Città del Vaticano - Chi apre un conto presso l'Istituto per le Opere di Religione firma moduli, sottoscrive condizioni, riceve rassicurazioni sulla riservatezza dei propri dati. Quello che non gli viene detto è che quei dati possono finire, senza alcun ordine dell'autorità giudiziaria e senza alcuna richiesta dell'Autorità di Supervisione e Informazione Finanziaria, sulla scrivania di un dicastero della Curia Romana. O, come vedremo, direttamente su quella del Papa.
L'episodio che svela il sistema
Con Papa Francesco, la gestione del denaro in Vaticano era peggiore di quella praticata nella Cina più dittatoriale, Paese con il quale, del resto, non ebbe alcuna difficoltà a concludere accordi segreti. L’unica differenza è che aveva la stampa dalla sua parte.
Al cardinale arciprete emerito della Basilica di San Pietro in Vaticano, Bergoglio arrivò a indicare l’esatta somma depositata sul suo conto corrente allo IOR. Un cardinale che, peraltro, disponeva di ben poco denaro, avendo l’abitudine di destinare una parte consistente delle proprie risorse alla carità e al sostegno di diverse persone. Se una simile vicenda fosse emersa in Russia, la stampa occidentale avrebbe giustamente condotto una battaglia contro il Capo dello Stato. In Vaticano, invece, tutto era consentito. O meglio: lo era sotto Papa Francesco. E continua ad esserlo quando le vittime sono prelati e chierici. Basta però toccare qualche amico di qualche giornalista perché scoppi il caos. La legge e la giustizia non possono funzionare in questo modo. Devono valere nello stesso modo per tutti. Vi sono diritti umani fondamentali che devono essere rispettati e non è possibile fingere di essere uno Stato di diritto soltanto perché, una volta all’anno, arriva l’Autorità di Moneyval ad assegnare il proprio “bollino giallo”, “bollino rosso” o “bollino così così”.
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