Roma - «Non è compito della politica interferire nel nostro sistema giuridico». La frase del presidente della Confederazione svizzera Guy Parmelin, pronunciata dopo la decisione italiana di richiamare l’ambasciatore a Berna, è la sintesi più severa e più chiara di quanto sta accadendo: il governo italiano ha trasformato un atto diplomatico raro e grave in una clava da usare contro un tribunale. Con un dettaglio che rende l’operazione ancora più imbarazzante: quel tribunale, in Svizzera, è indipendente dalla politica esattamente come lo è la magistratura italiana.
Il richiamo di un ambasciatore, nella prassi internazionale, serve a segnalare una crisi tra governi: è un gesto politico forte, spesso letto come sospensione del dialogo o come avvertimento che le relazioni stanno entrando in una fase critica. Ha un valore soprattutto simbolico, perché l’ambasciata continua a funzionare, ma lo Stato che richiama l’ambasciatore resta senza un rappresentante formale per un tempo indefinito: giorni, settimane, perfino mesi. Si usa la formula “richiamato per consultazioni”, proprio perché la diplomazia si muove per messaggi calibrati, non per sceneggiate. Qui, invece, l’Italia ha richiamato l’ambasciatore in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, per protestare contro la scarcerazione di Jacques Moretti, proprietario del locale di Crans-Montana dove l’incendio di Capodanno ha causato 40 morti. È un fatto drammatico, che merita giustizia e verità. Ma il punto politico sta tutto nella scelta del bersaglio: non una decisione del governo svizzero, non un atto ostile dell’esecutivo di Berna, bensì un provvedimento giudiziario.
L’obiettivo dichiarato del richiamo è arrivare a “rappresentare viva indignazione” alla procuratrice generale del Canton Vallese e contestare il tribunale che ha disposto la scarcerazione. È una forzatura istituzionale, oltre che un uso irrituale dello strumento diplomatico. Questa scelta rivela una ignoranza istituzionale che fa paura, perché scambia deliberatamente i piani: diplomazia e giustizia; governo e tribunali; pressione politica e autonomia dei poteri. Il governo svizzero “non potrebbe in alcun modo influenzare la decisione di un suo tribunale”: non è una giustificazione di comodo, è un principio di Stato di diritto. Ed è lo stesso principio che, in Italia, viene invocato quando fa comodo e dimenticato quando serve un nemico esterno per i titoli dei giornali. Un’operazione che smaschera il populismo più triviale a cui questo governo continua ad aggrapparsi: una sequenza di gesti simbolici pensati per fare rumore e occupare il ciclo mediatico e colpire la pancia di questo Paese, non per produrre risultati. In questo schema, Tajani e Meloni finiscono per risultare persino più populisti dei Cinque Stelle.

C’è poi l’ipocrisia internazionale, ancora più stridente se si guarda alla retorica filoamericana che accompagna questa maggioranza. Negli Stati Uniti, la scarcerazione in attesa di processo tramite cauzione è una pratica ordinaria: ogni giorno migliaia di persone tornano libere perché possono pagare, o perché interviene il mercato delle bail bonds. A volte questo riguarda reati anche gravi, con un sistema che ha prodotto per anni distorsioni evidenti e diseguaglianze: chi ha soldi esce, chi non li ha resta dentro. Se davvero quella è l’“America” che una certa politica italiana ama citare (e che Giorgia Meloni evita accuratamente di criticare quando il riferimento è Trump), allora l’indignazione selettiva contro la Svizzera diventa una pagliacciata.
Sul piano pratico, l’iniziativa italiana rischia di ottenere l’unico risultato certo: deteriorare rapporti con un vicino strategico, senza incidere minimamente sul procedimento giudiziario svizzero. La diplomazia si logora quando viene usata come megafono. Il richiamo dell’ambasciatore, per definizione, è uno strumento da impiegare per aprire un canale di chiarimento tra governi, non per fare pressione su una procura o su un tribunale. Il resto è teatro: utile forse per qualche dichiarazione “muscolare”, inutile per le vittime, dannoso per la credibilità dello Stato.
Un governo serio, davanti a una tragedia, agisce su binari concreti: cooperazione giudiziaria, tutela dei familiari, acquisizione degli atti, collaborazione investigativa, accertamento delle responsabilità civili e percorso verso i risarcimenti. Qui, invece, si è imboccata la scorciatoia più rumorosa e più sterile. E a questo punto il nodo non sembra essere la Svizzera, ma la qualità della classe dirigente italiana.
R.V.
Silere non possum