Bonn - C’è qualcosa di profondamente distorto nel modo in cui oggi una parte del cattolicesimo occidentale vive il rapporto con la Chiesa universale. L’intervista rilasciata da Irme Stetter-Karp, presidente del Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK), a Kölner Stadt-Anzeiger ne è un esempio lampante. Non tanto per i contenuti stantii – già ampiamente noti: riforme strutturali, donne ai ministeri, revisione del celibato – quanto per il tono, la postura, l’atteggiamento.
La Stetter-Karp, descritta con sarcasmo in Germania e Austria come una “anziana zitella acida”, non fa mistero di voler misurare l’operato del nuovo Pontefice, Leone XIV, con il metro dei desiderata del Cammino sinodale tedesco. “Se sostiene le nostre richieste, bene. Se no, lo giudicheremo e condanneremo come abbiamo fatto con Francesco.” È questo il messaggio, nemmeno troppo implicito.
Ma qui emerge un nodo cruciale: chi giudica chi nella Chiesa? È davvero compito dei fedeli valutare un Papa come si giudica un governo o un amministratore locale? L’atteggiamento di “messa alla prova” – che si tratti di Leone XIV o di chiunque altro – rivela un vizio antico e trasversale: lo stesso che anima tanto i tradizionalisti più ostinati quanto i riformisti più radicali. In apparenza opposti, finiscono per incontrarsi in un identico schema mentale: “il Papa è buono se fa quello che dico io”.
Non si tratta più di obbedienza o di dialogo ecclesiale, ma di ricatto. Francesco, nel racconto della Stetter-Karp, diventa quasi un inetto perché non ha avallato abbastanza le deliranti richieste tedesche. Woelki, cardinale di Colonia, andrebbe rimosso non per colpe provate, ma perché non si allinea. Lo stesso vale per altri vescovi tedeschi: rei, semplicemente, di non accogliere le mozioni approvate da un’assemblea di poche persone represse e deluse.
È un cortocircuito che svela due cose. Primo: in Germania si sta giocando un braccio di ferro che ha poco di ecclesiale e molto di politico, con interessi legati anche alla ricchezza che la Chiesa tedesca riceve dal sistema della Kirchensteuer. Secondo: la Chiesa viene pensata come un organismo democratico nazionale, dove l’élite detta la linea e Roma sarebbe un “terzo” che assiste. Una visione che nega la cattolicità stessa, riducendo l’universalità a un’appendice.
Il punto non è sminuire il disagio di chi chiede riforme o ignorare le ferite di fedeli che si sentono lontani da una gerarchia percepita come distante. Ma un conto è sollevare questioni, altro è pretendere di commissariare il Papa e i vescovi. La Chiesa non è un parlamento, e i pastori non sono funzionari da confermare o licenziare a seconda degli indici di gradimento. Eppure, il tono dell’intervista lascia trasparire proprio questa logica: chi non esegue viene messo alla gogna. Stetter-Karp si compiace di denunciare i vescovi “assenti” o “ostruzionisti”, quasi fosse una lista di proscrizione. Il fatto che rivendichi come “scandalo” la libertà di alcuni pastori di non piegarsi, mostra quanto poco abbia di ecclesiale questo approccio.
Alla fine, la domanda vera non riguarda la Stetter-Karp, né Woelki, né Bätzing. Riguarda noi: siamo disposti ad accettare che la Chiesa non ci appartiene, ma ci precede? Oppure continueremo a usarla come un contenitore in cui riversare le nostre battaglie ideologiche, di destra o di sinistra, conservatrici o progressiste?
Se il criterio resta quello del “mi piace / non mi piace”, allora il Papa sarà sempre giudicato inadeguato, i vescovi eternamente manchevoli, e la Chiesa ridotta a una pallida imitazione della politica. Da questo peso Leone XIV non si lascerà certo schiacciare. Su un punto, paradossalmente, la Stetter-Karp ha ragione: “il Papa non deve compiacere tutti”. Ma la verità è ancora più radicale: Leone XIV in questi mesi ha mostrato di non voler compiacere nessuno, se non Gesù Cristo, l’unico davanti al quale deve rendere conto del fardello che porta sulle spalle – un compito che non ha cercato, ma che ha accettato con consapevolezza.
f.T.C.
Silere non possum

La presidente del Comitato Centrale dei Cattolici Tedeschi (ZdK), Irme Stetter-Karp, ritiene che sia giunto il tempo delle decisioni – tanto sul tema delle riforme ecclesiali quanto sul futuro del cardinale di Colonia, Rainer Maria Woelki.
Signora Stetter-Karp, Papa Leone XIV è da poco più di 100 giorni al timone della Chiesa. Se fosse un politico, gli si chiederebbe: ha mantenuto le promesse?
Nel complesso, è ancora troppo presto per dirlo. Ma trovo molto positivo il fatto che il Papa si sia espresso con chiarezza a favore della sinodalità nella Chiesa, dando così anche un segnale importante per il Cammino sinodale in Germania.
Davvero? Il termine “sinodalità” era già sfuggente con il suo stesso “inventore”, Papa Francesco. E ciò che voi in Germania intendete con “Cammino sinodale” suscitava piuttosto scetticismo in lui. Perché dovrebbe essere diverso con il suo successore?
