Roma - Il 26 maggio 2026, in piena ottava di Pentecoste, la Casa Generalizia della Fraternità Sacerdotale San Pio X ha diffuso un comunicato ufficiale, firmato dal Superiore Generale don Davide Pagliarani, con cui sono stati resi noti i nomi dei quattro sacerdoti destinati a ricevere la consacrazione episcopale il prossimo primo luglio a Écône. Si tratta di un passaggio di gravità inaudita, tanto più alla luce dei ripetuti moniti della Santa Sede, e di un gesto destinato a riaprire con forza la questione dei rapporti tra la Fraternità e Roma.

Proprio nello stesso giorno, il portale Kath.net ha pubblicato una densa e articolata intervista al cardinale Gerhard Ludwig Müller, già Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, interamente dedicata alla situazione della Fraternità San Pio X e alle gravi questioni dogmatiche, canoniche e liturgiche che essa solleva.

L'annuncio della Fraternità San Pio X

Nel comunicato emesso da Menzingen, don Pagliarani annuncia che i quattro sacerdoti scelti per l'episcopato sono:

don Pascal Schreiber, svizzero, 53 anni, dal 2020 rettore del seminario Herz Jesu di Zaitzkofen in Germania;
don Michael Goldade, statunitense, 45 anni, dal 2023 rettore del seminario Saint Thomas Aquinas in Virginia;
don Michel Poinsinet de Sivry, francese, 42 anni, dal 2022 superiore del distretto del Benelux;
don Marc Hanappier, francese, nato nel 1990, professore di metafisica e teologia dogmatica al seminario di Dillwyn, in Virginia.

Il comunicato sottolinea che, "in uno spirito di rispetto verso l'autorità suprema della Chiesa universale", i dossier dei sacerdoti sono stati presentati al Santo Padre, accompagnati da alcune spiegazioni ritenute necessarie per una corretta comprensione di un'iniziativa che si collocherebbe in un "contesto molto particolare ed eccezionale". Un gesto che la Santa Sede ha però recepito come l'ennesima "sfida e atto di mancanza di rispetto" che "la Fraternità compie con l'avallo, purtroppo, di molti sedicenti tradizionalisti", come riferisce a Silere non possum un presule del Dicastero per la Dottrina della Fede.

Il Superiore Generale ribadisce che la scelta e la consacrazione dei nuovi vescovi non procedono "da alcuna volontà di rivendicare un potere di giurisdizione o di stabilire un'autorità parallela nella Chiesa" e non costituiscono "una negazione, un rifiuto o una sfida al potere di giurisdizione supremo, pieno e immediato del Vicario di Cristo sulla Chiesa universale". Dichiarazioni di rispetto formale che, tuttavia, stridono apertamente con la sostanza dei fatti: la Fraternità si permette infatti di dettare al Papa quale strada dovrebbe percorrere e quali "errori" dovrebbe correggere. Una pretesa che, se venisse avanzata dagli anglicani o da qualsiasi altra confessione, susciterebbe l'indignazione e l'insorgenza degli stessi ambienti tradizionalisti, ma che diventa improvvisamente legittima quando a compierla sono loro.

La Fraternità afferma poi che la cerimonia del 1º luglio non avrebbe altro scopo se non quello di "assicurare la continuità nell'amministrazione dei sacramenti dell'Ordine e della Confermazione, così come dei sacramentali riservati ai vescovi, secondo il rito tradizionale della santa Chiesa romana e la fede di sempre". Affermazione che non regge alla prova dei fatti: se la Fraternità avesse davvero voluto garantire tale continuità, avrebbe potuto chiedere a Roma la nomina di vescovi, anziché sceglierli e consacrarli da sé. Tornano alla mente, a questo proposito, le parole rivolte da Leone XIV qualche giorno fa ai movimenti e alle associazioni: «E quindi il Vescovo è una figura di riferimento molto importante, e se un gruppo dice: "No, con quel Vescovo non siamo in comunione, ne vogliamo un altro", non va bene. Dobbiamo cercare di vivere in comunione con tutta la Chiesa, a livello diocesano come anche a livello universale».

