Bartłomiej Włodzimierz Krakowiak aveva percorso a piedi oltre milletrecento chilometri, da Varsavia al santuario di Medjugorje, in Bosnia-Erzegovina. Quel pellegrinaggio gli aveva conferito una notorietà improvvisa, sino a procurargli un ruolo da protagonista nel documentario polacco «Powołany 2». La sua vicenda veniva proposta come la testimonianza luminosa di una conversione capace di commuovere migliaia di fedeli, in Polonia e altrove.
Il 28 luglio, lo stesso uomo, oggi trentunenne, è stato arrestato dalla polizia bosniaca con l’accusa di avere ricoperto di vernice nera la statua della Vergine venerata sulla collina delle presunte apparizioni e di avere tentato di incendiare l’altare esterno della parrocchia di San Giacomo. Sul luogo ha lasciato anche uno striscione nel quale definiva impostori i sei veggenti storici di Medjugorje. Ora rischia una pena sino a cinque anni di reclusione.
Tra il pellegrino osannato e il vandalo condotto in manette sono trascorsi pochi anni. Un intervallo esiguo, durante il quale il travaglio interiore di Krakowiak sembra avere mutato forma senza trovare alcuna autentica composizione. Finché quel tormento assumeva i contorni di un’ascesi itinerante, di lacrime versate dinanzi a una platea e di una testimonianza capace di riempire sale e chiese, veniva interpretato come un segno della grazia all’interno della comunità cattolica. Nessuno, fra quanti lo ascoltavano rapiti, pare essersi domandato se dietro quella tensione assoluta verso un luogo, una fantomatica apparizione e un’esperienza da rievocare incessantemente si celasse una sofferenza meritevole anche di uno sguardo clinico.
La sua storia, del resto, funzionava. Poteva essere esibita come vessillo, adoperata per confermare una narrazione già predisposta, offerta ai fedeli quale prova vivente della potenza salvifica attribuita al santuario. Quando la medesima vulnerabilità, mai davvero indagata né curata, ha imboccato una deriva distruttiva, il racconto si è capovolto nello spazio di un breve e spiritualiggiante comunicato stampa. Il convertito esemplare ha ceduto il posto allo squilibrato, al provocatore e, secondo alcuni, persino al satanista: un corpo ormai estraneo, dal quale prendere le distanze con premura.

René Girard aveva individuato il meccanismo attraverso il quale una comunità concentra su un individuo il peso di una contraddizione che non intende riconoscere come propria. Il capro espiatorio viene dapprima investito di una funzione simbolica, talvolta persino innalzato, e successivamente sacrificato affinché la collettività possa ricompattarsi espellendo ciò che la inquieta. Krakowiak è stato utile finché la sua vicenda confortava l’immaginario di Medjugorje; divenuto imbarazzante, è stato riconsegnato alla solitudine dalla quale, con ogni probabilità, non era mai realmente uscito.
La storia religiosa conosce da secoli questa oscillazione fra venerazione e ripudio. Nella Parigi del primo Settecento, sulla tomba del diacono giansenista François de Pâris, le presunte guarigioni miracolose e le violente crisi dei cosiddetti convulsionari di Saint-Médard richiamarono folle immense. La devozione popolare accolse e alimentò il fenomeno finché esso poté essere contemplato come prodigio. Quando le convulsioni divennero disordine pubblico e scandalo politico, la corona fece chiudere il cimitero e i medici reali ricondussero quelle manifestazioni all’impostura.
Fu allora che un anonimo affisse la celebre iscrizione: «De par le roi, défense à Dieu de faire miracle en ce lieu», per ordine del re è vietato a Dio compiere miracoli in questo luogo. Il fenomeno non era improvvisamente mutato; era venuta meno la sua utilità per coloro che ne amministravano il significato.
