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La Milano di Mario Delpini, costruita sulla fiducia
Chiesa cattolica01 agosto 2026

La Milano di Mario Delpini, costruita sulla fiducia

A 75 anni, l’arcivescovo ambrosiano può rileggere il proprio episcopato attraverso nove Discorsi alla Città, segnati da una stessa convinzione: farsi avanti.

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Il 29 luglio monsignor Mario Delpini ha compiuto 75 anni, festeggiando il compleanno in Brasile insieme ai suoi sacerdoti. Dal 7 luglio 2017 è arcivescovo di Milano: papa Francesco lo scelse allora come 145° successore di sant’Ambrogio sulla cattedra ambrosiana. In questi nove anni Delpini si è dedicato senza riserve ai presbiteri e ai fedeli della diocesi. Sono molte le prospettive attraverso le quali si potrebbe ripercorrere il suo episcopato. Una delle più significative consiste nel rileggerlo alla luce dei Discorsi alla Città, l’appuntamento che ogni dicembre, nella basilica di Sant’Ambrogio, alla vigilia della festa del patrono, vede l’arcivescovo rivolgersi non soltanto ai fedeli, ma all’intera comunità civile, credente e non credente.

Nove discorsi, pronunciati uno all'anno davanti a sindaci, prefetti, magistrati e imprenditori, raccontano meglio di qualsiasi biografia chi sia stato, in questi anni, Mario Delpini per Milano.

Nato a Gallarate il 29 luglio 1951, terzo di sei figli di Antonio e Rosa, cresciuto nella parrocchia di San Giorgio a Jerago con Orago, Delpini fu ordinato sacerdote nel 1975. Fu rettore del Seminario minore sotto Carlo Maria Martini, poi vicario generale accanto ad Angelo Scola: un apprendistato lungo un quarto di secolo dentro la Chiesa ambrosiana, prima di diventarne pastore. Quando fu nominato vescovo scelse come motto le parole del profeta Isaia, Plena est terra gloria eius, la terra è piena della Sua gloria. Fu, fin da allora, la chiave con cui avrebbe continuato a leggere Milano: una città che, nonostante tutto, merita fiducia.

Perché è questo, riletti in fila, il filo che lega i nove Discorsi alla Città: la fiducia. È una fiducia mai ingenua: Delpini l'ha sempre distinta dall'ottimismo, definendola piuttosto una scelta ostinata, ripetuta ogni dicembre con parole diverse, di credere nella capacità della propria gente di rialzarsi. Il coraggio, la speranza, la gentilezza, la responsabilità condivisa sono solo le tante facce con cui, di anno in anno, quella fiducia si è presentata alla città.

Fu il cardinale Carlo Maria Martini, il 6 dicembre 1980, a inaugurare la tradizione con un intervento intitolato Dare a ciascuno una voce. Da allora l'appuntamento è diventato un rito civile prima ancora che religioso, ereditato da Tettamanzi e da Scola prima di arrivare a Delpini, che lo ha reso, discorso dopo discorso, un esame di coscienza condiviso con la città, prima ancora che una lezione calata dall'alto.

Il primo Discorso alla Città, pronunciato il 6 dicembre 2017, ebbe per titolo Per un’arte del buon vicinato. Insediato da pochi mesi, il nuovo arcivescovo propose a Milano un’alleanza tra quanti condividono il medesimo territorio e, prima ancora di affrontare esplicitamente i temi della fede, rivolse parole di apprezzamento ai sindaci. Fu un gesto di fiducia nei confronti di una città che doveva ancora conoscerlo come arcivescovo, ma che da tempo lo riconosceva come uno dei suoi figli e come fedele collaboratore dei suoi predecessori. L'anno seguente, davanti a un'Europa attraversata dai populismi, chiese un impegno per «un esercizio pubblico dell'intelligenza»: la fiducia nella ragione, prima che nelle emozioni, sarebbe rimasta una costante di tutto il suo magistero.

Nel 2019, alla vigilia del cinquantesimo anniversario della strage di piazza Fontana, il Discorso si intitolò Benvenuto, futuro! e fu il più esposto sul piano personale di tutta la serie. Delpini affrontò la denatalità, l'aborto, l'adozione, l'affido, e a un certo punto lasciò da parte il registro istituzionale per raccontare, con una semplicità disarmante, di aver scelto lui per primo di non avere figli, trovando ugualmente, in una vita spesa per i figli degli altri, una propria fecondità. Chiuse con una frase che vale come sintesi di tutto il suo pensiero: «Credo che sia la speranza il principio del futuro».

La pandemia impose al Discorso del 2020, Tocca a noi, tutti insieme, il tono più cupo della serie fino a quel momento. Pronunciato il 4 dicembre in una basilica svuotata dalle restrizioni sanitarie, l'arcivescovo scelse come modello il profeta Geremia, che compra un campo mentre Gerusalemme sta per cadere: un gesto di fiducia nel futuro pronunciato nel momento di massima incertezza, forse l'immagine più alta di tutto il suo episcopato.

L'anno successivo la parola chiave divenne la gentilezza. “…con gentilezza” indicò tre virtù, la lungimiranza, la fierezza e la resistenza, a una città uscita logorata dai mesi dell'emergenza, e introdusse la figura degli artigiani del bene comune: persone qualunque, la cui onestà quotidiana tiene in piedi Milano più di qualsiasi provvedimento. Chiuse ricordando che c'è bisogno di gente capace di resistere perché «ha fiducia nell'umanità, ha fiducia nelle istituzioni, ha fiducia in Dio».

