Diocesi di Venezia

Giovedì 25 aprile 2024 il Patriarca di Venezia, S.E.R. Mons. Francesco Moraglia, ha presieduto la Santa Messa in occasione della solennità di San Marco Evangelista, nella Basilica che ne custodisce le spoglie. «Il discepolo è chiamato sempre, nella libertà, ad un amore più grande» ha sottolineato il presule. 

Moraglia ha anche ricordato che «quest’anno la festa del patrono, l’evangelista Marco, cade a pochi giorni dall’attesa visita di Papa Francesco, successore dell’apostolo Pietro che, a Marco, fu unito da un legame particolare. Domenica prossima avremo la gioia di accogliere Papa Francesco nel segno della carità, della cultura, dei giovani e soprattutto dell’Eucaristia, ultimo atto della visita e suo culmine; al termine, il Santo Padre entrerà in questa basilica per rendere omaggio alle spoglie dell’evangelista». Alle ore 17 ha presieduto i Secondi Vespri nella Basilica di San Marco.

Domenica 28 aprile 2024 Papa Francesco si recherà presso la Casa di reclusione femminile della Giudecca, poi raggiungerà i giovani presso il Campo della Salute e infine celebrerà la Santa Messa in Piazza San Marco. 

d.M.P.

Silere non possum 

Omelia di S.E.R. Mons. Francesco Moraglia

Stimate autorità, carissimi presbiteri, diaconi, persone consacrate, fedeli laici,

quest’anno la festa del patrono, l’evangelista Marco, cade a pochi giorni dall’attesa visita di Papa Francesco, successore dell’apostolo Pietro che, a Marco, fu unito da un legame particolare al punto da essere chiamato – lo abbiamo sentito poco fa nella lettura – “figlio mio” (1Pt 5,13). Domenica prossima avremo la gioia di accogliere Papa Francesco nel segno della carità, della cultura, dei giovani e soprattutto dell’Eucaristia, ultimo atto della visita e suo culmine; al termine, il Santo Padre entrerà in questa basilica per rendere omaggio alle spoglie dell’evangelista. Prepariamoci con la preghiera a tale evento affinché la Chiesa diocesana e la nostra città ne siano rafforzate. Riprendo le parole con cui termina il Vangelo del nostro patrono (Mc 16,15-20); in esse abbiamo l’ultima consegna missionaria di Gesù ai discepoli: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura” (Mc 16,15). Nel Vangelo di Marco sono delineate le caratteristiche del discepolo di Gesù e la pedagogia con cui Gesù li forma. Proprio su questo desidero riflettere con voi.

Leggendo il Vangelo di Marco percorriamo il cammino che hanno fatto quanti sono stati più intimi a Gesù, dall’inizio del suo ministero pubblico, e lo hanno accompagnato fino a quando – come attesta il Vangelo di oggi – “il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano” (Mc 16, 19-20). In questo cammino non sono mancate incomprensioni e rimproveri da parte di Gesù, soprattutto nei momenti in cui parlava loro della sua passione, della morte e della risurrezione, ossia della croce. È significativo che Gesù attribuisca a questi discepoli – che sono il primo nucleo della Chiesa – il ministero e lo faccia subito dopo le parole che annunciano la venuta del Regno: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1,15). Immediatamente dopo, lungo il mare di Galilea, risuona la chiamata dei primi discepoli – Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni – che, lasciati il loro lavoro e i loro familiari, seguono Gesù (cfr. Mc 1,16-20). Sempre all’inizio della narrazione di Marco ci è detto che Gesù “fu battezzato nel Giordano da Giovanni” (il Battista) e lì, in quel momento, una voce dal cielo disse: “Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento” (Mc 1,9.11). Gesù è presentato come il Figlio di Dio, prediletto, che dopo – e il tutto è detto con pochissime parole rispetto agli altri Vangeli – affronta le tentazioni (cfr. Mc 1,12-13). Così appare, chiaramente, come il Figlio di Dio sia anche vero uomo (le tentazioni) e si debba misurare sempre con le prove della vita. L’inizio del Vangelo di Marco ci presenta, subito, Gesù come vero Dio e vero uomo. Nel capitolo ottavo abbiamo un altro momento culminante, nel rapporto fra Gesù e i discepoli: è la professione di fede dell’apostolo Pietro (Mc 8,27-30). Gesù vuol sapere non solo cosa la gente dice di Lui ma chi è Lui per i suoi discepoli. Rivolge loro una domanda esplicita – “Ma voi, chi dite che io sia?” – e Pietro risponde: “Tu sei il Cristo” (Mc 8,29).

Qui assistiamo alla crescita della fede di Pietro (che poi sarà chiamato a confermare i fratelli); qui egli confessa che Gesù è il Cristo, come attesta, fin dall’inizio, il Vangelo secondo Marco. Ma lo stesso Vangelo non nasconde le tante difficoltà di Pietro e degli altri a comprendere Gesù quando annuncia loro – e lo farà ben tre volte nei capitoli dall’ottavo al decimo – quello a cui Gesù sta andando incontro: “Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani, lo derideranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno, e dopo tre giorni risorgerà” (Mc 10,33-34). I discepoli fanno fatica a comprendere e, di fatto, non vogliono comprendere che il Messia non è espressione di potenza e gloria ma è il Crocifisso Risorto. Dopo il primo annuncio della passione, addirittura, Pietro prende in disparte Gesù e lo rimprovera per quelle parole che non vuole accettare. E Gesù gli risponde in modo durissimo perché, sul Vangelo, Gesù non accetta sconti e accomodamenti: “Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini” (Mc 8,33).

