cfr. Lettera Pastorale 2021-22; 2022-23), ho sinteticamente ricordato i passi e le modalità sulla base delle indicazioni della Sede Apostolica e della Conferenza Episcopale Italiana.

Per favorire la più ampia partecipazione abbiamo deciso, fin dalla iniziale riunione dei Vicari Foranei che gli incontri si tenessero a livello di Parrocchia e di Vicaria. Le Parrocchie che hanno voluto compiere il “Cammino sinodale” (senza pretendere che esso sia ciò che non è, e cercando di esso l’essenziale) hanno avuto dalla Commissione di Coordinamento diocesana il supporto necessario. La Commissione ha raccolto poi le relazioni delle Parrocchie, e ne ha inviato a Roma la sintesi presentata in Assemblea diocesana.

Ho preferito che il cammino si svolgesse senza atti spettacolari (che possono essere – in questo come in altri ambiti – manifestazioni esteriori che ci fanno fare “bella figura”, ma che poco aggiungono a quanto stiamo facendo nell’umiltà dell’impegno di ogni giorno…). Sono convinto che il “cammino” sia fatto di passi umili e costanti: innanzi tutto quelli della preghiera e dell’ascolto della Parola di Dio, della partecipazione cosciente ai Sacramenti: fecondo terreno su cui cresce  un vero rapporto fraterno: “sinodalità” infatti, non è gridarci l’un l’altro le proprie idee, ma conoscerci e comprenderci a vicenda, e confrontarci alla luce della Parola di Dio che è la Verità, consapevoli che apparteniamo tutti alla unità del Corpo di Cristo. 

Del Cammino sinodale delle Chiese in Italia inizia ora la seconda tappa: la fase sapienziale. Afferma il Documento della CEI che avvia questa fase:

«Nella fase “narrativa” i racconti hanno già offerto un primo discernimento e alcune intuizioni profetiche; nel discernimento incontriamo la ricchezza delle storie e l’esigenza di fare delle scelte; infine, nelle decisioni raccoglieremo il frutto delle esperienze narrate e del discernimento compiuto: quella narrativa privilegia l’ascolto, quella sapienziale il discernimento e quella profetica il progetto. Il passaggio alla fase sapienziale fa tesoro di quanto emerso nei primi due anni e intende approfondirlo, in prospettiva spirituale e operativa. La “sapienza” biblica non è un ragionamento astratto, ma spinge alla conversione personale e comunitaria». 

La pagina evangelica che ci guida in questa fase annuale, proposta come icona per il discernimento ecclesiale, è quella dei discepoli di Emmaus (Lc, 24,13-35). 

In relazione ad essa importante sottolineatura è quella che il Documento pone all’inizio:

 «C’è un’intima relazione tra Celebrazione eucaristica e Cammino sinodale… Questa intima relazione orienta nella comprensione delle categorie sinodali: non si tratta tanto di “democrazia” quanto di “partecipazione”, non solo di un raduno di “gruppo” quanto di un’“assemblea” convocata, non di esprimere semplici “ruoli e funzioni” ma “doni e carismi”. Nel Cammino sinodale, come nella Celebrazione eucaristica, il popolo radunato vive l’esperienza della grazia che viene dall’Alto, in quella partecipazione definita “actuosa” dal Concilio Vaticano II (cf. Sacrosanctum Concilium,14), quindi capace di coinvolgere nella Celebrazione comunitaria». 

Permettete, Cari Amici, di ricordarvi che per tre anni pastorali ho proposto alla Diocesi l’impegno di riflettere (nell’ambito della catechesi e in altre forme che la sapienza dei Pastori è in grado di trovare) sulla “Eucarestia”: a partire da “che cos’è?” (tutt’altro che chiaro a molti tra i pochi che ancora partecipano alla Messa), si sono proposti vari aspetti dell’identità del battezzato e del vivere cristiano. 

Le “Linee guida” per questa fase sapienziale saranno distribuite dai Parroci ai Referenti di ogni Parrocchia: l’ampio – molto ampio: 34 pagine – documento della CEI suggerisce vari spunti di riflessione. Sono certo che nelle Parrocchie e nelle Vicarie continuerà l’impegno già messo in atto nella prima fase. 

