Negli ultimi anni, nella Chiesa si è insistito molto sulla necessità dell'"ascolto" come metodo pastorale e decisionale. La sinodalità viene spesso presentata come un cammino aperto, dove il dialogo e la condivisione sostituiscono l'autoritarismo del passato. Nelle nostre comunità, però, si può constatare come queste vere e proprie ideologie siano semplicemente una presa in giro.
In diverse diocesi ci sono vescovi, giovani e di nuova nomina, che agiscono in un modo dispotico e autoritario (non autorevole). Spesso accade che negli incontri pubblici parlino di “decisioni condivise”, “decisioni adottate nell’ascolto dello Spirito”, “decisioni sinodali”, ma quando si scava un po’ sotto questa superficiale affermazione si scopre che nessuno ha mai approvato nulla di quanto impongono. Sono veramente numerosi i casi ed è emblematico come queste persone siano sorridenti ed amabili con i laici e autoritarie con i loro preti. Secondo quel principio “deboli con i forti e forti con i deboli”, questi nuovi giovani successori degli apostoli governano dispoticamente la Chiesa proprio come chi li ha nominati. Poi quando escono gli scandali e gli articoli di giornale che rendono pubbliche le loro azioni, piangono.
In queste ore nell’Aula Paolo VI stiamo ospitando la II Assemblea sinodale della Chiesa in Italia. “Una perdita di tempo e anche di denaro”, la definisce un vescovo che ha dovuto lasciare la sua diocesi per poter essere presente. “Sono più a Roma che con la mia gente, fra pellegrinaggi giubilari e sinodi…Siamo qui ad ascoltare…chi? Ma soprattutto, chiediamoci dove vogliamo andare”, lamenta. Questa impostazione sta generando una crescente incertezza. I vescovi si domandano: chi prende realmente le decisioni? E, soprattutto, esiste ancora un'autorità capace di orientare la Chiesa in modo chiaro e sicuro?
Un processo senza certezze
Già Joseph Ratzinger, in quello splendido libro Introduzione al cristianesimo (1968), metteva in guardia dal pericolo di un cattolicesimo ridotto a una discussione continua senza punti fermi. "Una Chiesa che si limita a dialogare senza mai decidere cessa di essere una guida e diventa semplicemente uno spazio di opinioni", scriveva il futuro Pontefice. Affermazioni profetiche, se lette oggi.
Anche il cardinale Robert Sarah, spesso attaccato dai media, nel suo libro Si fa sera e il giorno ormai volge al declino, denunciò la crisi di autorità come una delle principali minacce alla stabilità della Chiesa: "Siamo giunti a un punto in cui nessuno sa più chi comanda. Ogni voce ha lo stesso peso e la verità sembra ridursi a una questione di maggioranza".

L'autorità come principio essenziale
Eppure, Henri de Lubac, un autore tanto citato (anche a sproposito) dal Pontefice, nel suo libro Meditazione sulla Chiesa, sottolineava che la Chiesa non è una democrazia ma una realtà guidata dall'autorità apostolica. "La comunione non esclude il principio dell'autorità, ma anzi lo richiede", affermava il gesuita, evidenziando come la struttura gerarchica della Chiesa sia essenziale per la sua missione. Dal canto suo, il domenicano Yves Congar, in Vera e falsa riforma nella Chiesa, avvertiva che una riforma autentica deve sempre preservare un principio di autorità chiaro, altrimenti il rischio è quello di cadere in un'indeterminatezza che indebolisce la fede. "Il rinnovamento non è anarchia, ma un ritorno all'ordine stabilito da Cristo", scriveva il teologo.
Una paralisi decisionale
San John Henry Newman, nel suo Saggio sullo sviluppo della dottrina cristiana, spiegava che lo sviluppo della fede deve sempre avvenire sotto una guida autorevole, altrimenti si rischia la dispersione: "Senza un principio di autorità chiaro, ogni idea può essere accettata o rifiutata, e la verità diventa un concetto fluido". Sono le perplessità che emergono nel confronto fra preti, anche nei momenti di convivialità e amicizia. “Quando Benedetto XVI affermava qualcosa non diventava motivo di divisione o lotte. Era chiaro e non creava fazioni. Forse avremmo bisogno di ritornare ad un papato che unisce, non che crea fratture”, afferma un sacerdote.
Jürgen Habermas, filosofo tedesco, nelle sue opere ha analizzato questo problema dell'assenza di un punto di riferimento decisionale ed ha sottolineato come questo porti alla paralisi: "Un sistema che rinuncia a un principio chiaro di autorità finisce per non essere più in grado di agire" (Teoria dell'agire comunicativo).
Uno sguardo al futuro
La Chiesa ha sempre saputo bilanciare ascolto e autorità. Basti pensare alla Regola di San Benedetto, la quale prevede, al capitolo III, “la consultazione della comunità”. “Ma abbiamo detto di consultare tutta la comunità, perché spesso è proprio al più giovane che il Signore rivela la soluzione migliore”, afferma la Santa Regola.
«Nessuno cerchi l'utilità propria, ma piuttosto l'altrui», esorta inoltre il santo monaco. Un monito che risulta molto chiaro oggi, in una Chiesa dove i personalismi pullulano e vi sono laici ambiziosi che scalpitano per ottenere ministeri e incarichi.
Infine, oggi sembra prevalere un modello in cui il confronto e la sinodalità rischiano di diventare un fine in sé, senza mai giungere a decisioni chiare. L'ascolto è fondamentale, ma senza un'autorità che guidi e garantisca certezze, la Chiesa rischia di smarrire il proprio ruolo di “Madre e maestra di tutte le genti” (cfr. San Giovanni XXIII, Mater et Magistra, 15 maggio 1961). La questione rimane aperta: fino a che punto è possibile ascoltare senza mai decidere? E quale futuro attende una Chiesa che sembra sempre più restia a esercitare la sua autorità?
d.M.Z.
Silere non possum