Città del Vaticano - Al Meeting di Rimini Giorgia Meloni ha parlato senza contraddittorio: applausi programmati, slogan e retorica identitaria. Ma dopo quasi tre anni al potere, quanti dei “mattoni nuovi” rivendicati sono realtà, e quanti solo propaganda?

La forma: il monologo acclamato

Il primo aspetto che colpisce non è tanto il contenuto, quanto lo stile. Un discorso di oltre un’ora, senza domande, senza interlocutori, interrotto solo da applausi. Non un dialogo – che sarebbe stato coerente con l’ambiente creato da Comunione e Liberazione in questi quarantasei anni – ma un monologo autocelebrativo. Il format ricorda più un comizio di partito che un intervento istituzionale di un premier.

La platea, composta soprattutto da simpatizzanti, si sollevava plaudente a ogni intonazione più marcata e a ogni slogan scandito dalla premier che leggeva dal gobbo. Non era il merito delle parole a suscitare consenso, ma il fatto che Meloni ripetesse esattamente ciò che il pubblico desiderava sentirsi dire. È vero: la premier rivendica alcuni valori cattolici, seppure più a parole che nei fatti. Ma concederle la passerella per l’ennesimo comizio appare eccessivo persino per quelle realtà che, purtroppo, hanno al loro interno chi non guarda alla coerenza politica, né al rapporto con la Chiesa o con la Santa Sede, ma semplicemente al potere. A qualcuno, travisando lo spirito originario del Meeting, basta osannare chi stringe lo scettro, al di là di ogni altra considerazione. Emblematica in questo senso l’apertura di Bernard Scholz: un’introduzione in cui l’elogio al governo ha sostituito persino quel minimo di distacco e imparzialità che il Meeting di Rimini dovrebbe almeno formalmente dissimulare.


La retorica dei “mattoni nuovi”

Il filo conduttore del discorso – i “mattoni nuovi” – si regge su una metafora letteraria – quella scelta dal Meeting come titolo per quest’anno – che però è stato piegato a slogan politico da Meloni. Ma cosa significa concretamente? Quali sono i mattoni realmente posati in quasi tre anni di governo, e quali quelli evocati solo per strappare consensi?

Meloni cita:

Politica estera: rivendica il “ritorno di autorevolezza” dell’Italia. Ma questo risultato è strutturale o solo il riflesso del contesto internazionale (Ucraina, Gaza, relazioni USA-Europa) che l’ha costretta a scelte obbligate?

Immigrazione: proclama un drastico calo degli sbarchi. Eppure, i dati raccontano oscillazioni legate soprattutto ai rapporti con la Libia e alla variabilità delle rotte, non a una svolta strutturale o a provvedimenti seri sul tema. Anzi, c’è stato uno spreco ingente di denaro nella creazione di hotspot che sono ancor oggi vuoti. 

Caivano e legalità: evoca un “modello” di riscatto dei territori. Ma è davvero replicabile in scala nazionale o resta un intervento spot, utile più a livello comunicativo che sostanziale?

Natalità e famiglie: promette “un piano casa per giovani coppie” e rivendica congedi e asili. Ma dopo tre anni i dati demografici peggiorano, e l’Italia resta fanalino di coda in Europa.

Lavoro: celebra “un milione di posti” e record di occupazione femminile. Ma quanti sono stabili, e quanto incide la qualità del lavoro rispetto alla precarietà dilagante?

© Meeting di Rimini
© Meeting di Rimini

Gli applausi facili del Meeting

Alcuni passaggi sembravano studiati a tavolino per garantire applausi sicuri dal pubblico del Meeting: la citazione di Pier Giorgio Frassati, i richiami all’identità religiosa e occidentale, l’attacco al reddito di cittadinanza, la difesa della famiglia tradizionale. Senza dimenticare l’uso strumentale di temi presentati più in chiave polemica, “contro” qualcuno, che come proposte realmente inclusive. Sono argomenti cari a Comunione e Liberazione e al pubblico di Rimini, ma scarsamente collegati a provvedimenti concreti del governo. E allora la domanda resta: quanta politica reale e quanta propaganda, utile solo a rafforzare la propria base?

L’ambiguità di fondo

Meloni si presenta come leader pragmatica, lontana dalle ideologie, eppure il discorso è impregnato di retorica identitaria: l’Occidente, la tradizione cristiana, il pericolo del “nulla che avanza”. Da un lato rifiuta le ideologie, dall’altro ne costruisce una nuova, funzionale al consenso.

Il Meeting di Rimini, che è stato un esempio veramente lodevole di luogo del dialogo in questi quarantasei anni, si è trasformato questa volta in una passerella per un discorso monolitico. Giorgia Meloni, dopo quasi tre anni di governo, continua a parlare da capo di partito in campagna elettorale, più che da premier chiamata a rendere conto delle proprie scelte. È arrivata alle 11.50, ha pronunciato il suo intervento programmato per le 12 e ha lasciato la fiera senza rispondere a una sola domanda dei giornalisti. Un modus agendi discutibile, che alla lunga logora anche la sua immagine.

Certo, non sono mancati passaggi condivisibili, come quello sulla riforma della giustizia: “Andremo avanti sulla riforma della giustizia nonostante le invasioni di campo di una minoranza di giudici politicizzati che provano a sostituirsi al Parlamento e alla volontà popolare. Andremo avanti, non per sottomettere il potere giudiziario al potere politico – come dice qualcuno male informato o più spesso in mala fede – ma, al contrario, per rendere la giustizia più efficiente per i cittadini e meno condizionata dalla mala pianta delle correnti politiche e dei pregiudizi ideologici. Per liberarla da politica”.

Un principio corretto, ma che non deve far dimenticare un altro nodo irrisolto collegato alle azioni politicizzate e corrotte di alcuni magistrati: gli errori giudiziari e molte storture del sistema trovano radice nel braccio operativo della pubblica accusa, ovvero nelle forze di polizia. Alcuni membri – non tutti, e le nuove generazioni rappresentano un reale segnale di speranza – mostrano ancora oggi scarsa formazione, abuso di potere, convinzione di poter agire senza rendere conto a nessuno. Ne derivano indagini viziate, forzature, corruzione, interessi personali che finiscono per compromettere la giustizia stessa. Senza dimenticare il trattamento riservato agli organi di informazione, e questo avviene anche per opera di questo Governo che ha un rapporto complicato con la stampa libera.

Eppure, questo governo continua a garantire alle forze dell’ordine una difesa d’ufficio acritica, che non è affatto costruttiva. Chiede di depennare anche articoli del codice penale. Le derive autoritarie e nostalgiche che resistono in certi ambienti – soprattutto tra i più anziani – restano all’ordine del giorno. Un episodio basta a descrivere la situazione: mentre Meloni parlava al Meeting, a un chilometro di distanza una quarantina di agenti presidiava un gruppo di appena dieci giovani che manifestavano pacificamente. Un’immagine che racconta più di tante parole.

La domanda resta: dietro i “mattoni nuovi” ci sono fondamenta solide o solo muri di cartapesta, costruiti per strappare applausi facili?

T.B. e J.S.
Silere non possum