Qualcosa di analogo emerge dagli studi di Gabriella Zarri sulle cosiddette «sante vive» e sulla simulazione della santità fra Medioevo ed età moderna. Le mistiche accolte e patrocinate dalle corti italiane del Rinascimento potevano diventare strumenti di legittimazione religiosa e politica. La loro fama veniva coltivata finché produceva consenso, prestigio e influenza. Quando quella stessa fama sfuggiva al controllo o cessava di servire il potere che l’aveva incoraggiata, la santa poteva essere consegnata ai tribunali ecclesiastici e accusata di «simulata santità».
Il crinale fra la mistica e l’ossessa, fra la donna ispirata e l’impostora, veniva dunque tracciato secondo rapporti di forza, interessi e convenienze. Michel Foucault lo comprese quando, nella sua «Storia della follia nell’età classica», mostrò come il confine fra visione e delirio dipenda anche dall’autorità che pretende di stabilirlo. La società non si limita a riconoscere la follia: la circoscrive, le attribuisce un nome, decide quando ascoltarla, quando esibirla e quando rinchiuderla.
Il caso di Krakowiak appartiene a una trama molto più ampia, che investe l’arcipelago di associazioni e comunità laicali sorte attorno alla spiritualità di Medjugorje. Se ne contano circa quaranta. Molte di esse si rivolgono a persone segnate dalla tossicodipendenza, dall’alcolismo, dalla marginalità o da profonde sofferenze psichiche, proponendo itinerari nei quali il linguaggio terapeutico viene continuamente intrecciato a quello spirituale.
La Comunità Nuovi Orizzonti, fondata da Chiara Amirante, ha elaborato la cosiddetta «Spiritherapy», presentata come un metodo capace di coniugare elementi psicologici e spirituali. Dietro questa formula, suggestiva e facilmente spendibile sul piano comunicativo, rimane tuttavia una questione decisiva: quali competenze possiedono coloro che intervengono su dipendenze, traumi e patologie, e a quale forma di controllo professionale sono sottoposti?

All’interno di queste realtà operano spesso persone prive di una laurea in psicologia, di un’abilitazione professionale o dell’iscrizione al relativo ordine. Quando individui senza preparazione clinica assumono un’autorità sulle coscienze di persone fragili, il rischio di soprusi, manipolazioni e dipendenze affettive diventa concreto. Le testimonianze raccolte nel tempo restituiscono talvolta ambienti dominati dall’esaltazione, dal culto della personalità e da un’obbedienza confusa con la guarigione. La commistione fra foro interno e foro esterno, in Nuovi Orizzonti, è all’ordine del giorno. La comunità di recupero lascia così spazio a una struttura chiusa, nella quale il fondatore o il responsabile pretende di interpretare ogni comportamento, ogni caduta e ogni resistenza attraverso categorie spirituali.
Il medesimo fenomeno prolifera oggi sui social network, dove pagine Instagram e profili TikTok amministrati da sedicenti “custodi esclusivi dell’autentica fede cattolica” costruiscono il proprio seguito secondo le logiche del guruismo: posizioni oltranziste, semplificazioni brutali e una retorica religiosa adoperata come rivestimento ideologico delle espressioni più radicali della destra estrema.
L’algoritmo premia la violenza verbale, la contrapposizione e l’eccesso: aumentano le visualizzazioni, i commenti, le condivisioni e, insieme a essi, il prestigio di chi ha imparato a trasformare il Vangelo in uno strumento di mobilitazione identitaria.
La stessa logica opera nelle comunità ecclesiali quando l’esperienza personale viene sottratta alla sua complessità e offerta indistintamente a una platea. Il tossicodipendente, l’alcolista, la persona reduce da una crisi psichica diventano prove viventi di un metodo. Le loro storie vengono condotte sugli amboni, consegnate ai convegni, inserite nei documentari e utilizzate per dimostrare che il percorso proposto «funziona». In realtà, l’uomo ferito si trasforma in un trofeo. La sua intimità, le sue ricadute, i suoi traumi e la sua vergogna vengono subordinati alle esigenze propagandistiche della comunità. Accade regolarmente anche in realtà come Nuovi Orizzonti, dove la testimonianza pubblica di laici chiamati a raccontare la propria tossicodipendenza nelle chiese è divenuta una consuetudine. La persona finisce per coincidere con la propria caduta e con il racconto edificante che altri hanno costruito attorno a essa. Il metodo ricorda quello delle organizzazioni settarie, compresi alcuni ambienti mormoni, nelle quali la confessione pubblica e la narrazione della rinascita rafforzano il controllo del gruppo sull’individuo.
