Giovedì
10 settembre 2026
Anno V
QUOTIDIANO INTERNAZIONALE INDIPENDENTE
Giovedì, 10 settembre 2026 · Anno V
L’arcivescovo Delpini vorrebbe una Chiesa di Milano meno individualista
Chiesa cattolica08 settembre 2026

L’arcivescovo Delpini vorrebbe una Chiesa di Milano meno individualista

Aprendo il nuovo anno pastorale ha criticato le resistenze alla sinodalità, parlato della stanchezza dei preti e delle diseguaglianze della città, e raccontato come vive la proroga del suo mandato

Milano - Oggi in Duomo la Chiesa ambrosiana inaugura l'anno pastorale 2026-2027. Lo fa come ogni 8 settembre, nella solennità della Natività della Beata Vergine Maria, con il Pontificale presieduto dall'arcivescovo Mario Delpini davanti a circa duecento presbiteri, nove vescovi, i membri del Consiglio episcopale milanese e del Capitolo metropolitano. In prima fila siedono cinque seminaristi che entrano nel terzo anno di teologia e un uomo sposato avviato al diaconato permanente: nel corso della celebrazione verranno ammessi tra i candidati agli Ordini sacri. È questo rito a dare il tono alla giornata, perché l'omelia dell'arcivescovo Mario gira tutta intorno a una parola sola, l'inizio.

Delpini ricorre alla forma che da anni contraddistingue la sua predicazione: la parabola in luogo del commento, personaggi inventati che parlano al posto dell'esegeta. Stavolta sono sette e ricevono a turno la stessa domanda, «parlaci dell'inizio»: un profeta, una madre, Azor, un sapiente, un nonno, un prete e, a chiudere, il vescovo. La cadenza richiama il Profeta di Kahlil Gibran, dove gli abitanti di Orfalese chiedono ad Almustafa di parlare dell'amore, dei figli, del dolore. Le risposte, però, hanno l'asciuttezza della scuola ambrosiana e ciascuna voce mette a fuoco un tratto preciso della diocesi che l'arcivescovo ha davanti.

Il profeta apre con la nota più aspra. L'inizio, dice, «è contestazione, l'inizio è denuncia, l'inizio è la voce antipatica che contesta e pretende la conversione. Non se ne può più di questo mondo di guerre, di quest'oppressione dei poveri, di questa sfacciata ricchezza e insensato sperpero di ricchi». Poi, spiega: l'inizio è «l'audacia di contestare l'individualismo per convocare alla fraternità, l'audacia di contestare l'autoreferenzialità che difende l'arbitrio come libertà, che resiste allo stile sinodale come a un pericolo e a una complicazione inutile». Il bersaglio è interno alla Chiesa. Delpini parla a chi, nelle parrocchie e nelle curie, considera la sinodalità un adempimento da sbrigare, o peggio un rischio per la propria libertà di manovra. Subito dopo allarga lo sguardo: l'inizio è «l'audacia di annunciare il vangelo fuori dal tempio, nell'occasione quotidiana, perché il mondo non muoia di tristezza e di noia», e infine l'audacia di chi si fa avanti «per dichiarare pubblicamente la propria intenzione di servire la missione nel ministero ordinato», con un cenno ai sei uomini seduti davanti a lui.

La madre porta il tema della Proposta pastorale dell'anno, il cui titolo è una domanda presa in prestito dal Manzoni: «Che allegria c'è? Di che godono tutti costoro?». Per lei l'inizio è «stupore ed esultanza, la presenza che sconvolge la vita e le dà nuovo significato». Il figlio che nasce «compie l'attesa e domanda futuro». E ancora: «In questa casa di vecchi infelici, in questa cultura che preferisce procurare morte invece che aiutare la vita, il bambino che nasce è la rivelazione dell'alternativa al declino». Delpini non nomina né la legge veneta sul suicidio assistito né il calo demografico che svuota le scuole della Lombardia, ma il riferimento è trasparente. La conclusione della madre è concreta come una rubrica liturgica: la nascita rende «così lieti e grati che è giusto suonare le campane a festa, perché lo scampanio festoso si diffonda e offra spiragli di speranza nelle notti della disperazione».

La figura meno prevedibile è Azor. Compare in Matteo 1,14, nella genealogia di Gesù letta oggi in Duomo, e di lui il Vangelo dice soltanto che generò Sadoc. Delpini gli dà la parola: «Io sono Azor, lo sconosciuto, quello che non ha fatto niente di importante, se non generare Sadoc. Agli occhi dei sapienti e dei potenti forse io sono l'uomo insignificante. Ma nella storia di Dio io sono chiamato per nome». Per gli «uomini qualsiasi», dice Azor, «l'inizio è ogni giorno, è la responsabilità di vivere e di dare vita», ed è «osare d'essere là dove si deve stare, di portare il peso della giornata e della vita e di essere fieri: anch'io faccio parte della storia sacra». È la pagina più ambrosiana dell'omelia, una teologia della vocazione ordinaria che ha nel battesimo, e in nessun altro titolo, la sua ragione.

