Per la famiglia cistercense il 20 agosto, memoria di san Bernardo di Chiaravalle nel calendario romano, è solennità. È una ricorrenza che offre anche l’occasione per ricordare qualcosa che talvolta proprio negli ambienti monastici sembra finire in secondo piano: nella storia del monachesimo non è mai esistito un unico carattere del monaco, né un solo modo concreto di incarnare una vocazione monastica.
Vale la pena ricordarlo soprattutto quando qualche abate comincia a frequentare monasteri, capitoli, incontri e comunità con la convinzione di possedere una sorta di manuale universale del buon monaco, dispensando a badesse e abati indicazioni su come dovrebbero governare, formare, pregare, lavorare, accogliere le vocazioni e organizzare la propria comunità.
È purtroppo un male ricorrente proprio negli ambienti nei quali più facilmente maturano abusi psicologici e di coscienza: la convinzione di appartenere a un’élite spirituale, di custodire una forma più pura di vita cristiana e, di conseguenza, di poter spiegare agli altri come debbano vivere la propria vocazione. È il meccanismo del «solo noi abbiamo capito», che finisce per trasformare il carisma in ideologia e l’autorità in controllo.
In alcuni personaggi, poi, sembrano convergere esperienze ecclesiali diverse accomunate proprio da questa impostazione. Un nome si può fare: Mauro Giuseppe Lepori. Il problema non riguarda soltanto il modo in cui esercita la propria influenza all’interno del mondo cistercense. Basta guardare a Comunione e Liberazione e, in particolare, alla vicenda dei Memores Domini, dove negli ultimi anni Lepori ha assunto un ruolo sempre più incisivo. Cambiano le realtà, ma il metodo appare sorprendentemente simile: intervenire dall’alto, correggere, ricondurre entro un modello ritenuto più autentico, fino a comprimere l’autonomia e la storia concreta delle comunità coinvolte.
E proprio oggi è stata resa una notizia che era già data per certa nelle scorse settimane: l’abate di Heiligenkreuz si è dimesso. Dopo una lunga vicenda e le pressioni esercitate a Roma attorno alla sua posizione, Lepori è infine riuscito a ottenere ciò che perseguiva: le dimissioni dell’abate. Anche qui sarebbe troppo comodo liquidare tutto con i problemi di salute di Maximilian. Quando lo stesso schema si ripete in ambienti differenti, con la medesima pretesa di rieducare comunità e persone secondo una determinata idea di vita religiosa, la questione smette di riguardare un singolo monastero e diventa un problema di metodo.

L'autorità monastica comporta certamente la custodia di una tradizione. Esistono una Regola, costituzioni, norme liturgiche, diritto proprio e disciplina ecclesiale. La vita monastica non è uno spazio nel quale ciascuno inventa ciò che preferisce. Da qui, però, a trasformare l'esperienza maturata in un monastero, o persino il temperamento del suo abate, in un paradigma da applicare altrove corre una distanza considerevole.
San Benedetto lo aveva capito molto prima delle nostre teorie sulla formazione personalizzata. Nel secondo capitolo della Regola, proprio mentre descrive l'abate, scrive che questi assume un compito «difficile e arduo»: regere animas et multorum servire moribus, governare le anime e servire i caratteri di molti. A uno dovrà rivolgersi con dolcezza, un altro dovrà riprenderlo, un altro ancora persuaderlo. La conclusione è ancora più interessante: secundum uniuscuiusque qualitatem vel intellegentiam, ita se omnibus conformet et aptet. L'abate deve cioè conformarsi e adattarsi a ciascuno secondo l'indole e la capacità di comprensione.
La Regola, dunque, riconosce una diversità di temperamenti già dentro la stessa clausura. L'abate non riceve il compito di produrre copie di sé stesso. Deve conoscere gli uomini che gli sono affidati abbastanza bene da comprendere che ciò che aiuta uno può schiacciare un altro, che lo stesso richiamo può essere necessario per un monaco e inutile per quello che vive nella cella accanto.
Se questo vale per i fratelli dello stesso monastero, diventa ancora più difficile immaginare che un superiore possa attraversare nazioni e comunità pretendendo di applicare ovunque la stessa idea di vita monastica.
