San Gaudenzio. Il vescovo di Novara: « la Chiesa c’è per trasmettere il Vangelo nella vita quotidiana delle persone».



The Bishop of Novara celebrated the Solemnity of St Gaudentius, the city’s patron saint





«Lo scorso mese di novembre mi è capitata tra le mani la mia prima omelia di san Gaudenzio e mi ha impressionato per la sua attualità. Sembra scritta per il tempo presente. L’unica cosa diversa è l’aggravarsi della situazione e dei fenomeni descritti. Sono stato persino tentato di riproporla tale e quale e di rivelare solo alla fine la sua data. Mi è parso bello riprenderne almeno una parte ampia, per poi focalizzare il nostro sguardo sul tema cruciale su cui voglio attirare la vostra attenzione: l’ora della donna nella Chiesa e nel mondo» ha detto il vescovo di Novara, Franco Giulio Brambilla nell’omelia della solennità di San Gaudenzio.

Quella di lunedì 22 gennaio 2023 è stata, probabilmente, l’ultima celebrazione di San Gaudenzio da ordinario della diocesi visto che il 30 giugno il presule presenterà la rinuncia per raggiunti limiti d’età. Brambilla è giunto nella diocesi di Novara il 5 febbraio 2012 nominato da Benedetto XVI. In questi giorni il vescovo sarà impegnato a Roma per compiere la Visita ad Limina Apostolorum con i presuli del Piemonte.

«Ve lo ripeterò instancabilmente fin che il Signore mi darà forza – disse Brambilla undici anni fa ai fedeli della diocesi di Novara –  la Chiesa c’è per trasmettere il Vangelo nella vita quotidiana delle persone. Il Vangelo è fonte di legami buoni, fa crescere le coscienze, custodisce la vita delle famiglie, dice ai giovani che il futuro è nelle loro mani, sostiene gli adulti nel difficile cammino della fedeltà, favorisce professionalità oneste, competenti, socialmente rilevanti, tiene sul candelabro le povertà e le fragilità diffuse per trovarvi rimedi efficaci e condivisi. Ma soprattutto una cosa vorrei dirvi: dobbiamo diffondere e alimentare una mentalità che non ha nell’avere il suo perno, che non mette nell’avidità il suo ideale, che non rincorre nella frenesia del consumare la facile compensazione alla vuotezza della nostra anima». 

Poi l’invito a «diventare una Chiesa e una società generativa». 

d.R.S.

Silere non possum 




Omelia di S.E.R. Mons. Franco Giulio Brambilla



Carissimi,

con la solenne celebrazione di san Gaudenzio quest’anno giunge a compimento il mio dodicesimo anno di episcopato a Novara. La festa del Patrono di Novara e della Diocesi è stata in questi anni, per così dire, il mio compleanno a Novara.

Lo scorso mese di novembre mi è capitata tra le mani la mia prima omelia di san Gaudenzio e mi ha impressionato per la sua attualità. Sembra scritta per il tempo presente. L’unica cosa diversa è l’aggravarsi della situazione e dei fenomeni descritti. Sono stato persino tentato di riproporla tale e quale e di rivelare solo alla fine la sua data. Mi è parso bello riprenderne almeno una parte ampia, per poi focalizzare il nostro sguardo sul tema cruciale su cui voglio attirare la vostra attenzione: l’ora della donna nella Chiesa e nel mondo.

