Genova – C’è un limite che non dovrebbe mai essere oltrepassato: quello tra il sacro e il profano. Eppure, nelle scorse ore, un video pubblicato su TikTok da don Roberto Fiscer, sacerdote dell’arcidiocesi di Genova, ha destato sconcerto. Il video riprende il presbitero con gli abiti liturgici che sta celebrando la Santa Messa. Al momento dell’Offertorio, invece di recitare le parole del Messale, il sacerdote ha scelto di sincronizzare i gesti liturgici con le strofe della canzone Rossetto e cioccolato di Ornella Vanoni. Non si tratta soltanto della base musicale: dal movimento delle labbra appare evidente che sta cantando il testo del brano.
Il risultato? Mentre il calice viene riempito di vino e l’ostia viene sollevata, in sottofondo si ode: «Si fa così, è tutto apparecchiato, per il cuore e per il palato…».
Il testo e il suo significato
La canzone di Ornella Vanoni, contenuta nell’album Sheherazade del 1995, non è un brano neutro. Dietro il linguaggio culinario si cela un’evidente metafora erotica: l’amore e il desiderio sessuale vengono raccontati attraverso immagini di cucina, tra zucchero, farina, latte e cioccolato. L’atto amoroso è descritto come una lenta preparazione gastronomica, dove la dolcezza del cibo diventa allegoria di sensualità e piacere.
Difficile non cogliere l’intento: il testo non parla di pane e vino come segni sacramentali, ma di eros, seduzione e gioco carnale.
Il gesto di don Fiscer
Che cosa significa “mixare” un brano del genere con l’atto più importate e cuore della liturgia? Presentare il pane e il vino sulle note di un testo a sfondo sessuale non è una trovata “simpatica” o “moderna”, come forse qualcuno vorrebbe difendere. È, al contrario, un atto che banalizza l’Eucaristia, riducendo il mistero della presenza reale di Cristo a scenetta da social network.
Non serve ricordare quanto si sia discusso, negli ultimi anni, sull’uso distorto della liturgia in chiave erotica e sessualenelle vicende che hanno visto coinvolto l’ex gesuita Marko Ivan Rupnik. È chiaro, dunque, che simili gesti non hanno nulla di “simpatico”: si configurano piuttosto come atti di blasfemia. Il fatto che un sacerdote non ne percepisca la gravità mette in luce, ancora una volta, le gravi lacune formative di certe comunità alle quali negli ultimi anni si è data anche la possibilità di incardinare ministri sacri.
Va sottolineato, infatti, che don Fiscer si è formato alla scuola della Comunità Nuovi Orizzonti, realtà rispetto alla quale diverse voci autorevoli hanno già evidenziato criticità serie proprio sul piano della comprensione del ministero sacro e della corretta concezione dell’Eucaristia.
Sacro o spettacolo?
Il rischio è evidente: trasformare l’altare in palcoscenico, il sacerdote in attore, la liturgia in intrattenimento. Eppure, il Concilio Vaticano II e tutti i documenti precedenti e successivi sulla liturgia sono chiari: la celebrazione eucaristica non appartiene al sacerdote, non è un suo “spazio creativo”, ma è azione di Cristo e della Chiesa.
Abbandonare le parole del Messale per sostituirle con quelle di una canzone pop significa distorcere il rito e piegarlo a un fine estraneo. Non evangelizzazione, ma spettacolarizzazione. Non annuncio del Vangelo, ma ricerca di visibilità.
Nelle ultime settimane questo presbitero ha ricevuto ampia visibilità sui media della Conferenza Episcopale Italiana e persino della Santa Sede, chiamato a illustrare i tratti essenziali del cosiddetto missionario digitale – un titolo che, in realtà, qualcuno sembra essersi semplicemente autoattribuito. Eppure, proprio ciò che egli ha messo in scena rappresenta l’esatto contrario di quello che un missionario digitale dovrebbe fare. Mentre sugli organi vaticani don Fiscer invitava a “fuggire il narcisismo”, il suo comportamento tradisce piuttosto i segni di un narcisismo patologico, che rivela una preoccupante mancanza di consapevolezza del proprio ministero.
Una deriva da fermare
Non è questione di moralismo o di rigidità liturgica, ma di rispetto. Se davvero si crede che l’altare custodisca il mistero più grande – il sacrificio di Cristo che si rinnova – allora non si può permettere che esso venga contaminato da ciò che nulla ha a che vedere con la fede.
Alla luce di quanto Fiscer ha messo in scena in questi anni, viene spontaneo domandarsi che cosa facciano i suoi arcivescovi e i vicari generali. L’episodio recente è gravissimo, ma rappresenta solo il culmine di una lunga serie di atteggiamenti inadeguati che hanno come palcoscenico il presbiterio, davanti al Santissimo Sacramento, dove Fiscer si è esibito persino ballando con parrucche, scivolando spesso nel ridicolo.
Se monsignor Marco Doldi dedicasse meno energie alla vana attesa di una nomina episcopale che non arriverà mai e meno attenzioni alle fasce paonazze, forse potrebbe occuparsi un po’ di più della formazione e della condotta dei suoi preti. E non sarebbe certo un male.
Leone XIV ai ministranti ha detto: “Tra le mani del sacerdote, e alle sue parole «questo è il mio Corpo, questo è il mio Sangue», Gesù dona ancora la sua vita sull’altare, versa ancora il suo sangue per noi oggi. La celebrazione della Messa ci salva oggi! Salva il mondo oggi! È l’evento più importante della vita del cristiano e della vita della Chiesa, perché è l’incontro in cui Dio si dona a noi per amore, ancora e ancora. Il cristiano non va a Messa per dovere, ma perché ne ha assolutamente bisogno; il bisogno della vita di Dio che si dona senza chiedere nulla in cambio!”
Don Fiscer, con questo gesto, ha varcato una soglia pericolosa: ha confuso l’Eucaristia con un format social, ha sostituito la Parola della Chiesa con un testo erotico. E così, invece di attrarre i giovani alla bellezza del Vangelo, ha rischiato di banalizzare la fede davanti a milioni di spettatori. Ed è qui che la profanazione si compie.
d.A.C.
Silere non possum