Anche il Concilio Vaticano II, quando affronta il rinnovamento della vita religiosa in Perfectae caritatis, parte dalla sequela di Cristo come norma suprema, ma subito dopo chiede che siano conservati «lo spirito e le finalità proprie dei fondatori» insieme alle sane tradizioni che costituiscono il patrimonio di ciascun istituto. La Chiesa riconosce dunque una pluralità reale di forme, storie e sensibilità spirituali.
Per i monasteri femminili questo principio assume persino una configurazione giuridica. Cor Orans afferma che il monastero sui iuris possiede una propria autonomia di vita e di governo proprio perché possa «conservare la sua indole e tutelare la propria identità». Autonomia non significa isolamento: le federazioni servono alla comunione, alla formazione e all'aiuto reciproco. Comunione e uniformazione, però, sono due cose diverse. La prima permette alle comunità di sostenersi; la seconda rischia di cancellare proprio quella storia concreta che la Chiesa dichiara di voler custodire.
E poi c'è Bernardo.
Poche figure sono meno adatte di lui a sostenere l'idea che esista un modello monastico facilmente riproducibile.
Poco più che ventenne arriva a Cîteaux tra il 1112 e il 1113 insieme a un folto gruppo di parenti e amici. Nel 1115 Stefano Harding lo invia a fondare Clairvaux. Bernardo ha appena venticinque anni. Benedetto XVI, ricordandolo nel 2009, definì Cîteaux una fondazione «più agile rispetto agli antichi e venerabili monasteri di allora e, al tempo stesso, più rigorosa nella pratica dei consigli evangelici». Di Bernardo aggiunse che a Clairvaux poté «affinare la propria concezione della vita monastica, e impegnarsi nel tradurla in pratica».
Parole che dovrebbero far riflettere. Bernardo riceve una tradizione e la interpreta. Non vive il monachesimo di Cluny, contro il quale anzi polemizzerà duramente. La sobrietà della mensa, delle vesti e degli edifici diventa una delle caratteristiche della sua proposta. Clairvaux cresce e da quella comunità partono nuove fondazioni. Già nel 1118 viene fondata Trois-Fontaines; negli anni successivi la rete legata a Clairvaux si estende rapidamente.
Bernardo sa essere persino feroce quando ritiene che la vita monastica abbia smarrito la propria misura. Nell’Apologia ad Guillelmum, rivolta a Guglielmo di Saint-Thierry, si domanda cosa ci facciano nei chiostri, davanti ai fratelli intenti alla lettura, quelle figure scolpite che definisce una ridicula monstruositas, una «ridicola mostruosità». Scimmie, animali fantastici, centauri, scene che attirano l'occhio del monaco. La sua polemica contro l'apparato figurativo dei monasteri cluniacensi ha lasciato un'impronta duratura nell'estetica cistercense.
Un uomo severo, quindi. E tuttavia sarebbe difficile costruire sul suo esempio l'immagine dell'abate che trascorre l'intera esistenza dietro le mura del proprio monastero. Dal 1130 Bernardo interviene sempre più spesso nelle questioni della Santa Sede e della Chiesa. Benedetto XVI osserva che per questo motivo dovette «sempre più spesso uscire dal suo monastero», arrivando a viaggiare fuori dalla Francia. Scrive a papi, cardinali, vescovi, abati, sovrani e persone comuni. Si espone nello scisma seguito alla morte di Onorio II, sostenendo Innocenzo II contro Anacleto II. Interviene nelle controversie teologiche del suo tempo, combatte Abelardo, si oppone ai Catari, difende gli ebrei dalle violenze antisemite.
Nel 1146 predica a Vézelay la seconda crociata. L'esito militare sarà disastroso. È difficile trovare, nel XII secolo, un monaco maggiormente coinvolto negli affari ecclesiastici e politici del proprio tempo.
Pio XII lo descrisse con particolare efficacia nella Doctor Mellifluus, pubblicata nel 1953 per l'ottavo centenario della morte. Bernardo desidera la contemplazione, scrive il Papa, eppure non rimane rinchiuso nella propria cella quando sono coinvolti gli interessi di Dio e della Chiesa. Lo stesso Bernardo spiegava la propria condotta con una formula assai netta: «Non considero estraneo a me nulla di ciò che riguarda Dio».
Quando nel 1145 un suo antico monaco e discepolo, Bernardo Paganelli di Montemagno, diventa papa con il nome di Eugenio III, l'abate di Clairvaux gli dedica il De consideratione. Il rapporto fra i due dice molto sul carattere di Bernardo. Pio XII cita uno dei passaggi più sorprendenti dell'opera: l'amore paterno continua a riconoscere il figlio anche sotto la tiara; per questo Bernardo dice al Papa che lo ammonirà «come una madre».
