Diocesi di Piana degli Albanesi

Piana degli Albanesi - La notizia è semplice, ma il suo significato è grande: il Santo Padre Leone XIV ha nominato il nuovo Eparca di Piana degli Albanesi, riconsegnando a questa antica e giovane Chiesa il volto concreto della paternità episcopale. Antica perché affonda le sue radici nella lunga storia delle comunità arbëreshe di Sicilia; giovane perché, come tutte le realtà che custodiscono un carisma, è chiamata a rinnovarsi ogni giorno nella fedeltà al Vangelo e alla propria tradizione. In mezzo al Mediterraneo, Piana degli Albanesi è da sempre un ponte: tra Oriente e Occidente, tra rito bizantino e comunione cattolica, tra lingua e memoria. Con la nomina di oggi si chiude un tempo di attesa e si apre una stagione nuova, che chiede visione pastorale e cura paziente delle persone e dei segni.

Leone XIV ha scelto il Rev.do Papàs Raffaele De Angelis,
del clero dell’Eparchia di Lungro degli Italo-Albanesi, finora Parroco di San Giovanni Battista ad Acquaformosa.

De Angelis è nato il 24 ottobre 1979 a Castrovillari, Italia. Ha compiuto gli studi filosofici e teologici presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma, conseguendo il Dottorato in Teologia Morale. È stato ordinato presbitero per l’Eparchia di Lungro degli Italo-Albanesi nel 2006. Ha ricoperto i seguenti incarichi: Vicerettore del Seminario Eparchiale a Cosenza; Vicario Parrocchiale della SS. Salvatore a Cosenza; Economo Eparchiale e Membro del Consiglio Eparchiale per gli Affari Economici; Membro del Consiglio Presbiterale Eparchiale e del Consiglio Presbiterale Regionale; Assistente Unitario dell’Azione Cattolica e Referente per la Tutela dei Minori; Docente di Teologia Morale Fondamentale presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Cosenza; Insegnante presso l’Istituto Teologico “San Francesco di Paola” del Pontificio Seminario Regionale a Catanzaro. Dal 2010, Parroco di San Giovanni Battista ad Acquaformosa, Italia.

La recente storia

Per comprendere la portata dell’evento, basta guardare alla traiettoria recente di questa eparchia. L’ultimo eparca è stato Giorgio Demetrio Gallaro, eletto nel 2015 e, il 25 febbraio 2020, chiamato a Roma come Segretario della Congregazione per le Chiese Orientali: una scelta che, da un lato, ha portato Gallaro a Roma dove ha fatto disastri proprio come li fece a Piana degli Albanesi; dall’altro, ha lasciato la sede priva del suo titolare, consegnandola a un tempo di sede vacante molto lungo. 

Di fatto, l’eparchia è rimasta vacante dal 2020. A garantire la continuità della vita ordinaria sono stati chiamati alcuni amministratori apostolici: dapprima lo stesso mons. Gallaro, quindi – dal 19 giugno 2023 – il cardinale Francesco Montenegro. Quest’ultimo ha accompagnato la comunità fino alla nomina odierna, ma con scelte che si sono rivelate prive di autentica visione pastorale e di raziocinio ecclesiale. Del resto, più che alla vita concreta di questa Chiesa, Montenegro ha mostrato interesse ad abitare Casa San Benedetto, luogo divenuto rifugio di quanti, prima esaltati e poi “silurati” dal pontefice precedente, trascorrono i loro giorni leccandosi le ferite in attesa della pace eterna. Ciò che ha inciso più profondamente sul cuore della comunità, tuttavia, è stato il fatto che, in questi anni, non sia stato scelto dal Papa un Eparca legato al rito bizantino, capace di condividere dall’interno la sensibilità, la liturgia e la tradizione che costituiscono l’anima stessa di questa Chiesa.