PDF
Documento allegato
Omelia dell'Arcivescovo Mario Enrico Delpini
8 settembre 2026

Il sapiente insiste sull'ascolto e sul timor di Dio, e rivolge una domanda che chi fa informazione farebbe bene a prendere sul serio: «Nella società delle chiacchiere, delle etichette, delle storie ridotte a titoli e a clamore quale pensiero può nascere? Quale libertà?». Il timor di Dio serve, spiega, «perché la superficialità, la fretta, l'ideologia non siano ingiuste nei giudizi». Il nonno, a sua volta, confessa «il disagio per i funerali celebrati come disperati congedi» e dichiara: «L'inizio è preparare il mio funerale come una Pasqua». Ai «preti stanchi per i troppi funerali» chiede di «ricordare a tutti le ragioni della vostra speranza, con dolcezza e rispetto». Cita la seconda lettera di Pietro, dove la pazienza di Dio che non tarda nelle promesse lascia tempo per la conversione. Delpini ha compiuto 75 anni il 29 luglio: nel vecchio che «carico d'anni» non ha a noia la vita è difficile non sentire anche la sua.

Al prete tocca il capitolo della fraternità presbiterale, tema sul quale l'arcivescovo torna da anni. L'inizio, dice questa voce, «è la missione che nessuno può compiere da solo, se non ci sono confratelli che si sentono appartenenti allo stesso presbiterio», e insieme la disciplina necessaria «perché la gioia non sia soffocata dalla frenesia, perché la fraternità non sia ridotta a correttezza e buona educazione». Chiude il vescovo, cioè Delpini che parla in prima persona: «L'inizio è la gratitudine e l'ammirazione per una Chiesa sempre capace di nuovi inizi. L'inizio è il calendario che non sia solo organizzazione, ma sollecitudine per raggiungere tutti, per quanto possibile». L'ultima frase consegna la domanda ai presenti: «Parlate dell'inizio come lo Spirito Santo suggerisce a ciascuno».

Segue il rito di ammissione, previsto dal canone 1034 del Codice come primo atto pubblico del cammino verso l'ordinazione. I candidati vengono chiamati per nome, rispondono «Eccomi» e poi «Sì, lo voglio».

Terminata la Messa, Delpini si ferma a parlare con noi. Il primo argomento che affronta con i giornalisti è la sua proroga: compiuti i 75 anni ha presentato la rinuncia prevista dal canone 401 e il Papa gli ha chiesto di restare alla guida della diocesi che regge dal 2017. «Sono contento di essere a Milano e di continuare questo servizio. La mia preferenza sarebbe stata per concludere, ma più per amore della scadenza che non per stanchezza o per fatica. Sono una persona che prende le cose come sono e fa il meglio che può finché gli è data la possibilità di farlo».

Il secondo argomento è la città, che si avvia alle elezioni comunali. Delpini rivendica il peso dei laici ambrosiani «impegnati nelle diverse responsabilità sociali, politiche, amministrative» e fissa il compito della Chiesa su due registri: «da un lato la fiducia nel fatto che il bene si può fare e la giustizia si può realizzare, dall'altro la protesta per una diseguaglianza scandalosa tra i cittadini troppo ricchi e quelli troppo poveri». Poi aggiunge un terzo compito, quello di «sognare, avere orizzonti, immaginare non soltanto quello che c'è da fare per oggi e per domani, ma come sarà la città negli anni che vengono». I temi che nomina sono l'invecchiamento e la solitudine, gli stessi del nonno dell'omelia. «C'è tanta gente che aspetta un aiuto, che si aspetta un'organizzazione più equa della società».

d.L.V.

Silere non possum

SOSTIENI SILERE NON POSSUM

Se questo articolo è online, è anche grazie al tuo sostegno.

Silere non possum sceglie di rendere accessibili gratuitamente gran parte delle proprie inchieste e dei propri contenuti, perché il giornalismo indipendente deve poter raggiungere tutti.

Sostenere il nostro lavoro significa permetterci di continuare a verificare, raccontare e pubblicare ciò che altri preferirebbero restasse nascosto.

SOSTIENICIABBONATI
Articoli correlati
Curia Romana. Leone XIV non sa dove trovare i prefetti per i Dicasteri
Chiesa cattolica
Curia Romana. Leone XIV non sa dove trovare i prefetti per i Dicasteri
Le Chiese tedesche sono molto preoccupate per la vittoria dell’AfD in Sassonia-Anhalt
Chiesa cattolica
Le Chiese tedesche sono molto preoccupate per la vittoria dell’AfD in Sassonia-Anhalt
La noia spirituale comincia quando nulla riesce più a sorprenderci
Chiesa cattolica
La noia spirituale comincia quando nulla riesce più a sorprenderci