1. Anzitutto, vorrei richiamare ciò che vi dissi undici anni fa. Cito: «Ve lo ripeterò instancabilmente fin che il Signore mi darà forza: la Chiesa c’è per trasmettere il Vangelo nella vita quotidiana delle persone. Il Vangelo è fonte di legami buoni, fa crescere le coscienze, custodisce la vita delle famiglie, dice ai giovani che il futuro è nelle loro mani, sostiene gli adulti nel difficile cammino della fedeltà, favorisce professionalità oneste, competenti, socialmente rilevanti, tiene sul candelabro le povertà e le fragilità diffuse per trovarvi rimedi efficaci e condivisi. Ma soprattutto una cosa vorrei dirvi: dobbiamo diffondere e alimentare una mentalità che non ha nell’avere il suo perno, che non mette nell’avidità il suo ideale, che non rincorre nella frenesia del consumare la facile compensazione alla vuotezza della nostra anima. Guardate le nostre case: sono troppo piene di cose e povere di significati, di voglia di vivere! Bisogna sostenere i giovani e dir loro che diventar grandi è un lavoro duro e difficile, ma che ha in palio la cosa più bella, il destino stesso della loro vita e della nostra società da qui al 2020 e oltre. Solo se sproneremo a una libertà generativa in noi e attorno a noi supereremo questa terribile crisi, tornando a credere alla forza del nostro genio italiano, alla bellezza incomparabile delle nostre terre, al giacimento d’oro della nostra storia, arte, cultura, alle risorse di un cattolicesimo popolare capace di confrontarsi e interagire anche con tutte le altre forme di cultura e di religione».

2. In secondo luogo, l’invito a diventare una Chiesa e una società generativa, ci richiama oggi alla condizione della donna nella Chiesa e nel mondo. Sul quadrante del tempo si può dire che “è giunta l’ora della donna”. Nel testo del vangelo di Giovanni che abbiamo ascoltato, Gesù parla della sua Pasqua, cioè del suo passaggio da questo mondo al Padre. L’evangelista si riferisce all’esperienza della maternità, per spiegare il passaggio dal dolore alla gioia, dal tempo della prova alla speranza della vita che nasce. Ascoltiamo:

«Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: “State indagando tra voi perché ho detto: ‘Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete’? In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia.

La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia. Quel giorno non mi domanderete più nulla”». (Gv 16,19-23)

Nel vangelo di Giovanni il richiamo alla condizione della donna si riferisce alla generazione. Non si può tuttavia considerare la donna solo come madre o sposa, ma anzitutto per se stessa in quanto donna. La dimensione femminile della vita e del mondo oggi è balzata al centro dell’attenzione proprio nel momento in cui assistiamo nella società contemporanea a tante forme tragiche e drammatiche di violazione delle donne. Qui voglio dar voce al grido di dolore e alla più intransigente condanna di tutte le forme di violenza sulle donne e sui bambini: in una società avanzata, come ci vantiamo di essere, questo dramma è assolutamente incomprensibile e domanda una lotta senza quartiere contro tale cancro della vita umana e della società civile. È un orribile delitto che non si può in alcun modo accettare!

Per questo, bisogna ripensare il tema della donna a partire dall’esperienza della prossimità tra uomo e donna e della generazione dei figli. Tale duplice esperienza è il luogo dove la coscienza umana viene istruita sull’alterità dell’altro non solo nella linea di una astratta uguaglianza, ma nell’ottica del dono promettente dell’altro e del dono originario della vita nella generazione dei figli. Solo l’evento dell’incontro tra uomo e donna e l’accoglienza grata della generazione dei figli può illuminare l’esperienza della reciprocità nella sua specificità. Non possiamo pensare l’uomo e la donna solo attraverso una illustrazione delle componenti “maschile” e “femminile”, o addirittura mediante una descrizione della natura o del ruolo dell’uomo e della donna.

La storia dell’incontro tra uomo e donna è il luogo dove si scopre che la vita è un bene promettente, è una grazia che mette dinanzi a ciascuno la sfida di una risposta libera. È una presenza che si attua nell’agire quotidiano, nella dedizione responsabile, nella generazione feconda con cui si costruisce la vita comune e ci si cimenta nell’operosità della vita sociale. L’uomo e la donna nella loro diversità appaiono così un dono, non un concorrente che mette alla prova e di fronte al quale cautelarsi, affermando la propria parità e soggettività individuale.


3. Se fino a non molto tempo fa la cultura sociale aveva fissato in modo ben definito i ruoli di maschile e femminile, i cambiamenti contemporanei hanno introdotto forti trasformazioni dei ruoli di genere, rendendo fluida l’identità psicologica e mettendo in crisi la polarità maschio-femmina. Inoltre, all’inizio del terzo millennio il tema della differenza uomo e donna è stato oscurato dal sorgere delle teorie del “genere” che si sono imposte a partire dalla separazione di sesso (sex) e di genere (gender).

