Perché un solo vescovo, quello di Roma, dispone dell’autorità per intervenire su ogni diocesi, comunità religiosa e monastero del mondo cattolico, anche quando non conosce direttamente le persone, le vicende e i contesti sui quali è chiamato a decidere? È una domanda emersa nei giorni scorsi, durante un pranzo in cui ci siamo ritrovati attorno allo stesso tavolo in una di quelle composizioni che sembrano l’inizio di una barzelletta: un cattolico, un ortodosso e un anglicano.
Raccontavo a questi fratelli che, in realtà, non si tratta affatto di una questione confinata al dialogo ecumenico. È una domanda che, nella vita quotidiana della Chiesa, si pongono spesso anche gli stessi cattolici: chierici e laici, senza troppe distinzioni.
Una domanda che, probabilmente, si è fatta ancora più pressante alla luce di quanto accaduto nei dodici anni del pontificato di Francesco, un periodo che ha inciso profondamente sulla vita della Chiesa e che, per alcuni, ha lasciato anche ferite difficili da ignorare. Papa Francesco ha parlato con insistenza di sinodalità, di una Chiesa intesa come popolo in cammino e dell’autorità come servizio; nello stesso tempo, però, il suo pontificato ha mostrato quanto ampio possa essere lo spazio di intervento discrezionale riconosciuto al Romano Pontefice e a quanti agiscono direttamente per suo mandato.