L'episcopato dei quattro sacerdoti viene così presentato come "un servizio reso alle anime e alla Chiesa nel mezzo di questa crisi della fede senza precedenti", nella coscienza del dovere di trasmettere fedelmente "ciò che la Chiesa ha sempre creduto, insegnato e praticato". Al di là della retorica, si tratta in realtà di un atto di gravità inaudita e dai contorni apertamente scismatici. L'iniziativa di procedere a nuove consacrazioni episcopali senza mandato pontificio ripropone, infatti, le medesime tensioni dottrinali e canoniche che nel 1988 portarono alla scomunica dei quattro vescovi consacrati da monsignor Marcel Lefebvre - scomunica poi revocata da Benedetto XVI nel gennaio 2009, nel tentativo di aprire una via di accordo con la Fraternità, via che essa ha sempre, di fatto, rifiutato

L'intervista del cardinale Müller a Kath.net

In questo contesto si inserisce l'intervista che Kath.net ha pubblicato oggi, a firma di Lothar C. Rilinger, al cardinale Gerhard Ludwig Müller. Il cardinale affronta con grande chiarezza l'intero arco delle questioni in gioco: la dottrina della libertà religiosa contenuta in Dignitatis humanae, il significato dell'ecumenismo conciliare, le conseguenze dogmatiche e canoniche per un sacerdote che non rappresenti integralmente la dottrina della Chiesa, la natura della scomunica e il senso della sua revoca, la distinzione tra sostanza dei sacramenti e forme liturgiche, il rapporto tra rito antico e rito rinnovato, la questione delle nuove consacrazioni episcopali e le possibili vie di un accordo, compresa l'ipotesi di una prelatura personale.

Il cardinale Müller, pur riconoscendo la ricchezza spirituale dell'antica liturgia e criticando apertamente le restrizioni imposte alla sua celebrazione - definite "pastoralmente molto poco saggia" e "dogmaticamente insostenibile" la soppressione disciplinare del rito antico -, ribadisce con fermezza che il problema non è liturgico ma dogmatico: riguarda la pretesa della Fraternità di porsi come istanza di giudizio sopra il Magistero del Papa e dei vescovi in comunione con lui. Particolarmente significativo è il riferimento, all'interno dell'intervista, proprio alla dichiarazione rivolta dalla Fraternità a Papa Leone XIV nel maggio 2026, e alle nuove consacrazioni episcopali, che il cardinale considera non giustificabili dogmaticamente e moralmente al di fuori di una condizione di persecuzione estrema in cui il contatto con Roma fosse impossibile.

Data la rilevanza del testo e la sua capacità di illuminare le poste in gioco proprio nel momento in cui la Fraternità annuncia il suo nuovo passo, pubblichiamo qui di seguito integralmente l'intervista apparsa su Kath.net.

Lothar C. Rilinger: Può spiegare quali decisioni del Concilio il vescovo Lefebvre e la Fraternità San Pio X rifiutano?

Cardinale Gerhard Ludwig Müller: Soprattutto riguardo alla dottrina della libertà religiosa come diritto fondamentale a seguire la verità davanti a Dio solo, senza coercizione statale e indottrinamento ideologico, così come essa si impone alla coscienza, essi vedono una deviazione dalla convinzione di fede cattolica secondo cui soltanto la Chiesa cattolica annuncia pienamente e integralmente la Rivelazione di Dio in Cristo e la propone alla fede. I membri della Fraternità San Pio X interpretano la libertà religiosa nel senso del liberalismo relativistico del XIX secolo, che respinge la Rivelazione e fa della religione una questione non di verità, ma di gusto e di sentimento soggettivo. Secondo loro, invece, lo Stato cattolico dovrebbe promuovere la religione cattolica come l’unica vera e negare all’errore ogni diritto di esistenza nello spazio pubblico.

Nella dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis humanae, però, il Concilio compie precisamente la distinzione tra la libertà religiosa come diritto naturale dell’uomo e la libertà dell’uomo di corrispondere, con ragione e libertà, alla Parola rivelata di Dio e di riconoscere in Cristo la pienezza della verità di Dio e dell’uomo. Nelle condizioni odierne di una società pluralistica, e soprattutto negli Stati socialisti ostili alla religione o radicalmente islamisti, possiamo essere contenti se il potere pubblico non si intromette nella religione e nella morale. Invocando la libertà religiosa e di coscienza, i cattolici possono far valere il loro diritto, anche purtroppo nella tendenzialmente cristianofoba Unione Europea, a rifiutare l’aborto, l’eutanasia e la relativizzazione del matrimonio tra uomo e donna. Parlare ancora oggi di Stati cattolici che dovrebbero imporre socialmente, con misure statali, il dogma tuttora valido della necessità salvifica della Chiesa cattolica appare piuttosto anacronistico.