Tra il primo e il secondo annuncio della passione Marco pone la trasfigurazione (cfr. Mc 9,2-10) a cui assistono Pietro, Giacomo e Giovanni. Gesù ordina loro di non raccontare quanto hanno veduto “se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti” (Mc 9,9-10). Siamo ancora in un contesto di non comprensione dell’identità di Gesù; faticano o rifiutano di comprendere le caratteristiche del Messia – il Salvatore del mondo – che partecipa, fino alla fine, all’aspetto profondamente umano della sofferenza. Quando Gesù sceglie i Dodici (cfr. Mc 3,13-19), sale sul monte – cioè, si separa dalla folla – e “chiamò a sé quelli che voleva” (Mc 3,13). Ne scelse Dodici, numero simbolico e dal significato ecclesiologico, poiché “stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demòni” (Mc 3,14-15). Qui ci è detto che la missione dei Dodici sarà di continuare l’opera di Gesù: predicare e scacciare i demoni. Tale missione dipende dalla consonanza e vicinanza dei discepoli al Signore. Il discepolo, infatti, è colui che sta col Signore e non si può immaginare un discepolo che non pensi, parli e agisca come il suo Signore. Questo i discepoli imparano lungo il viaggio verso Gerusalemme al seguito di Gesù. Risalta, infine, l’assenza dei discepoli proprio al momento della passione. All’inizio Marco narra – ed è il solo evangelista a farlo – di un ragazzo che, mentre arrestano Gesù, fugge nudo per non essere preso, avendo addosso solo un lenzuolo; probabilmente è un riferimento autobiografico dello stesso Marco ma anche il richiamo ad una frase contenuta nel libro del profeta Amos: “Il più coraggioso fra i prodi fuggirà nudo in quel giorno!” (Am 2,16). Nelle pagine conclusive si ribadisce che Gesù è il Messia della croce, non quello delle tentazioni, ossia un Messia di potenza, di dominio, di notorietà e ricchezza; è la croce che salva il mondo e Gesù è il Crocifisso risorto. I discepoli – come aveva dovuto imparare Pietro – sono coloro che, con coraggio, “vanno dietro” a tale Messia; solo così, come promesso, diventeranno “pescatori di uomini” (Mc 1,17). Gesù ripete ad ogni suo discepolo, in ogni epoca: vai dietro a me, segui i miei passi. Il discepolo, così, è richiamato alla sua caratteristica essenziale: non essere di più del Maestro (cfr. Mt 10,24), ma colui che fedelmente cammina sulle orme del Maestro.

Sotto la croce, al momento della morte di Gesù, non sono presenti i discepoli ma troviamo, nel racconto marciano, la confessione di fede più alta ed emblematica: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio” (Mc 15,39). Tale confessione viene da un centurione – un pagano – che, vedendo l’umanità di Cristo e il compiersi così della sua storia, è toccato al punto da riconoscere in Lui il Figlio di Dio. Se mettiamo insieme le parole di Pietro e quelle del centurione – le due professioni di fede – ritroviamo proprio ciò che Marco esprime all’inizio del Vangelo e che ne illustra il senso e il contenuto, la sua pienezza: “Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio” (Mc 1,1). I discepoli riappaiono – dopo gli eventi del Venerdì santo – al momento della risurrezione, come attesta la conclusione “lunga“ di Marco: “Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano” (Mc 16, 19-20). Dopo la risurrezione, infatti, si ricostituisce il legame: Gesù appare agli Undici, li rimprovera perché sono stati increduli e duri di cuore (cfr. Mc 16,14) e ricomincia il cammino con loro, in modo nuovo, inviandoli nel mondo per annunciare a tutti il Vangelo. Il discepolato richiede una crescita per giungere a una comprensione corrispondente al Messia, al Cristo, Figlio di Dio. È solo alla luce della risurrezione che si comprende il valore di tutto ciò che l’ha preceduta, dal battesimo alla trasfigurazione. Di nuovo qui trovano corrispondenza le parole del dialogo con il cielo che conclude entrambi i momenti. Infatti, al termine del battesimo “venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento»” (Mc 1,11) e al termine della trasfigurazione una nube – segno del divino – avvolge i discepoli e una voce proclama: “«Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro” (Mc 9,7-8). La comunione con la Santissima Trinità – Padre e Figlio, nello Spirito Santo, scopo della vita del discepolo – raggiunge ora i discepoli. Tali parole sono lasciate al cammino e al mistero del discepolato che consiste sempre nel suscitare la fede, ma nella libertà e nell’amore. Il discepolo è chiamato sempre, nella libertà, ad un amore più grande. Con questa disposizione d’animo – che appartiene ad ogni vero discepolo – desideriamo accogliere il Santo Padre Francesco chiedendo all’evangelista Marco di guidarci, con la forza del Vangelo di Gesù, e al nostro patrono affidiamo, nella preghiera, il successore di Pietro che s’appresta a visitare la nostra Chiesa.

Buona festa di San Marco a tutti. Viva Venezia, viva San Marco!