Mentre alla Casa Bianca torna una retorica che Arturo Parisi descrive come quella degli «aspiranti autocrati di tutto il mondo», e mentre il discorso politico viene trascinato «dal polo dei valori e delle regole a quello dei meri interessi e della forza», arriva in libreria un volume che va esattamente nella direzione opposta. Il Principe della Repubblica di Roberto Deriu (Castelvecchi, 2026, a cura di Carlo Sanna, con la prefazione dello stesso Parisi) è un ritorno ai fondamentali della democrazia scritto da chi la democrazia l'ha attraversata per trent'anni senza mai rassegnarsi ai suoi guasti. Un libro esemplare di un politico esemplare: ed è di politici così - coerenti, colti, fedeli al servizio pubblico - che oggi abbiamo un bisogno quasi fisico.
Diciamolo subito, per sgombrare il campo da possibili equivoci: il titolo non è un omaggio nostalgico a Machiavelli. Al contrario, ne è il rovesciamento. Il Principe del segretario fiorentino era un manuale dedicato alle monarchie assolute, uno strumento per il potere di uno solo. Il Principe della Repubblica di Deriu è dedicato alla democrazia, cioè al governo del popolo. In questa dedica è racchiuso tutto il senso dell'operazione: il "Principe" di cui si parla, il vero sovrano a cui il libro è consegnato, è il popolo stesso. È la comunità dei cittadini chiamata a padroneggiare le regole dell'arte politica invece di subirle passivamente.
Un maestro della scienza politica per introdurre un maestro della pratica politica
La prefazione è firmata da uno dei grandi maestri della scienza politica italiana, Arturo Parisi. La sua biografia è, essa stessa, una pagina della storia democratica italiana: nato a San Mango Piemonte nel 1940, cresciuto a Sassari, dirigente nazionale di Azione Cattolica negli anni Sessanta sotto la presidenza di Vittorio Bachelet, ordinario di sociologia dei fenomeni politici all'Università di Bologna, per oltre un decennio direttore dell'Istituto Cattaneo e vicepresidente del Mulino. È tra i promotori, con Mario Segni, del Movimento per le riforme istituzionali nei primi anni Novanta; è tra i fondatori dei Comitati Prodi, de I Democratici, de La Margherita e del Partito Democratico; è stato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel primo governo Prodi e Ministro della Difesa nel secondo, dal 2006 al 2008. È uno dei principali introduttori in Italia delle elezioni primarie. Insomma: chi scrive la prefazione non è un critico qualunque, ma uno dei pochi italiani che abbia unito, per sessant'anni, la riflessione scientifica sulla democrazia alla sua costruzione concreta.
E il curatore non è da meno: Carlo Sanna è un giovane ricercatore con una vasta esperienza internazionale, attento al dialogo tra civiltà sotto il profilo delle scienze politiche. È lui che, con ammirevole puntualità, ha composto il volume come una vera e propria opera omnia sistematizzata del pensiero di Deriu, tratta da trent'anni di scritti - libri, articoli scientifici, interviste, note, frammenti - maturati tra il 1998 e il 2024.
Quattro parti per una grammatica della democrazia
Il libro si articola in quattro sezioni: la democrazia e lo Stato di diritto; la vita, la teoria e la pratica della politica; l'autonomia nelle sue molte declinazioni; e una lettura in presa diretta dell'attualità politica. È, come scrive Parisi, «un'opera di sicura onestà intellettuale, nella quale l'analisi del potere e della sua implacabile meccanica non perde tuttavia mai di vista l'orizzonte della democrazia e del servizio». È un manuale di arte politica ma, al tempo stesso, un manuale storico, letto alla luce di un pensiero insieme democratico, liberale e cristiano.
La prima parte è una lezione di metodo. La democrazia, scrive Deriu, non è una condizione spontanea né un regalo definitivo: è un sistema faticoso, che richiede «pedanteria», cioè rigore, regole condivise, pratiche organizzate. In perfetta sintonia con Schumpeter e Sartori, Deriu restituisce ai partiti la loro dignità perduta: «I consessi dei partiti sono l'unica vera possibilità che ha una democrazia moderna per consentire un permanente collegamento tra i rappresentanti del popolo e lo stesso sovrano democratico, appunto il popolo, nella misura in cui esso voglia partecipare alla politica».
Senza partiti democratici, avverte, si afferma «senza strepiti o marce su Roma, il governo dei pochi ben introdotti, ben ammanicati, bene informati, ai danni dei molti indifferenti, esclusi, apatici o lontani». È il rifiuto netto della retorica antipartitica e populista, un rifiuto che oggi suona più urgente che mai.
Contro il populismo ateo e becero, dall'America all'Europa
È proprio qui che il libro di Deriu parla al nostro tempo con forza sorprendente. In un frangente segnato dall'irruzione del populismo ateo e becero alla MAGA americano - quello che Parisi, nella prefazione, descrive come un tempo nel quale «l'irruzione sulla scena mondiale di un Trump, che, alla testa degli aspiranti autocrati di tutto il mondo, sembra voler riportare le lancette del nostro orologio all'ora zero, con lo spostamento del discorso politico dal polo dei valori e delle regole a quello dei meri interessi e della forza» -, il libro di Deriu è una guida alla ricostruzione di un codice democratico, di un linguaggio democratico. È un manuale per tutti coloro che si dedicano allo studio delle scienze politiche, ma anche per chi, semplicemente, non vuole rassegnarsi alla degenerazione.