Da parte mia, richiamo quanto ho detto alla Diocesi il 12 agosto scorso, nel Pellegrinaggio ad Oropa che ogni anno conclude l’Anno Pastorale e apre il nuovo.

Il tema del Sinodo dei Vescovi Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione” – è importante anche per il nostro “Cammino sinodale”. Siamo chiamati, innanzitutto, ad ascoltare che cosa dice il Signore e a chiederci, ognuno, come stiamo vivendo la comunione, la partecipazione alla vita della Chiesa, e la missione. 

Realisticamente, non possiamo chiudere gli occhi sulla situazione delle nostre comunità, come di tutta la Chiesa e della stessa società. 

S. Agostino in riferimento ai suoi tempi diceva: “Nos sumus tempora: i tempi siamo noi; quales nos sumus, talia sunt tempora: quali noi siamo, tali sono i tempi”.  C’è del vero in questa valutazione! I tempi siamo noi… Non perché tutto dipenda da noi, ma perché noi la nostra parte nel determinare le situazioni ce la mettiamo…: non siamo solo spettatori di qualcosa che accade intorno a noi, fuori di noi… Non possiamo, quindi esimerci – vescovi, preti e laici – dal guardare anche a noi stessi: come siamo, come viviamo, alla luce di che cosa effettivamente viviamo… La mondanità di cui spesso parla il Santo Padre è solo qualche vanità in qualche ambito, o è lo spirito del mondo, il modo mondano di pensare e di agire, che porta in noi, nelle comunità, sfiducia, sconforto, demoralizzazione? Di questo clima diffuso buttiamo spesso la colpa in varie direzioni. La verità è che non risuona abbastanza in noi la risposta di Gesù (Gv 6, 28-29) a chi gli chiedeva: “Che cosa dobbiamo fare?”. “Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato”. La questione è la nostra fede, il credere cristianamente: aderire alla Persona di Cristo lasciandoci plasmare dal Suo insegnamento (tramesso da gesti e da parole); convertirci al Suo modo di pensare, di sentire, di vedere e di agire; vivere nella comunione con Lui la nostra vita nel concreto dell’esistenza quotidiana…

Ringrazio con voi il Signore per tanti autentici esempi, tra la nostra gente, di fede vissuta; ma non mancano le occasioni in cui vediamo trionfare atteggiamenti e parole che contraddicono la fede cristiana. 

Cosa “vogliamo” da Gesù? Con quali domande, attese, pretese ci mettiamo di fronte a Lui? Gesù ci può dire: Siete di fronte a me, ma non vedete… Non riconosciamo che ciò di cui davvero c’è bisogno è Lui, la nostra conformazione a Lui, la disponibilità ad affrontare il concreto combattimento spirituale contro tutto ciò che ci rende dissomiglianti da Cristo.

Anche alla luce di Maria, Virgo fidelis, «beata perché ha creduto», dobbiamo interrogarci sulla nostra fede e chiederci se nasce dall’ascolto della Parola di Dio e se si esprime in un amore che non è una sentimentale emozione, ma la fedeltà a Dio nel vivere la concreta nostra esistenza.

Vescovi, preti e laici siamo interpellati a considerare lo stato di salute della nostra fede, non in astratto, ma dentro alla vita ed alle circostanze di ogni giorno, nella vita personale e in quella delle nostre comunità, nella loro esistenza ordinaria.

Comunione, partecipazione, missione sono da riscoprire, con l’aiuto dello Spirito Santo. Quando, anziché sparlare gli uni degli altri partendo da miti o slogan, ci incontriamo e ci diciamo – credendoci – che Cristo è in mezzo a noi, quando preghiamo insieme, quando esprimiamo anche dei dubbi perché su certe cose possiamo anche non essere d’accordo, è lì che compiamo il cammino sinodale. 

Buon cammino!

Maria, Madre della Chiesa, Aiuto dei cristiani, Virgo fidelis, ci accompagna e prega per noi.

+ Edoardo Cerrato

Ivrea, 8 Settembre 2023, 

Festa della Natività della B.V.M.