Alla radice di questo modo di agire si annida una pretesa precisa: «Sono io, comunità, a stabilire chi sei». Una forma di appropriazione della persona che, nella Chiesa cattolica, si manifesta sempre più spesso con inquietante sicumera. La situazione muta non appena il trofeo mostra le prime crepe. Se la persona ricade, protesta, si sottrae al controllo o compie un gesto capace di incrinare la reputazione della comunità, viene abbandonata con la stessa rapidità con cui era stata esibita. Il problema originario, del resto, non è mai stato affrontato: è stato soltanto ricoperto dalla glassa rassicurante della «Spiritherapy».
La spiegazione religiosa consente poi di eludere ogni responsabilità per la comunità: si evoca il demonio, si parla di rifiuto della grazia, si attribuisce il fallimento alla mancanza di fede o alla cattiva volontà dell’interessato. Il sistema rimane intatto e il soggetto fragile viene espulso portando con sé l’intero peso dello scandalo.
La sovrapposizione fra psicologia e spiritualità impone, perciò, la più severa cautela. Silere non possum ne aveva già denunciato i pericoli anni fa, richiamando l’attenzione sulle conseguenze di una confusione tanto seducente quanto insidiosa.
Quando una dipendenza, una sindrome o una sofferenza clinicamente grave vengono interpretate anzitutto come «ferite del cuore», possessioni, mancanze di perdono o grazie ricevute a Medjugorje, la cura rischia di essere subordinata alla narrazione religiosa.
La fede può sostenere una persona durante un percorso terapeutico, purché rimanga rispettosa delle competenze, dei limiti e dell’autonomia del paziente. Diventa invece pericolosa quando pretende di diagnosticare, quando sostituisce il discernimento spirituale alla valutazione clinica e quando stabilisce quali sofferenze siano abbastanza edificanti da meritare un palco e quali debbano essere rimosse perché compromettono l’immagine della comunità.
Nel caso di Krakowiak, il problema precede di molto il vandalismo compiuto sulla collina di Medjugorje. Quando il suo disagio produsse un pellegrinaggio di milletrecento chilometri, venne salutato come fervore. Quando lo stesso disagio ha condotto alla vernice nera e al tentativo di incendio, è stato immediatamente ricondotto alla patologia o all’azione del maligno. Nel frattempo, nessuno sembra essersi preoccupato di domandargli come stesse davvero, prima che il suo volto diventasse quello del «convertito modello» e prima che la sua caduta lo trasformasse in un reprobo.
Riconoscere questa omissione comporterebbe l’assunzione di una responsabilità collettiva assai scomoda: avere scambiato una sofferenza psichica per santità, averla amplificata e utilizzata finché risultava funzionale alla causa. Risulta molto più agevole liquidare Krakowiak come un pazzo isolato, recidendo ogni legame con l’ambiente che lo aveva celebrato e applaudito.
L’unico auspicio possibile, oggi, riguarda lui. Da certe comunità sarebbe vano attendersi un esame di coscienza: chiunque tenti di mostrarne le responsabilità viene immediatamente screditato, colpito e ricoperto di fango, quasi fosse colpevole di avere osato nominare un male ormai diffuso come un cancro in metastasi.
L’auspicio è che questo giovane trovi finalmente qualcuno disposto ad ascoltarlo senza ridurlo a simbolo, santone, convertito, indemoniato o nemico di Medjugorje. Qualcuno capace di raggiungere la persona rimasta per anni sepolta sotto il personaggio che altri avevano costruito e adoperato. Il suo eventuale miracolo non offrirà materiale ai documentari né nuove testimonianze dagli amboni: coinciderà con la possibilità, tardiva ma essenziale, di non essere più abbandonato alla propria solitudine.