Allo stesso modo, le obiezioni della Fraternità San Pio X contro la ricerca ecumenica dell’unità di tutti i cristiani nell’unica Chiesa cattolica, che trova nel Papa la sua espressione visibile, non colgono le affermazioni del Vaticano II. Il Concilio non ha messo in discussione in alcun modo l’unicità della Chiesa di Cristo, come è stata riaffermata dalla dichiarazione della Congregazione per la Dottrina della Fede Dominus Iesus del 2000 sotto il cardinale Ratzinger. Si trattava, però, di riconoscere ai cristiani non cattolici, che non si sono separati personalmente dalla Chiesa cattolica ma restano in buona fede legati alla pretesa di verità della confessione nella quale sono cresciuti, tale situazione e di cercare con loro vie per ritrovare l’unità nella fede, nei sacramenti e nella costituzione della Chiesa, come ha voluto Gesù stesso, fondatore della Chiesa, e come espressione visibile della sua unità con il Padre.

Rilinger: Quali conseguenze dogmatiche sorgono quando un sacerdote cattolico non è più disposto a rappresentare l’intera dottrina della Chiesa?

Card. Müller: I vescovi, i sacerdoti e i diaconi, in forza del sacramento dell’Ordine, sono obbligati interiormente ed esteriormente ad annunciare nella parola la fede della Chiesa e a testimoniarla con la loro vita. Se si discostano da essa in modo rilevante ed evidente e non ascoltano le ammonizioni del loro superiore, possono essere comminate loro, a seconda delle circostanze, pene canoniche fino all’esclusione dai loro uffici. Tuttavia, a causa dell’efficacia oggettiva dei sacramenti — del Battesimo, della Cresima e qui del sacramento dell’Ordine — essi non perdono il carattere loro impresso nell’ordinazione. È la famosa distinzione tra amministrazione illecita ma valida dei sacramenti.

Già sant’Agostino, contro i donatisti, aveva stabilito che l’efficacia dei sacramenti non dipende dalla santità personale, dalla moralità e dall’ecclesialità del ministro del sacramento, poiché Cristo è colui che agisce propriamente nei sacramenti. La Chiesa cattolica riconosce i sacramenti nella Chiesa ortodossa, perché essa ha vescovi e sacerdoti validamente ordinati, sebbene gli ortodossi non riconoscano pienamente e integralmente il primato della Chiesa romana e non vivano in piena comunione ecclesiale con il successore di san Pietro, il Papa.

Rilinger: Nei confronti dell’arcivescovo Marcel Lefebvre, Papa Giovanni Paolo II pronunciò la scomunica nel 1988. In seguito questa pena ecclesiastica fu revocata. Quali conseguenze giuridiche e canoniche derivano per un cattolico dalla scomunica?

Card. Müller: La scomunica nei confronti dei quattro vescovi da lui consacrati fu revocata da Papa Benedetto XVI nel gennaio 2009, per facilitare la reintegrazione della Fraternità San Pio X nella Chiesa cattolica, dopo che nei colloqui si era profilata questa possibilità. Tuttavia vi fu una polemica inattesa contro Papa Benedetto quando, successivamente, si venne a sapere che il vescovo Williamson aveva negato o quantomeno relativizzato l’Olocausto. La questione della pena ecclesiastica e la posizione personale di uno dei quattro protagonisti sull’Olocausto, considerate in sé, non hanno però nulla a che vedere l’una con l’altra.

Non si è però giunti a una piena integrazione canonica della Fraternità San Pio X, perché essa ha mantenuto le proprie accuse contro il Concilio Vaticano II e ha rimproverato alla Chiesa nel suo complesso, a causa degli sviluppi postconciliari, ma anche di reali deviazioni dalla fede cattolica da parte di singoli vescovi e teologi e di abusi nella liturgia, di non essere più pienamente cattolica nel senso della Tradizione così come la Fraternità San Pio X la rivendica, ritenendo di doverla interpretare come unica valida e, se necessario, anche contro il Papa. Essi sembrano però non accorgersi della contraddizione con la fede cattolica, secondo la quale il Papa romano è, in caso di dubbio, il criterio ultimo e decisivo della cattolicità.

Rilinger: La revoca della scomunica ha la stessa funzione che, nel diritto penale statale, ha l’annullamento della pena inflitta da una sentenza, che rappresenta una completa riabilitazione, poiché l’accusa penale viene ritirata in toto? Dunque, con la revoca della scomunica viene contemporaneamente considerato inesistente il motivo della scomunica?