La peculiarità di questa porzione di Chiesa

Per cogliere la particolarità di Piana degli Albanesi bisogna risalire alle sue origini istituzionali. La bolla Apostolica Sedes del 26 ottobre 1937, di Pio XI, elevò a eparchia quella che allora si chiamava “Piana dei Greci”, con giurisdizione sui fedeli di rito greco-bizantino in tutta la Sicilia. La bolla fu promulgata solennemente nella cattedrale di San Demetrio il 16 gennaio 1938. Non si trattò di un atto burocratico, ma di un riconoscimento ecclesiale: la Chiesa universale voleva dare forma stabile alla vita liturgica, pastorale e culturale delle comunità arbëreshe, da secoli presenti nell’isola. 

Da allora l’eparchia è immediatamente soggetta alla Santa Sede, pur appartenendo alla regione ecclesiastica Sicilia. Il territorio abbraccia cinque comuni della provincia di Palermo rimasti fedeli al rito bizantino – Piana degli Albanesi, Contessa Entellina, Mezzojuso, Palazzo Adriano e Santa Cristina Gela – e comprende anche una parrocchia personale a Palermo, dove sorge la concattedrale di San Nicolò dei Greci alla Martorana. La cattedrale è dedicata a San Demetrio Megalomartire e custodisce un patrimonio iconografico e liturgico che racconta, già solo osservandolo, la compenetrazione fra stile occidentale e tradizione orientale. Nel 2023 l’eparchia contava circa 23.400 battezzati su 24.500 abitanti e 16 parrocchie: numeri piccoli se confrontati con molte diocesi latine, ma densissimi di vita.  

Qui tutto parla bizantino: non come folclore, ma come forma piena della fede. Le lingue liturgiche sono la koinè greca e l’albanese; l’iconostasi introduce alla celebrazione come soglia di mistero; i paramenti del vescovo – il sàkkos, l’omoforion, i candelieri del dicherio e tricherio – dicono la teologia dei segni propria d’Oriente. Da sempre, in Sicilia, non sono mancati contatti – e talvolta anche incomprensioni – con il contesto latino circostante: differenze di rito, lingua e simbolo hanno preteso pazienza, dialogo, conoscenza reciproca. Ma proprio questa alterità dentro la comunione è stata percepita dalla Chiesa come un dono. Non a caso san Paolo VI, in un celebre intervento del 1968, riconosceva nella presenza italo-albanese un segno provvidenziale: vivere in mezzo a popolazioni latine ha reso le comunità bizantine “testimonianza ininterrotta della cattolicità” e, in certo modo, anticipatrici dell’ecumenismo.  

Se l’istituzione spiega la cornice, è la storia delle persone a riempirla. Gli arbëreshë sono figli di una diasporapluricentenaria: giunti in Italia tra il XV e il XVIII secolo dall’Albania e dalle regioni storiche albanesi dell’Epiro e della Grecia, hanno trovato in Sicilia una nuova casa senza rinunciare alla lingua, al rito, ai costumi. L’identità si è giocata – e si gioca tuttora – soprattutto nella vita ecclesiale: la Chiesa italo-albanese vive in tre istituzioni sorelle, due eparchie (Lungro per l’Italia continentale e Piana per la Sicilia) e l’abbazia territoriale esarchica di Grottaferrata. Questa trama ha permesso a un piccolo popolo di sentirsi, anche lontano dalla madrepatria, parte di una nazionalità diffusa e di un corpo ecclesiale concreto. Anche l’abbazia di Grottaferrata, purtroppo, è sede vacante dal 2013. 

Dentro la cornice si sono succeduti pastori che hanno lasciato un segno. Dopo il lungo interregno iniziale, il primo eparca fu Giuseppe Perniciaro (1967-1981), seguito da Ercole Lupinacci (1981-1987) e quindi da Sotìr Ferrara (1988-2013), che ha guidato l’eparchia per un quarto di secolo. Nel 2015, come detto, arrivò Giorgio Demetrio Gallaro, poi chiamato alla responsabilità romana nel 2020. Queste figure hanno traghettato la comunità attraverso stagioni diverse: dalla stagione post-conciliare, con le sue sfide di inculturazione e rinnovamento, agli anni più recenti, segnati da mobilità interna, calo demografico in alcuni centri, nuovi linguaggi e una crescente domanda di formazione liturgica e teologica. 