Nel 2022 il titolo si fece domanda: E gli altri? Tra ferite aperte e gemiti inascoltati: forse un grido, forse un cantico. Fu il testo più esplicitamente “politico” della serie, costruito su un lungo elenco degli esclusi, dai bambini che subiscono abusi alle donne maltrattate in casa, dagli anziani soli ai lavoratori pagati troppo poco. E fu il discorso in cui la fiducia trovò la sua definizione più bella: «Non ricerca l'im-munità, come difesa dall'altro, ma la co-munità, come difesa dell'altro».

Nel 2023, centocinquantesimo anniversario della morte di Alessandro Manzoni, Delpini capovolse una celebre battuta dei Promessi sposi. Il coraggio, uno se lo può dare ribaltò la rassegnazione di don Abbondio in un invito a resistere a quella che chiamò, senza mezzi termini, l'epidemia della paura. «La fiducia», scrisse, «è il rimedio all'epidemia della paura».

Il Discorso del 2024, alla vigilia del Giubileo, si intitolò Lasciate riposare la terra e ripeté come un ritornello un catalogo di stanchezze: quella della gente, quella della città, quella della terra stessa. Anche lì, sotto la superficie del linguaggio del riposo, tornava la stessa convinzione di fondo: la speranza, per Delpini, non è mai un'attesa passiva, ma il frutto di responsabilità assunte.

Nell’ultimo discorso, pronunciato il 5 dicembre scorso, il linguaggio si è spostato apertamente sul crollo. Ma essa non cadde ha ripreso la parabola evangelica della casa fondata sulla roccia, che regge alla tempesta perché costruita bene. Delpini ha elencato le minacce che, a suo giudizio, insidiano Milano, dalla crisi demografica al mercato immobiliare che preferisce lasciare gli alloggi vuoti piuttosto che affittarli, e ha risposto, come sempre, con un catalogo di figure che si fanno avanti: la coppia con tre figli, la sindaca di paese, il carabiniere, l'imprenditrice, il politico, il cittadino comune. Ha chiuso senza concedere nulla alla rassegnazione: «Ci siete voi. E io vi ringrazio».

Discorsi, quelli alla città, che raccontano, con parole sempre nuove, una sola idea ripetuta nove volte. Delpini ha citato quasi sempre Ambrogio, spesso Manzoni, con regolarità i papi, soprattutto Francesco; ha costruito i propri interventi per accumulo di immagini, esempi e figure che si rincorrono di paragrafo in paragrafo, tornando su formule come «mi faccio avanti», «voglio fare l'elogio», «benedico voi che», fino a farne un genere letterario riconoscibile, quasi una firma.

C'è, in questa scelta, una cifra stilistica che attraversa tutta la sua predicazione, non solo i discorsi di dicembre: raccontare una storia, o prestare la propria voce a un personaggio, piuttosto che parlare in prima persona da cattedra. Nel discorso del 2025 non è l'arcivescovo a elencare doveri e responsabilità alla città: sono la giovane sindaca, l'educatore, il carabiniere, l'imprenditrice, il politico, il cittadino comune a dichiarare, ciascuno con la propria voce, «io mi faccio avanti», «io non sarò complice». È un procedimento che Delpini adotta spesso, in omelie come in discorsi pubblici, per almeno due ragioni. La prima riguarda chi parla: affidare il rimprovero, o l'esortazione più esigente, a un personaggio immaginato invece che pronunciarlo in prima persona permette di dire cose esigenti senza mai alzare il tono. La seconda riguarda chi ascolta: sentire parlare la sindaca, l'educatore, il cittadino comune, e non un'astrazione, rende più facile per chi è seduto in basilica riconoscersi in quella voce, immedesimarsi in un ruolo che potrebbe essere il proprio, invece di ricevere un precetto dall'alto. Non è un caso che Evangelii gaudium, nel capitolo dedicato all'omelia, chieda al predicatore di preferire alle verità astratte e ai freddi sillogismi la stessa bellezza delle immagini con cui il Vangelo insegnava a fare il bene, raccogliendo ogni intervento attorno a «un'idea, un sentimento, un'immagine» (n. 157) piuttosto che a una sequenza di argomenti. Delpini, in questo, resta fedele al maestro che ha scelto: preferisce far parlare la scena piuttosto che spiegarla, e lasciare che sia chi ascolta a riconoscersi nei personaggi che mette in scena.

L’Arcivescovo si è sempre rivolto alle istituzioni con il registro della lode prima che con quello del rimprovero, e ha chiuso ogni discorso con una benedizione, un gesto che riportava il testo dal registro civile a quello liturgico da cui era partito.

Nel suo ultimo Discorso alla Città, Delpini ha scelto come immagine quella della casa fondata sulla roccia, che pioggia e vento non riescono a far cadere. È difficile non pensare che quella casa, in fondo, sia anche la sua Milano di questi nove anni: attraversata da una pandemia, da guerre lontane e vicine, dalla crisi demografica, dalla stanchezza di chi amministra e di chi è amministrato, eppure mai lasciata sola. A 75 anni compiuti, Mario Delpini può dire di aver fatto, ogni dicembre, esattamente quello che ha sempre chiesto agli altri: farsi avanti.

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