Roma - Vi è, nell'esercizio del potere clemenziale, una forma sottile di giustizia rovesciata che sovente sfugge all'occhio distratto dell'opinione pubblica. La notizia della grazia presidenziale concessa a Nicole Minetti - ex consigliera regionale della Lombardia, figura emblematica di quella stagione turpe nota alle cronache come "caso Ruby" - impone una riflessione che travalica il mero dato giuridico e investe, con forza dirompente, la questione morale che sta alla radice del patto tra Stato e cittadini.
Il presidente Sergio Mattarella ha firmato il decreto. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha espresso parere favorevole. La Procura generale presso la Corte d'Appello ha assentito. La macchina dello Stato, insomma, ha funzionato con quella efficienza che riserva, talvolta, ai casi che meritano una certa... sollecitudine. È la prassi, in Italia.
Il velo della privacy e il diritto a sapere
Dal Quirinale è giunto un comunicato laconico, quasi pudibondo: la grazia è stata concessa per le «gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore» che «necessita di assistenza e cure particolari». Si invoca la privacy, si abbassa il sipario, si chiede alla platea di accontentarsi. Il provvedimento risale a febbraio ed è stato reso noto solo mesi dopo grazie alla stampa, quasi di soppiatto, come se il Palazzo confidasse che la notizia si perdesse nel rumore della guerra e del gossip che investe l'informazione quotidiana. Quel comunicato ermetico - salute di un minore, privacy, niente altro - suona meno come una spiegazione e più come un'intimazione: accontentatevi, non chiedete, andate avanti. Ma la res publica, e il termine non è casuale, esige trasparenza laddove si esercita la potestà dello Stato. La grazia non è un affare privato tra il Presidente e la condannata: è un atto pubblico, finanziato dalla collettività, che deroga a una sentenza emessa in nome del popolo italiano. E quel popolo ha il diritto di sapere chi ha interceduto, con quali argomenti, attraverso quali canali. Invocare la riservatezza di un minore per blindare l'intero procedimento è un espediente che offende l'intelligenza dei cittadini prima ancora che la loro sensibilità giuridica. Una risposta simile sarebbe inaccettabile per qualsiasi atto amministrativo ordinario; diventa intollerabile quando riguarda l'esercizio di un potere costituzionale che incide sulla giustizia di un intero Paese.
Minetti era stata condannata in via definitiva - sino all'ultimo grado di giudizio - a 3 anni e 11 mesi complessivi: 1 anno e 1 mese per peculato nel processo "Rimborsopoli", 2 anni e 10 mesi per favoreggiamento della prostituzione nel processo "Ruby-bis". Non si tratta di reati bagatellari, né di errori di gioventù: si tratta di condotte che i giudici, a ogni grado del giudizio, hanno ritenuto sufficientemente provate da meritare la sanzione penale. Sul grado di incompetenza che alberga in talune aule di tribunale italiane vi sarebbe materia per interi volumi; non è tuttavia questa la sede per simile disamina. Quel che è certo è che Sergio Mattarella non figura tra coloro che avvertono l'urgenza di riformare una magistratura sempre più restia a fare i conti con i propri errori.
Il paradosso del pentimento assente
Vi è poi una circostanza che rende questa scelta ancora più problematica: Minetti non si è mai dichiarata colpevole, non ha mai manifestato ravvedimento e ha sempre proclamato la propria innocenza. È vero che la grazia non è giuridicamente subordinata al pentimento del condannato; tuttavia la sua funzione, come emerge dalla giurisprudenza costituzionale e dalla prassi istituzionale, resta legata a ragioni umanitarie e alla valutazione dell'emenda, del percorso rieducativo e del reinserimento sociale. Concedere il provvedimento a chi continua a negare la propria responsabilità rischia di spostare la grazia dal terreno della clemenza a quello, improprio, di una correzione simbolica del giudicato, attenuando il significato stesso dell'accertamento di colpevolezza sancito con sentenza definitiva.
La domanda scomoda: chi resta in carcere?
Mentre il Quirinale siglava il proprio atto di clemenza, l'Italia dibatte da mesi animosamente del caso Garlasco, dove Alberto Stasi ha scontato anni di detenzione in forza di una condanna che molti, ormai troppi, continuano a ritenere “lacunosa”. Quanti altri, privi di relazioni con il potere, di avvocati di grido, di notorietà mediatica, attendono invano che qualcuno interceda per loro presso il Palazzo? Le statistiche sugli errori giudiziari parlano di migliaia di casi nel corso dei decenni: persone che hanno subito la privazione della libertà per poi essere riconosciute innocenti. Per costoro, la grazia presidenziale rimane una chimera lontana e irraggiungibile. Senza contare coloro che la condanna, o il trattamento deteriore, lo subiscono non malgrado la propria onestà, ma proprio a causa di essa: chi ha avuto l'ardire di portare alla luce traffici occulti e accordi sotterranei sa bene che in questo Paese la verità ha spesso il sapore amaro della ritorsione.
La giustizia [non] è uguale per tutti
Non si tratta di accanimento verso Nicole Minetti, persona fisica, né di negare il valore umano dell'assistenza familiare. Si tratta di esigere coerenza, trasparenza e uguaglianza nell'applicazione di quegli strumenti giuridici che lo Stato ha costruito per temperare - non per sovvertire - la giustizia. La clemenza è una virtù nobile quando è equamente distribuita. Quando invece si concentra su coloro che hanno avuto la ventura di varcare, anche solo per interposta persona, le soglie del potere, essa cessa di essere clemenza e diventa privilegio. E il privilegio, in una Repubblica fondata sull'uguaglianza, è sempre uno scandalo costituzionale. Finché il Quirinale non vorrà - o non saprà - dissipare il fondato sospetto che vi siano cittadini ai quali la clemenza dello Stato risulta più accessibile che ad altri, quella macchia rimarrà: sul provvedimento, sulla sua gestione, e su chi ha scelto di nasconderlo.
E condannare la "mafia" resterà pura retorica finché non si avrà il coraggio di riconoscere che la sua forma più insidiosa non si annida nei vicoli di Palermo né nelle cosche della Calabria, ma nei corridoi ovattati del potere, nei favori scambiati sottovoce, nelle amicizie che non si nominano. Era Banfield, sociologo acuto e impietoso, a definire "familismo amorale" quella disposizione tutta italiana a piegare il bene comune sull'altare degli interessi di clan. Ebbene: prima che la mafia arrivi ad uccidere un politico, passa proprio da un occhio chiuso, una “buona parola” o un “amico che ci farà arrivare dove vogliamo”. Questa vicenda è, volente o nolente, una tessera di quel mosaico antico e immutabile che gli italiani riconoscono a occhi chiusi - e che, a occhi chiusi, continuano a tollerare.
p.I.R.
Silere non possum