Card. Müller: Non si può paragonare la cosa al diritto penale statale. Le pene ecclesiastiche devono essere distinte dalle pene per i peccati, che solo Dio infligge e perdona, soprattutto nel sacramento della Penitenza, e dalle pene disciplinari della Chiesa, che vogliono ammonire chi trasgredisce e ricondurlo sulla retta via, le cosiddette pene medicinali. Oppure, nel caso del divieto a vita di esercitare il ministero sacerdotale, non si tratta della pena espiatoria per l’atto, che viene trattato civilmente dallo Stato e in ambito ecclesiale nel sacramento della Penitenza, ma della protezione dei fedeli da ulteriori comportamenti scorretti di un chierico o collaboratore ecclesiastico, il quale non può nascondersi dietro la propria autorità ecclesiastica.

Rilinger: Se la revoca della scomunica non rappresenta una riabilitazione, che cosa significa allora?

Card. Müller: Come detto, fu la via insolita della mitezza di Benedetto XVI, il quale si aspettava dalla revoca della scomunica il ravvedimento e la conversione dei vescovi della Fraternità San Pio X colpiti dal provvedimento, e non prevedeva che alcuni avrebbero interpretato la sua grande disponibilità come debolezza. Il Papa, nel suo compito di garantire o ristabilire l’unità della Chiesa, si spingerà sempre fino al limite del possibile, mentre gli sviati, nel loro orgoglio spirituale, ne traggono occasione per porre condizioni. Il Papa può fare alcune concessioni quando si tratta di questioni secondarie, ma non nella sostanza della fede, dei sacramenti e della costituzione sacramentale della Chiesa, fondata sugli Apostoli con Pietro a capo, cioè sui vescovi e sul Papa romano. Per il bene dell’unità, il Papa può senz’altro concedere ai membri della Fraternità San Pio X la celebrazione della Santa Messa e degli altri sacramenti nella forma liturgica precedente alla riforma liturgica. Occorre infatti distinguere la sostanza dogmatica dei sacramenti dai diversi riti nei quali essi vengono celebrati.

Con grande saggezza Benedetto ha distinto, all’interno del rito latino, la liturgia rinnovata come forma ordinaria e la celebrazione cosiddetta “tridentina” secondo il Messale del 1962 come forma straordinaria dello stesso rito latino. Oltre al rito latino vi sono infatti molti altri riti legittimi, circa 20-25, all’interno della Chiesa cattolica, soprattutto nelle Chiese cattoliche orientali. La liturgia in quanto tale non è il problema. Il problema è l’accusa infondata dei membri della Fraternità San Pio X secondo cui la Chiesa cattolica, con i Papi Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Francesco e Leone XIV, si sarebbe discostata dogmaticamente dalla fede cattolica; tra questi presunti sviamenti essi includono, in modo del tutto errato, anche la Messa nel rito rinnovato, che secondo loro conterrebbe errori dogmatici, per esempio perché il suo carattere sacrificale, a favore di un semplice memoriale, sebbene non negato, sarebbe quantomeno oscurato.

Rilinger: L’accusa di non rappresentare l’intera dottrina della Chiesa rimane dunque anche dopo la revoca della scomunica. Per quale motivo, però, da parte della Chiesa, dopo la consacrazione di quattro vescovi da parte del vescovo Lefebvre, non si è parlato espressamente di scisma, sebbene il negare anche solo una parte della dottrina venga in realtà considerato una separazione?

Card. Müller: Alcuni hanno parlato di scisma, altri no. Ufficialmente si è lasciata la questione in sospeso, per non irrigidire con formule dure quella situazione che si voleva proprio superare. Lo scisma implica anche che gli interessati si separino consapevolmente dalla Chiesa cattolica, dalle sue dottrine e dai criteri della sua unità, in particolare dal Papa romano. I membri della Fraternità San Pio X finora probabilmente non lo hanno affermato formalmente, ma si concepiscono come una comunità di emergenza, che resta a distanza finché i milioni di cattolici caduti nel modernismo, migliaia di vescovi e sacerdoti e il Papa attuale non saranno tornati alla Chiesa che la Fraternità San Pio X ritiene di aver custodito come santo resto dell’unica vera Chiesa cattolica. In una dichiarazione a Papa Leone XIV del maggio 2026, essi chiedono l’abbandono degli “errori” conciliari e postconciliari, in contraddizione con la “Tradizione preconciliare”, errori che si sarebbero insinuati nella Chiesa nonostante i loro ammonimenti e contro i quali il Magistero non sarebbe intervenuto. L’autocomprensione richiamata, secondo cui la Chiesa cattolica è l’unica comunità nella tradizione apostolica che può richiamarsi alla fondazione di Cristo, naturalmente non è mai stata messa in discussione dal Magistero. Quanto alla richiesta qui ripetuta secondo cui non potrebbe esistere uno Stato religiosamente neutrale e secondo cui la Chiesa dovrebbe sottomettere lo Stato a Cristo e a se stessa, i membri della Fraternità San Pio X dovrebbero indicare una volta quali siano gli Stati nei quali intendono realizzare questo programma.

