Città del Vaticano - Il Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica ha inviato in questi giorni una lettera alle consacrate e ai consacrati di tutto il mondo in vista della 30ª Giornata della Vita Consacrata. Il documento, datato 28 gennaio 2026, porta un titolo programmatico: “Profezia della presenza: vita consacrata dove la dignità è ferita e la fede è provata”. Fin dalle prime righe il Dicastero dichiara l’intenzione di questo testo: raggiungere “idealmente” le comunità “in ogni parte del mondo”, nei luoghi concreti della missione, per esprimere riconoscenza a una vita “seme sparso nelle pieghe della storia”.
Nel cuore del testo c’è una fotografia del tempo presente. Il Dicastero richiama quanto visto nell’ultimo anno durante viaggi e visite pastorali: conflitti, instabilità sociale e politica, povertà, emarginazione, migrazioni forzate, condizioni di minoranza religiosa, violenze e tensioni che mettono sotto pressione la dignità delle persone, la libertà e, in alcuni casi, la stessa fede. In questo scenario viene proposta una definizione densa: la vita consacrata come “presenza che resta”, accanto ai popoli e alle persone ferite, là dove il Vangelo si vive “in condizioni di fragilità e di prova”.
Il termine chiave, ripetuto e sviluppato, è restare. Il Dicastero lo colloca dentro fratture diverse: fragilità istituzionali e insicurezza, pressioni e restrizioni sulle minoranze religiose, società in cui il benessere convive con solitudini, polarizzazioni, nuove povertà e indifferenza, fino alle disuguaglianze e alle violenze che logorano la convivenza civile. Proprio per questo, aggiunge il testo, una presenza “fedele, umile, creativa, discreta” diventa segno che Dio non abbandona il suo popolo.
Da qui la conseguenza pratica: il “restare” si traduce in gesti. Il Dicastero parla di parole che disarmano, relazioni che sostengono il dialogo tra culture e religioni, scelte che proteggono i piccoli anche quando comportano un costo, pazienza nei processi (anche dentro la comunità ecclesiale), perseveranza nei percorsi di riconciliazione costruiti nell’ascolto e nella preghiera, fino al coraggio della denuncia di situazioni e strutture che negano dignità e giustizia. Questa postura non riguarda solo la sfera individuale o comunitaria, ma diventa una parola profetica per tutta la Chiesa e per il mondo.
La seconda parte della lettera allarga lo sguardo alle forme della vita consacrata, lette come espressioni complementari della stessa profezia. La vita apostolica come prossimità operosa; la vita contemplativa come intercessione e fedeltà che custodisce speranza quando la fede è provata; gli Istituti secolari come “lievito discreto” nelle realtà sociali e professionali; l’Ordo virginum come segno di gratuità e fedeltà che apre al futuro; la vita eremitica come richiamo al primato di Dio e all’essenziale che “disarma il cuore”. La sintesi è affidata a tre verbi: restare con amore, non abbandonare, non tacere.
In questo quadro si inserisce un riferimento esplicito a Papa Leone XIV. Il Dicastero riprende la sua insistenza sul tema della pace come cammino quotidiano che chiede ascolto, dialogo, pazienza e conversione personale e comunitaria, con il rifiuto della logica della prevaricazione. La pace, scrive la lettera, matura dall’incontro, dalla responsabilità condivisa e dalla capacità di cammino sinodale: così la vita consacrata può diventare, spesso “senza clamore”, artigiana di pace.
Il testo si chiude con un richiamo all’esperienza del Giubileo della vita consacrata e alla definizione di consacrate e consacrati come “pellegrini di speranza sulla via della pace”, presentata come stile evangelico da incarnare ogni giorno, proprio dove la dignità è ferita e la fede è provata.
d.L.V.
Silere non possum