Se volessimo applicare a Bernardo certe categorie monastiche contemporanee con la rigidità con cui talvolta vengono applicate agli altri, probabilmente avremmo qualche difficoltà. Un abate continuamente in viaggio, coinvolto nelle elezioni pontificie, nelle questioni dei sovrani, nelle dispute teologiche, nella predicazione di una crociata, in contatto con cardinali e pontefici. E contemporaneamente autore di ottantasei sermoni sul Cantico dei Cantici, uomo della contemplazione, della lectio, della preghiera e della ricerca di Dio.
Questa complessità non rappresentava per Bernardo una licenza a fare qualsiasi cosa. La sua vita rimase sottoposta alla vocazione ricevuta e alla disciplina monastica. Mostra però quanto sia rischioso identificare l'autenticità di una vocazione con una sua particolare manifestazione esteriore.
Lo stesso Bernardo non era neppure il monaco dal temperamento placido che una certa iconografia potrebbe far immaginare. Benedetto XVI, il 20 agosto 2006, ricordò il lavoro compiuto dal santo per «dominare il suo temperamento impetuoso» e l'umiltà con cui seppe riconoscere «i propri limiti e manchevolezze».
C'è forse qui una lezione assai più monastica di molte conferenze sul monachesimo. Il temperamento non viene annullato entrando in monastero. Viene educato, corretto, purificato. Bernardo resta Bernardo. La grazia non lo trasforma in un carattere standard, replicabile in ogni cistercense che verrà dopo di lui.
Ed è proprio un uomo così combattivo, capace di intervenire nelle più aspre controversie del suo secolo, a scrivere nel De consideratione che Dio «si può cercare meglio e trovare più facilmente con la preghiera che con la discussione».

La questione, allora, riguarda anche il modo in cui viene esercitata l'autorità tra i monasteri. Un abate può visitare altre comunità, offrire la propria esperienza, insegnare, ascoltare, aiutare. La tradizione cistercense conosce da sempre rapporti fra case, visite e strutture di comunione. Il problema nasce quando l'esperienza personale diventa metro di giudizio sulla vita altrui e quando una particolare sensibilità monastica viene presentata come l'unica forma adulta, seria o autentica di monachesimo.
Senza dimenticare un dato piuttosto semplice: chi si arroga il diritto di giudicare continuamente la vita degli altri finisce spesso per rivelarsi un pessimo maestro. Mauro Giuseppe Lepori, nelle prossime ore, sarà al Meeting di Rimini, esposto davanti a decine di migliaia di persone, mentre da anni attraversa il mondo sostenuto economicamente dall’Ordine. Ogni monastero cistercense versa, infatti, contributi alla Casa generalizia, anche per consentire all’Abate generale di svolgere i propri incarichi e i propri viaggi; allo stesso modo, i Memores Dominicontribuiscono economicamente per il loro assistente.
È questo il punto che rende la pretesa ancora più stridente. Lepori dispone di una rete, di risorse, di una visibilità e di una libertà di movimento che gli permettono di essere presente ovunque, di intervenire in contesti diversi, di parlare, orientare e giudicare. E tuttavia continua a presentarsi come colui che deve spiegare agli altri monasteri in quale modo si debba vivere autenticamente la vita monastica.
Perfino san Benedetto chiede all'abate di adattarsi ai diversi uomini che incontra. Perfino Bernardo dovette imparare a governare il proprio temperamento. Perfino Clairvaux, diventata una delle abbazie più influenti d'Europa, rappresentò una concreta interpretazione della tradizione benedettina e cistercense dentro una storia precisa.
Un monastero vive della Regola e del Vangelo, del patrimonio ricevuto, della sua comunità concreta e di uomini o donne che non sono intercambiabili. Chi esercita l'autorità dovrebbe conoscerli prima di pretendere di modellarli.
Forse san Bernardo, proprio lui che tanto insegnò agli altri, può ricordare agli abati di oggi anche questo: prima di spiegare a un'altra comunità come deve essere monastica, occorre avere imparato il compito che san Benedetto assegna a chi governa la propria: multorum servire moribus, servire i diversi caratteri.
p.P.M.
Silere non possum



