Città del Vaticano - Questa mattina, nella sala Clementina del palazzo apostolico, il Santo Padre Leone XIV ha ricevuto in udienza i partecipanti alla 99ª Assemblea Plenaria della Riunione delle Opere per l'Aiuto alle Chiese Orientali (ROACO). Al termine dei lavori, il Pontefice ha rivolto loro un discorso che, partendo dal tema scelto quest'anno - la formazione del clero e dei monaci nei seminari e nei collegi orientali -, si è poi allargato a una dura riflessione sulla guerra e su quella che ha definito la «precarietà» che continua a dissanguare le comunità cristiane d'Oriente.
Che cos'è la ROACO
La ROACO è l'organismo che coordina le agenzie e le opere cattoliche impegnate nel sostegno alle Chiese Orientali Cattoliche. Istituita nel 1968 da san Paolo VI, opera sotto l'egida del Dicastero per le Chiese Orientali e raccoglie le principali realtà di aiuto internazionali - dalle commissioni per la Colletta per la Terra Santa a enti come la CNEWA, Kirche in Note Missio - che convogliano risorse verso i territori del Vicino e Medio Oriente, del Caucaso, dell'India, dell'Africa orientale e dell'Europa centro-orientale. Ogni anno i suoi membri si riuniscono a Roma in assemblea plenaria, esaminano i progetti da finanziare e approfondiscono un tema specifico. Quest'anno, come ha ricordato lo stesso Pontefice, le riflessioni si sono concentrate sulla formazione dei ministri sacri.
Formazione e identità: «soccorrere una Chiesa non è solo darle mezzi materiali»
Il primo nucleo del discorso è un elogio della scelta tematica dell'assemblea. Aiutare una Chiesa, ha spiegato Leone XIV, non si esaurisce nel provvederla di sostentamento: “soccorrere una Chiesa, infatti, non significa solo provvederla di mezzi materiali di sussistenza, ma anche aiutarla a crescere nella sua identità e nella sua forza evangelizzatrice”, che poggiano sulla formazione dei ministri.
Da qui l'apprezzamento per la ricchezza propria delle comunità cattoliche orientali, custodi di tradizioni che condividono con le Chiese Ortodosse. Il Pontefice ha insistito sull'immagine di una Chiesa “unita, ma non uniforme”, il cui “grembo fecondo ha dato alla luce varie tradizioni spirituali e teologiche, riti e discipline diversi, che si arricchiscono a vicenda”. A sostegno ha citato il Concilio Vaticano II, secondo cui le diverse formule teologiche d'Oriente e d'Occidente “non di rado si completino, piuttosto che opporsi”.
L'Oriente cristiano, ha avvertito, “lo si custodisce solo se lo si conosce: perderne la conoscenza significa impoverire la Chiesa”. Per conoscerlo e amarlo, però, occorre investire sulla formazione - un'esigenza già indicata da Giovanni Paolo II nella Orientale lumen, da cui Leone XIV ha ripreso l'invito ad «approfondire la conoscenza delle tradizioni spirituali dei Padri e dei Dottori dell'Oriente cristiano» e a offrirne un insegnamento adeguato nei seminari e nelle facoltà teologiche.
A questo legame tra conoscenza e carità, tra “menti aperte e mani operose”, il Papa ha aggiunto la necessità dello spirito: la vita spirituale, la costanza nella preghiera e nella vita sacramentale. Le opere di bene, ha ricordato richiamando la Lettera di Giacomo, non portano frutto duraturo se non si alimentano alla loro sorgente, che è Dio; e se “la fede senza le opere è morta”, è altrettanto vero che le opere, senza una fede viva, restano sterili.
La denuncia: la guerra e «la precarietà»
Nella seconda parte del discorso, pensando al servizio dei benefattori, Leone XIV ha contrapposto il loro operato a chi alimenta i conflitti, in un passaggio costruito per antitesi che ha colpito i presenti: “mentre voi generate vita, loro seminano morte; mentre voi tendete la mano al fratello, loro trovano nemici da schiacciare; mentre voi create dialoghi, loro ricercano monologhi; mentre voi aprite vie di speranza, loro rinchiudono i popoli nella paura; mentre voi costruite futuro, loro distruggono il presente”.
Il Pontefice ha poi messo a fuoco la “dolorosa emorragia dei cristiani orientali dai loro territori propri”, causata anzitutto dalla guerra, che - ha ribadito – “non risolve problemi, ma crea tragedie”, troppo spesso lasciate cadere nell'oblio.
Da questa premessa nasce la parola attorno a cui ruota l'intero appello: precarietà. Leone XIV ha descritto le società uscite dai conflitti come apparentemente tranquille ma in realtà “indebolite dall'instabilità delle istituzioni, dalla presenza di bande armate che si spartiscono il territorio, da una politica condizionata e non di rado manipolata da agenti e interessi esterni”. Ne deriva una “perenne precarietà, che soffoca le possibilità di sviluppo e ricade sempre sulla pelle dei poveri”: lavoro precario, salari discontinui, sanità a singhiozzo, istruzione provvisoria. È, ha detto, ciò che “favorisce la compulsione ad andarsene”, come accade a tanti fedeli specialmente in Medio Oriente.
Guerra e precarietà, ha affermato il Papa, “non sono frutto di un destino inevitabile, ma di libere scelte e quindi di responsabilità moralmente imputabili”; e la storia dimostra come le trame della violenza e del dominio si ritorcano anche contro chi le persegue. Di qui la sollecitazione delle coscienze, perché “si ridestino il rispetto per l'umanità e un doveroso senso di civiltà”.
Leone XIV ha infine ringraziato i donatori che, in nome del Vangelo, continuano a porre rimedio a «tanta disumanità», impartendo la benedizione e incoraggiando i presenti a perseverare nella carità senza scoraggiarsi.
p.F.D.
Silere non possum