Ogni tanto, nel magico mondo paravaticano, iniziano a circolare contenuti costruiti ad arte e diffusi secondo strategie attentamente pianificate. È l’ennesima deriva che investe il giornalismo italiano, o ciò che pretende di esserlo. Nel Bel Paese non mancano figure che si autoproclamano esperte di comunicazione istituzionale senza possederne i titoli e, spesso, neppure la reputazione necessaria per rivendicare un simile ruolo. Il fenomeno non è nuovo e non riguarda soltanto l’ambiente ecclesiale: attraversa la politica, l’imprenditoria e il mondo dello spettacolo.
È però soprattutto negli ambienti in cui l’autorevolezza conta più del fatturato, come quello vaticano, che questi personaggi trovano il terreno più fertile per affermarsi e prosperare.
Un mestiere senza requisiti
Definirli «comunicatori» è già una concessione di linguaggio. Nella maggioranza dei casi si tratta di individui la cui parabola professionale si è interrotta bruscamente, spesso proprio all'interno delle istituzioni che oggi pretendono di consigliare, e che si sono reinventati mediatori di visibilità altrui. Il loro stesso curriculum viene riscritto con disinvoltura: l'incarico perduto diventa «esperienza pluriennale», lo scandalo diventa «gavetta», la controversia che ha chiuso una porta si trasforma in «competenza acquisita sul campo», il demansionamento in «consulenza strategica». Chi non conosce la vicenda pregressa prende per buona l'etichetta, e la ripete.

Il prezzo della visibilità
Il meccanismo su cui si regge questo mercato ha ben poco a che vedere con il merito giornalistico o con la qualità di un progetto editoriale. Funziona per prossimità, scambio di favori e protezione reciproca. Spesso, gli stessi personaggi che hanno beneficiato di questo sistema si trasformano poi in mediatori, naturalmente a pagamento. Hanno costruito il proprio ruolo grazie alla vicinanza con un politico emergente; sono approdati in prima serata perché il conduttore era legato a quel medesimo ambiente; hanno conservato spazio e credibilità anche dopo scandali di rilievo nazionale e di evidente gravità morale, perché qualcuno ha continuato a proteggerli. Oggi offrono ai clienti la stessa moneta con cui sono stati favoriti.
Promettono di ripulire un’immagine compromessa perché conoscono il direttore di un quotidiano o di una rivista e possono assicurare un servizio ben confezionato, accompagnato da una copertura nazionale. Sono amici dell’editore e riescono a far pubblicare un contenuto; vantano un credito con il capostruttura di un telegiornale locale e ottengono uno spazio televisivo. Su questa rete di relazioni si costruisce una vera e propria offerta commerciale, sebbene raramente venga presentata e fatturata come tale. In cambio di un compenso, questi intermediari garantiscono interviste, servizi televisivi e spazi su riviste di settore. Al centro dell’operazione non vi è l’accuratezza del racconto né la sua aderenza ai fatti, ma la visibilità in quanto tale.
Le conseguenze sul prodotto informativo sono evidenti a chi sa riconoscerle. I titoli si gonfiano oltre ogni proporzione rispetto ai fatti. Qualifiche inesistenti vengono spese con disinvoltura, forti della certezza che nessuna redazione le verificherà davvero. Quando compare un accenno critico, è addomesticato: solleva un dubbio superficiale per simulare equilibrio, senza mai intaccare l'interesse di chi ha pagato.
La lavanderia delle reputazioni
Il loro compito è quello di ripulire l’immagine dei propri “clienti”. Promettono l’intervista o il servizio televisivo che gonfia il titolo e parla di tutto tranne che di quegli elementi critici che hanno portato i loro “clienti” ad essere esiliati da determinati ambienti.
Chi è stato allontanato, o porta con sé il peso di una controversia mai davvero chiarita, trova in questo sistema lo strumento ideale per riscrivere la propria biografia pubblica. È sufficiente orchestrare qualche apparizione mediatica compiacente, concedere interviste a testate amiche sulla base di domande concordate e ottenere una citazione elogiativa da un collega ancora debitore di un favore. Con pazienza, metodo e ripetizione, il passato scomodo viene progressivamente sepolto sotto strati di copertura mediatica costruita ad arte. Agli occhi del lettore distratto finisce così per restare soltanto l’immagine accuratamente confezionata di un professionista autorevole e stimato.
Perché il sistema regge
Si potrebbe pensare che uno schema tanto disonesto collassi rapidamente sotto il proprio stesso peso. Nell’Italia delle meraviglie questo non succede, per almeno tre ragioni strutturali. La scarsità di risorse nelle redazioni italiane rende più economico accettare un pacchetto già confezionato, intervista, foto, taglio editoriale concordato, piuttosto che produrre un'inchiesta autonoma.
A rendere possibile tutto questo contribuiscono la corruzione e la sostanziale inefficacia degli ordini professionali e delle associazioni di categoria, organismi tipicamente italiani che, anziché esercitare una reale funzione di vigilanza, finiscono spesso per garantire l’impunità a chi si piega a questo sistema e pubblica per amicizia, in connivenza con i fantomatici «esperti della comunicazione». E infine la complicità silenziosa di chi, nell'ecosistema mediatico, occupa posizioni di potere, capiredattori, editori, direttori di uffici stampa, trae anch'esso vantaggio, in termini di relazioni personali o di favori reciproci, dal perpetuare la giostra.
In ambienti come quello vaticano ed ecclesiale, il danno assume una gravità ancora maggiore. Una diocesi, una congregazione religiosa o persino un ufficio della Santa Sede possono finire per affidare incarichi delicati a soggetti privi della necessaria affidabilità, semplicemente perché costoro hanno saputo muoversi nel circuito giornalistico romano con la disinvoltura di chi conosce ogni portone, ogni anticamera e ogni accesso utile.
Il conto lo paga chi legge
A pagare il prezzo più alto, alla fine, è sempre chi legge o guarda in buona fede. Un pubblico convinto di ricevere informazione verificata riceve invece pubblicità camuffata da giornalismo, senza avere strumenti per distinguere l'una dall'altra: l'impaginazione è la stessa, il linguaggio è lo stesso, l'autorevolezza apparente della testata che ospita il pezzo è identica in entrambi i casi.
Smontare questo meccanismo richiederebbe un gesto che il sistema mediatico italiano compie raramente su sé stesso: dichiarare con trasparenza quando un contenuto nasce da un rapporto commerciale, verificare i titoli professionali prima di darli in pasto ai lettori, smettere di considerare le amicizie una moneta di scambio equivalente alla competenza. Fino a quel giorno, chi vuole distinguere l'informazione dalla merce travestita da informazione dovrà continuare a farlo da solo: leggendo tra le righe di ogni intervista uscita con tempismo troppo perfetto, e diffidando di ogni titolo che suona più come uno slogan pubblicitario che come un fatto verificabile.
L.V.
Silere non possum