Se fosse tradotto in ungherese, potrebbe oggi diventare un best seller: in un Paese dove la democrazia è ogni giorno insidiata dal cesarismo e dove le parole della libertà sono state svuotate di senso, queste pagine offrono ciò di cui c'è più bisogno, gli strumenti per ricostruire una grammatica democratica.
Le tre virtù del Principe-popolo
Il cuore del libro, quello a cui il lettore tornerà più volte, è la sezione sull'arte del politico. Qui Deriu descrive con lucidità impietosa il logorio della vita politica, la dinamica autoreferenziale «potere-élite-potere» che rischia di fagocitare ogni vocazione, la «meccanica cinica» che strumentalizza famiglia e affetti. Ma, a contrasto di questa analisi disincantata, emergono le tre virtù cardinali che salvano la politica dal suo destino peggiore: la pazienza, l'intelligenza, l'umiltà.
«La vita politica mi ha insegnato che al vertice dell'impegno ci sono la pazienza e l'intelligenza, e in quest'ordine. E al vertice della pazienza e dell'intelligenza c'è l'umiltà. Diciamo allora che la grande politica, quella piena e matura, è umile».
L'umiltà, scrive ancora Deriu, è ciò che «salva l'uomo politico dal cinismo, dall'onnipotenza e dall'idiozia narcisistica del potere per il potere». È la virtù che permette al politico di riconoscere i propri limiti, di non «scambiare le rivoluzioni con il proprio successo personale», di servire la Repubblica senza idolatrare se stesso. Di fronte a una retorica politica oggi pervasa da «orgoglio, coraggio, forza e altre esaltazioni egoiche», l'umiltà consente di agire «con speranza, dolcezza, compassione». È il perfetto contraltare del tycoon che vuole il Nobel per la pace autocertificandosi maestro di trattative: alla Art of the Deal di Trump, Deriu oppone, richiamando Fisher e Ury, il «negoziato di principi», la trattativa come etica della relazione politica, come «arte di convincere le persone a risolvere insieme un problema importante».
L'autonomia come sussidiarietà, e la sussidiarietà come eredità cristiana
La terza parte è dedicata all'autonomia, tema nel quale - lo confessa Parisi - si è maggiormente riconosciuto. Qui Deriu svolge una riflessione sul principio di sussidiarietà che, come ricorda il prefatore, «informa oggi di sé l'ordinamento della Unione Europea ma deve la sua formulazione alla Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica, dall'enciclica Rerum Novarum di Leone XIII del 1891 alla Quadragesimo Anno di Pio XI di quarant'anni dopo». È il perno su cui ruota l'intero ragionamento. La democrazia di Deriu è inseparabile da una radice culturale cristiana, e il centralismo è denunciato come «illusione idolatrica», come falsa promessa di ordine che sacrifica pluralismo e partecipazione.
Il richiamo di Leone XIV e l'attualità di un pensiero
Proprio nelle scorse ore Leone XIV ha inviato un messaggio alla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali in occasione della sessione plenaria dedicata al tema: «Gli usi del potere: legittimità, democrazia e la riscrittura dell'ordine internazionale». Il Pontefice vi afferma che «la dottrina sociale cattolica considera il potere non come un fine in se stesso, ma come un mezzo ordinato al bene comune», e che «la legittimità dell'autorità non dipende dall'accumulo di forza economica o tecnologica, ma dalla sapienza e dalla virtù con cui essa viene esercitata per il bene comune». Leone XIV avverte poi che la democrazia «rimane sana soltanto quando è radicata nella legge morale e in una vera visione della persona umana»: diversamente, «rischia di diventare o una tirannia della maggioranza o una maschera per il dominio delle élite economiche e tecnologiche».
Sono parole che sembrano scritte in dialogo con Il Principe della Repubblica. La stessa centralità della virtù, la stessa diffidenza verso la concentrazione del potere, la stessa difesa della partecipazione, lo stesso richiamo alla temperanza come «argine contro l'abuso di potere». È il recupero di una presenza cristiana, di una ispirazione cristiana della politica e dei politici. Ed è esattamente ciò che Deriu incarna: un politico che da trent'anni è lì, che c'era arrivato prima. Oggi offre non solo una dottrina ma anche un'esperienza - e poiché la scienza politica è una scienza empirica, che si sperimenta sul campo, il libro ha un valore speciale per noi cristiani. Non è un libro confessionale né un manifesto ideologico: è la testimonianza di una politica in cui la radice cristiana non si impone come dottrina, ma agisce come lievito.
Il popolo come Principe
È questo, in fondo, il messaggio profondo del libro. Il Principe della Repubblica rovescia Machiavelli perché rovescia il soggetto della politica: il Principe non è più il signore che deve conservare lo Stato, è il popolo democratico che deve imparare a governarsi. E per governarsi ha bisogno di pazienza, intelligenza e umiltà; ha bisogno di partiti veri, non di club e non di plebisciti; ha bisogno di autonomia come sussidiarietà, non di centralismo come idolatria; ha bisogno di Stato di diritto, «vero e saldo presidio della libertà», da «restaurare senza mai stancarvi».
In un tempo in cui la democrazia è messa in discussione dai suoi stessi figli, Roberto Deriu ci consegna un libro che non si limita a denunciare la malattia, ma offre - con la pazienza di chi ha visto molto e con l'umiltà di chi sa di non bastare da solo - una terapia. Da leggere, rileggere, discutere. E, soprattutto, praticare.
Marco Felipe Perfetti
Direttore Silere non possum