Nella società contemporanea, attraversata da relazioni sempre più fragili e liquide, si fa strada una verità spesso ignorata: molte delle dinamiche disfunzionali nei rapporti umani affondano le radici in una formazione affettiva incompleta, quando non del tutto assente. Se ciò è vero nella società, lo è ancor di più all’interno della Chiesa Cattolica.
La formazione nei seminari — pur attenta agli aspetti dottrinali, spirituali e liturgici — spesso trascura in modo preoccupante l’educazione affettiva profonda, quella che permette a un individuo di vivere relazioni sane, autentiche e stabili. La mancanza di questa dimensione può portare alcuni a vivere una vita relazionale frammentata, segnata da chiusure, sfuggenze o al contrario da un attaccamento malsano, tutte modalità che minano la maturità relazionale.
“In questo senso, credo che possiamo dire che persone integrate per esempio, possono essere i preti e le consacrate che sanno riconoscere e benedire “il cuore”, centro unificatore e propulsore di tutto, e con creatività, coraggio, e audacia annunciano il Risorto. Non integrate sono invece le persone critiche, che hanno messo il cuore sotto chiave o sperimentano il vuoto nella loro vocazione, e allora cercano altro” ha recentemente sottolineato Papa Francesco nella prefazione al libro “Vocazioni felici. Integrare orientamento sessuale, affetti e relazioni” della psicologa Chiara D’Urbano, consultore del Dicastero per il Clero.
Relazioni “intermittenti”: un sintomo di insicurezza affettiva
Come spiega lo psichiatra Amir Levine in Attached, le persone che evitano relazioni profonde e si rifugiano in legami effimeri o “a caso” spesso adottano uno stile di attaccamento evitante, frutto di un vissuto in cui l’amore e la sicurezza non sono stati interiorizzati in modo saldo: “Gli evitanti spesso si convincono di non aver bisogno di relazioni strette, ma sotto la superficie temono profondamente l’intimità.”
In questo contesto, anche il sacerdote, se privo di un’educazione affettiva autentica, può cadere nella trappola dell’evitamento emotivo o del legame disfunzionale: relazioni senza profondità, una vita interiore segnata dalla solitudine, oppure legami di dipendenza affettiva nascosti sotto la maschera del celibato vissuto come imposizione anziché scelta libera e consapevole.
L’analfabetismo emotivo come radice del problema
Jonice Webb, nel suo libro Running on Empty, parla di deprivazione emotiva invisibile, una condizione in cui le emozioni non sono state riconosciute, né vissute, né integrate durante l’infanzia: “Se non sei stato aiutato a riconoscere e gestire le tue emozioni, finirai per ignorarle, negarle o temerle. E lo stesso farai con quelle degli altri.” È proprio di questo che parla il Papa quando parla di persone che hanno messo il “cuore sotto chiave”.
Molti candidati arrivano all’ordinazione con una fragilità emotiva mai davvero affrontata. Senza un serio lavoro su di sé, queste carenze rischiano di trasformarsi in difficoltà relazionali che si riflettono inevitabilmente nella vita pastorale: relazioni vissute come esercizio di potere invece che come servizio, incapacità di stabilire confini sani, o fughe affettive mascherate da un presunto “pudore sacerdotale”. È importante dirlo chiaramente: il cammino verso una maturità affettiva non si conclude mai del tutto — nessuno può dirsi pienamente “arrivato”. Ma questo non può diventare un alibi.
La Chiesa ha il dovere di iniziare a percorrere seriamente questa strada, imparando a integrare, come afferma la psicologa D’Urbano, questa dimensione essenziale della persona. Allo stesso tempo, però, è fondamentale che la gerarchia e i formatori non cadano nella tentazione di imporre questo percorso o, peggio, di proporre una “formazione affettiva” paternalistica e giudicante. In questo modo non si costruisce nulla.
Vergogna e vulnerabilità negate
Brené Brown, nel suo potente The Power of Vulnerability, sottolinea come la vergogna e la paura del rifiuto impediscano alle persone di esporsi emotivamente e vivere relazioni vere: “La vulnerabilità non è debolezza. È il rischio di mostrarsi. Senza vulnerabilità, non c’è amore, non c’è intimità, non c’è connessione.” Nella formazione presbiterale, spesso guardiamo alla vulnerabilità come qualcosa da evitare, anziché da integrare. Il rischio è di formare sacerdoti emotivamente distanti, incapaci di piangere con chi piange, o di gioire sinceramente con chi gioisce.
“Il Signore non ci ha chiamato al ministero o alla vita comune perché siamo “speciali”, migliori di altri, ma ci è venuto a cercare nella nostra debolezza, ha bussato al nostro cuore difettoso, ha guardato e ha amato la nostra natura umana. Noi dobbiamo rispondere con tutto questo alla Sua chiamata d’amore” ha spiegato il Papa nella prefazione al libro “Vocazioni felici”. Come scrive Chiara D’Urbano, “non è possibile pensare a una formazione efficace senza tenere conto della storia affettiva e relazionale della persona”. Se la Chiesa desidera davvero formare pastori “secondo il cuore di Cristo”, come auspicano i documenti magisteriali, è urgente riconoscere che la maturazione affettiva non è un lusso, ma un fondamento essenziale del ministero. Una formazione che ignora il cuore, che trascura la vita emotiva, rischia di produrre – come dice ancora D’Urbano – “ministri incapaci di stabilire relazioni sane, talvolta inconsapevoli delle proprie ferite, e quindi più esposti a comportamenti disfunzionali”. Non basta una preparazione intellettuale o teologica: serve un cammino integrale, in cui il seminarista sia accompagnato a conoscere sé stesso, a fare pace con la propria storia, a vivere la propria affettività in modo maturo e fecondo. È tempo di superare ogni diffidenza verso l’apporto delle scienze umane. “Psicologia e spiritualità non sono in opposizione, ma possono cooperare nella ricerca della verità sull’uomo”, scrive D’Urbano. Solo in questa prospettiva sarà possibile costruire un nuovo paradigma formativo, capace di generare sacerdoti liberi interiormente, sereni nella propria identità, e quindi capaci di amare e servire con autenticità. Perché solo un uomo riconciliato con sé stesso può diventare davvero un pastore secondo il cuore di Dio.
d. A. L.
Silere non possum