In effetti, dovremo avere un po’ di pazienza per capirlo. Ma pazienza non significa inattività. Trovo molto scoraggiante l’atteggiamento di alcuni vescovi tedeschi in questo momento. Nel Cammino sinodale abbiamo approvato a larga maggioranza decisioni che avrebbero potuto essere attuate da tempo. Finora lo ZdK si è trattenuto dal muovere critiche, pensando: “se due litigano in Germania, il terzo a Roma gode”. Ma adesso, in vista della sesta e ultima assemblea sinodale di fine gennaio, le carte devono essere messe sul tavolo.
Chi intende quando parla del “terzo a Roma”?
Coloro che hanno cercato costantemente di mettere i bastoni tra le ruote al Cammino sinodale.
Quali decisioni concrete non sono state ancora attuate – e da parte di chi?
Faccio l’esempio del nuovo sussidio per le benedizioni delle coppie omosessuali. Nonostante una chiara delibera dei vescovi nel Cammino sinodale, esso viene applicato soltanto in circa metà delle 27 diocesi. Gli altri vescovi lo rifiutano o rimandano continuamente, guardando sempre a Roma.
Non c’è il rischio che siano gli stessi vescovi, rifiutandosi di ascoltare i loro fedeli, a provocare divisioni?
Abbiamo un sistema assolutistico e gerarchico, è vero. E non possiamo ignorare l’elemento dell’obbedienza clericale. Ma il Sinodo universale non ha forse affermato con chiarezza che il clericalismo deve essere superato? Non fa parte del profilo richiesto a un vescovo anche la capacità di ascoltare ciò che muove i fedeli? È innegabile che ci sia un’insistenza così unanime sulla necessità di riforme che i vescovi non possono semplicemente ignorarla. Per chi vogliono essere pastori, se non per i milioni di cattolici e cattoliche che attendono cambiamenti? Ci si accusa spesso, come ZdK, di mettere a rischio l’unità della Chiesa e di provocare una spaccatura. Ma allora chi è che realmente divide? Non sarà che alcuni vescovi rischiano di dividere i propri fedeli, proprio perché si ostinano a non ascoltarli?

A quali vescovi si riferisce concretamente?
È risaputo che il cardinale di Colonia Rainer Maria Woelki e tre vescovi bavaresi si rifiutano di partecipare al Cammino sinodale. Ma ci sono anche altri che, di recente, hanno brillato per assenze ripetute alle riunioni. Ed è uno scandalo, non solo per il presidente della Conferenza episcopale, Georg Bätzing, e per me come co-presidente del Cammino sinodale, ma anche per tutti i laici impegnati.
Ancora: chi sono?
Non faccio nomi. Ma gli interessati sappiano che lo abbiamo ben presente. E le rappresentanze dei laici nelle diocesi non faranno fatica a capire quali vescovi, in occasione di appuntamenti fissati da tempo, hanno trovato più volte “altre cose più importanti da fare”. Questi pochi vescovi, lo dico chiaramente, con il loro comportamento danneggiano l’intera Conferenza episcopale, la cui capacità e volontà di agire in maniera comune e solidale è già messa in dubbio.
Nota un allontanamento dal presidente della Conferenza episcopale, Georg Bätzing, la cui rielezione è prevista per il 2026?
Non voglio speculare. Io lo vedo come un presidente della Conferenza episcopale tedesca molto impegnato, affidabile e orientato al futuro, soprattutto nel Cammino sinodale. Merita solidarietà.
Torniamo a Papa Leone XIV. Crede che sosterrà le richieste di riforma del Cammino sinodale?
Prima della sua elezione, in tutti i colloqui, si è mostrato chiaramente più aperto, più disponibile all’ascolto, più interessato di chi aveva la responsabilità prima di lui. Nei dettagli dovremo ancora vedere, ma in linea di massima sono fiduciosa che arriverà un sostegno da Roma per la stabilizzazione degli organismi sinodali – in coerenza con le decisioni del Sinodo mondiale del 2024, che Leone XIV ha chiaramente fatto proprie.
E riguardo a passi concreti come l’accesso delle donne agli incarichi o l’allentamento del celibato obbligatorio?
Ritengo entrambe le cose assolutamente urgenti. È evidente che Leone XIV si considera un mediatore tra conservatori e riformatori. In parte è necessario e anche saggio. Tuttavia, arriverà il momento in cui dovrà indicare una direzione chiara. E possiamo solo augurargli di non cercare di accontentare tutti, perché non riuscirà. Arriverà l’ora delle decisioni di fondo.
La prossima settimana discuterà a “frank & frei” con il teologo di Münster, Michael Seewald, che pochi giorni fa ha definito il Cammino sinodale una “teologia disabituata alla storia”. I testi di base del processo di riforma sono forse poco fondati?
Sono curiosa di sentire come il professor Seewald argomenterà nel dialogo. La sua critica mi ha sorpresa. Forse, da parte sua, si tratta anche di aspettative troppo elevate nei confronti dei riformatori, che stanno facendo di tutto per rimettere in movimento la Chiesa.
Come già al tempo di Papa Francesco, anche ora si moltiplicano gli appelli perché il Pontefice intervenga nella guida dell’arcidiocesi di Colonia. Il Consiglio dei laici presso la Conferenza episcopale e altri hanno chiesto di rimuovere il cardinale Rainer Woelki, poiché mancherebbe la fiducia nel suo operato. I sondaggi confermano questo giudizio. Da Berlino, come appare la questione alla presidente dello ZdK?
Finora ci siamo astenuti da prese di posizione. Oggi posso dire una cosa: mi rallegrerei se Papa Leone XIV prendesse una decisione attiva. Penso che sia giunto il momento.