La sfida per il nuovo Eparca

Le peculiarità che il nuovo eparca è chiamato a custodire sono molte. La prima è liturgica: Piana degli Albanesi non è un museo del bizantino, ma una Chiesa viva che celebra i divini misteri nella forma orientale e li offre come ricchezza per tutta la Chiesa cattolica. Le celebrazioni della Settimana Santa e della Pasqua, l’uso delle lingue antiche, la musica sacra, le icone e l’iconostasi non sono estetismi: sono il linguaggio con cui un popolo esprime ciò che crede. 

In secondo luogo, c’è la dimensione culturale: la lingua arbëreshe è patrimonio fragile e prezioso, oggi riconosciuto e tutelato anche dalla normativa italiana; mantenerla viva significa dare voce alla fede. Infine, c’è la dimensione pastorale: in un contesto di piccoli numeri ma di forte densità identitaria, occorrono vocazioni radicate nel luogo, famigliesostenute, giovani accompagnati, laici formati a vivere la fede dentro la propria storia.

Accanto alle peculiarità, stanno le relazioni. L’eparchia non vive isolata: è inserita nella regione ecclesiastica Sicilia e dialoga quotidianamente con le Chiese latine vicine (Palermo, Monreale, Agrigento, e non solo). Questa convivenza ha generato nella storia anche qualche frizione, ma soprattutto ha prodotto feconde collaborazioni pastorali e caritative. Il carattere immediatamente soggetto alla Santa Sede – quindi non inserito in una provincia metropolitana latina – è un altro tratto che segnala la volontà della Chiesa di rispettare la sui iuris identità italo-albanese, senza rinchiuderla in recinti. E pure la presenza della concattedrale alla Martorana dice un’ulteriore cosa: il cuore bizantino, a Palermo, è nel centro della città, non ai margini.  

Tutto questo spiega perché la nomina di oggi non possa essere ridotta a un semplice atto burocratico. È piuttosto il segno di una attenzione rinnovata di Leone XIV verso quelle realtà ecclesiali che, durante il pontificato di Francesco, sono state di fatto snobbate e marginalizzate. Per Bergoglio, infatti, le loro peculiarità apparivano come capricci folkloristici, e così ha lasciato queste comunità a lungo senza un vero pastore: l’abbazia di Grottaferrata fin dall’inizio del suo pontificato, e l’eparchia di Piana degli Albanesi ormai da cinque anni.

Ogni vescovo porta con sé una visione; qui, quella visione dovrà tenere insieme memoria e profezia. Memoria: significa difendere il rito e la lingua, formare il clero – nel Seminario eparchiale – con una solida competenza biblica, patristica e liturgica, valorizzare i monasteri e le congregazioni basiliane che punteggiano il territorio. Profezia: significa abitare il presente, che chiede catechesi capaci di tradurre le profondità del bizantino per le famiglie di oggi, una comunicazione ecclesiale che sappia spiegare i simboli, una pastorale giovanile che impari a parlare le lingue di una generazione digitale senza perdere i toni gravi della Tradizione.

In definitiva, Piana degli Albanesi non è un reperto: è un laboratorio. Lì si vede che unità non significa uniformità e che la cattolicità ha bisogno di plurali. 

La nomina del nuovo eparca da parte di Leone XIV – dopo anni di vacanza della sede – è un gesto che restituisce voce, volto e responsabilità a una comunità che tiene insieme l’oro antico dei mosaici e la freschezza del pane spezzato ogni Domenica. È un segno alla Chiesa in Italia: custodire i riti significa anche allargare il cuore, imparare ad ascoltare linguediverse, riconoscere che la fede cresce quando le radici affondano in storie precise e non temono la convivenza. L’augurio, allora, è che il nuovo pastore trovi una Chiesa operosa e fiera, capace di accogliere e di andare: un popolo che sa di appartenere a Dio, alla propria storia e al futuro che l’attende.

p.F.A.
Silere non possum