«Tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell’ascoltarla». La frase, riportata da Kaspar Schoppe come testimone oculare della lettura della sentenza, riassume un dato storico molto importante: davanti ai giudici Giordano Bruno non cercò l’uscita più sicura, ma volle restare fedele alle sue idee fino alle conseguenze estreme.

Che cosa significa, allora, “pronunciare una sentenza che condannava al rogo” contro qualcuno? E siamo sicuri che quel gesto appartenga soltanto ai tribunali di un’altra epoca?  Anche oggi, dentro la Chiesa e sui social, c’è una parte del popolo di Dio e anche del clero che, davanti a una voce percepita come diversa, preferisce delegittimarla invece di affrontarne le ragioni? Il 17 febbraio 1600, all’alba, Bruno viene condotto in Campo de’ Fiori e messo al rogo. Le cronache dell’epoca descrivono un condannato sorvegliato e ridotto al silenzio per evitare parole pubbliche prima dell’esecuzione; riferiscono anche il gesto di voltare il volto davanti al crocifisso che gli viene mostrato. 

Sono dettagli che non cambiano la sostanza dell’atto finale: l’ex domenicano non ritrattò. E oggi, senza più il potere di bruciare un uomo in una piazza, quali mezzi restano a chi vuole “spegnere” una voce? Si ricorre spesso a quelli che sono a portata di mano: invadere i commenti sotto un post per insultare, intimare di tacere e “ritirarsi a vita privata”, insinuare sospetti sulla persona, avvelenare la reputazione, far circolare voci e accuse inventate, arrivando perfino a evocare l’inferno come clava morale. Nel racconto del processo, Ciliberto mostra quanto pesassero le deposizioni e la catena delle testimonianze, fino a ricordare una lista di “heresie et errori” costruita anche sulle dichiarazioni dei «testes criminosi».

Quel punto di arrivo arriva dopo un lungo percorso. Bruno aveva lasciato l’Ordine domenicano, aveva attraversato città e corti europee, aveva cercato protezioni e spazi di insegnamento, spesso entrando in conflitto con ambienti accademici e religiosi. Il suo profilo pubblico era quello di un intellettuale combattivo, capace di attirare attenzione e ostilità, poco incline alla prudenza quando si trattava di difendere le proprie tesi. E quando l’ostilità cresce, come si costruisce un clima che rende “accettabile” la punizione? Nel carcere veneziano, scrive Ciliberto, l’incontro con alcuni compagni di prigionia fu “fatale”: avrebbero contribuito “ad accendere il rogo”, riferendo “punto per punto” ciò che Bruno diceva “senza alcun ritegno”. Non è un meccanismo che ricorda, in scala diversa, certe dinamiche di branco digitale, dove la delazione diventa screenshot, l’insinuazione diventa thread, l’accusa si ripete finché sembra vera?

Il processo non ruota attorno a un singolo enunciato “scientifico”. Le contestazioni investono insieme cosmologia e teologia: l’idea di un universo infinito e di mondi molteplici, una visione della natura e del divino che urta i confini dottrinali dell’epoca, posizioni che nelle carte processuali vengono lette come incompatibili con l’ortodossia. Per l’Inquisizione l’obiettivo è ottenere una sottomissione formale. Per Bruno, col passare dei mesi, la scelta diventa un aut-aut pratico: firmare l’abiura e salvarsi, oppure respingerla e affrontare la condanna. Anche oggi, nella Chiesa, si incontra una forma di ipocrisia che pretende una “sottomissione formale”: far finta che vada tutto bene, purché l’apparenza resti intatta. E se qualcuno, per coerenza morale, rifiuta di recitare quella parte? Diventa un bersaglio: si invocano scuse pubbliche, si alimenta la gogna e si organizzano shitstorm. Ciliberto mostra quanto l’abiura avesse per Bruno un peso simbolico e personale enorme, un ostacolo “troppo duro” da accettare. Bruno, però, non finì al rogo per un impulso. Passò anni in carcere, ascoltò teologi e intermediari, ricevette pressioni continue, gli venne proposta più volte una via d’uscita: ritrattare e “chiudere” la vicenda. Quando la sentenza fu letta e l’esito divenne inevitabile, non arretrò. Conosceva bene che cosa significava, nel diritto penale del tempo, essere dichiarato impenitente e ostinato. La sua fermezza fu una scelta consapevole, fondata sull’accettazione del rischio.

Nel tempo, la Chiesa ha riconosciuto che quelle procedure e quel modo di trattare il dissenso erano incompatibili con una reale ricerca della verità. Eppure, oggi, nei confronti di chi non la pensa come noi, ricompaiono dinamiche simili, soprattutto nello spazio pubblico dei social: non si discutono le ragioni, si colpisce la persona.

Colpisce anche un paradosso: spesso si è più rispettosi e accomodanti con chi sta “fuori” dal recinto ecclesiale, ad esempio un anglicano o un buddista, che con un chierico o un cattolico che decide di prendere le distanze dal gruppo, dalla linea dominante, da un certo modo di fare. Il punto non è stabilire se Bruno avesse ragione o torto, né se oggi abbiano ragione o torto coloro che dissentono. La questione è il metodo: quando la gestione del conflitto passa per l’isolamento, la delegittimazione, la pressione a rientrare nei ranghi, il rischio è assumere modalità più da setta che da comunità cristiana. Ciliberto parla di “calunnia infamante” per descrivere un’accusa che Bruno non tollerava: un dettaglio utile per capire quanto la diffamazione pesi nelle biografie e nei conflitti intellettuali, molto più di quanto lo si voglia ammettere.

s.G.N.
Silere non possum