Questo duplice spostamento d’accento ha ritrovato eco anche nel magistero di papa Francesco, per il quale la questione della donna e la sua posizione nella chiesa richiede una nuova collocazione. Sul versante antropologico bisogna superare la prospettiva della ricerca di uno specifico femminile, che si esprimeva nella retorica del “genio femminile”. Sul versante ecclesiale e socioculturale è necessario superare un sistema contrassegnato ancora da molti tratti androcentrici e patriarcali. Faccio un breve approfondimento.

Sul versante dell’esperienza umana una visione naturalistica o funzionale della differenza uomo-donna suggerisce un’immagine del femminile definibile a monte del rapporto col maschile così come accade invece nella pratica della vita. È un esercizio a cui non siamo abituati, ma alcuni suggerimenti possono essere utili: non si deve parlare de “la donna”, ma delle donne; bisogna riferirsi sempre al contesto pratico, non solo operativo, ma creativo; è decisivo introdurre i temi del confronto nella vita quotidiana della casa, della cura, della relazione, dei sentimenti, dell’empatia, dei progetti, dell’educazione, del lavoro, della festa, del riposo, per accorgersi quali scenari nuovi si dischiudono davanti a noi.

Sul versante della vita ecclesiale s’impone il ripensamento della presenza della donna nelle comunità cristiane: la promozione di una ministerialità diffusa, il coinvolgimento delle donne nei movimenti laicali e negli organismi di partecipazione, i cambiamenti nella vita religiosa femminile, la partecipazione liturgica delle donne, l’apprezzamento del servizio femminile nella vita della Chiesa, l’apporto delle teologhe nella ricerca, docenza, formazione e pubblicistica. Ciò ha portato a un riconoscimento delle donne nella loro dignità battesimale e ha significato una trasformazione simbolica dello spazio dei poteri e dei ministeri ecclesiali, ridisegnato dalla presenza attiva della donna.

Talvolta la critica di genere lamenta ancora l’insufficienza di questa prospettiva sulla donna, che non sarebbe capace di correggere in profondità le forme patriarcali e androcentriche nello spazio ecclesiale. In modo pratico potremmo dire: una Chiesa di uomini e donne, corresponsabili nell’annuncio evangelico e nel servizio al mondo, deve assumere l’atteg­giamento di Gesù che ha incluso le donne nel suo movimento religioso integrandole come significative nell’annuncio del Regno.

Richiamo solo un paio di esempi su entrambi i fronti: nel mondo dell’educazione, si pensi solo alla scuola, la presenza di donne è esorbitante, perché s’introduce l’idea che la trasmissione della vita e della fede è ridotta ai processi dell’infanzia, riservati alla donna-madre, da lasciarsi alle spalle una volta divenuti adulti. Qui l’assenza del padre è vistosa, per l’immagine diffusa che a lui siano riservati il potere, l’amministrazione e l’economia. Altrettanto si potrebbe dire dell’ampio spazio della carità e del servizio troppo facilmente ricondotto alla capacità di cura, che sarebbe tipica del mondo femminile.

D’altra parte, le forme organizzative e decisionali nella Chiesa e nella società (ministeri, consigli, servizi e rappresentanze, ecc.) sono tutte fortemente presidiate dal maschile, quando la presenza delle donne non sia sentita con fastidio e in concessione decorativa, senza effettivamente beneficiare delle azioni, decisioni e operazioni proprie della capacità femminile di potere e di fedeltà.

Su ambedue i fronti si apre un cammino fecondo per ripensare i ruoli della donna e dell’uomo nella Chiesa e nella società. La decostruzione dell’universo simbolico androcentrico nel lavoro e nell’impresa comporta la rimodulazione del corrispondente mondo simbolico maternocentrico che attraversa oggi molti processi educativi. Abbiamo bisogno di più uomini e padri nell’educazione per far crescere la vita in formato grande e di più donne e madri nella vita sociale perché la società sia di più luogo della cura e dell’accudimento dell’umano e meno spazio della competizione e del mercato. Se diamo più spazio alle donne, saremo più umani e sarà giunta finalmente l’ora della donna!

+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara


Articolo pubblicato il 23 gennaio 2024



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