Naturalmente, per ogni cattolico l’autorità spirituale del Papa, che è il custode della verità, della pace e della dignità dell’uomo, sta al di sopra delle autorità mondane, orientate da interessi, potere e influenza. Ma è già molto se gli Stati si tengono fuori dalla questione della verità e rispettano i diritti fondamentali naturali dei loro cittadini, soprattutto la loro libertà religiosa e di coscienza, e non pretendono, contro ogni buon senso, di definire per esempio il matrimonio come qualcosa di diverso dalla comunione di vita tra un uomo e una donna. Con pieno diritto tutti i cattolici ortodossi affermano che le presunte benedizioni di coppie dello stesso sesso o di coppie che vivono in altre relazioni irregolari sono oggettivamente peccato, ma che l’accompagnamento pastorale di tali persone, nel nome del Buon Pastore, è necessario affinché esse percorrano il cammino della sequela di Cristo in conformità ai suoi comandamenti. Tuttavia, questa voce i membri della Fraternità San Pio X dovrebbero levarla nella Chiesa e non contro la Chiesa, evitando così di dare l’impressione che alle deviazioni eretiche verso l’ideologia atea arcobaleno sia stato concesso un qualche diritto di esistenza nella Chiesa. Atanasio e Agostino non si sono posti a distanza dalla Chiesa finché essa non ebbe definitivamente superato l’arianesimo e il donatismo.

Rilinger: Da parte dei principali rappresentanti della Fraternità San Pio X viene ripetutamente sostenuto che essi si considerano parte integrante della Chiesa cattolica romana, sebbene per ragioni dogmatiche non siano in grado di accettare determinate decisioni del Concilio, pur osservando in linea di principio la maggior parte delle deliberazioni. Per quale motivo la Chiesa non è disposta a tollerare la teologia dei membri della Fraternità San Pio X, anche considerando che la Fraternità è ritenuta attraente da molti cattolici credenti e che gli atti liturgici sono riconosciuti come legittimi anche dalla Chiesa?

Card. Müller: Non si può essere autenticamente cattolici se si sottopongono le affermazioni vincolanti del Magistero ecclesiale al proprio criterio soggettivo. I monofisiti hanno rivendicato la fedeltà al Concilio di Efeso del 431 e alla dottrina del Padre della Chiesa Cirillo di Alessandria, e poi hanno respinto la dottrina del Concilio di Calcedonia del 451, che insegnava l’unità della natura divina e umana di Cristo nella persona divina del Figlio nella Trinità. La legittima differenza tra scuole teologiche - tomisti, scotisti - e l’originalità di pensiero di singoli teologi, come Romano Guardini o Hans Urs von Balthasar, non devono essere confuse con la necessaria unità nella dottrina degli Apostoli e della Chiesa, formulata soprattutto nei Concili. I membri della Fraternità San Pio X dovrebbero spiegare la differenza tra la loro posizione e la frase di Lutero durante la disputa di Lipsia del 1519, che fece esplodere l’unità della Chiesa e minò la sua autorità: “Anche i Concili possono errare!”. Con ciò veniva messa in discussione anche l’autorità ultima e vincolante del Papa, mentre eretici condannati, presentati come migliori interpreti della Rivelazione, venivano posti al di sopra del Magistero. L’intera ermeneutica della fede cattolica - sviluppata già da Ireneo di Lione contro gli gnostici, cioè i sapientoni di ogni tempo - verrebbe distrutta se, al di fuori del Magistero dei vescovi in comunione con il Papa, si dovesse riconoscere un’altra istanza umana, che in base a sentimenti soggettivi e arbitrio si sentisse autorizzata a stabilire l’unità dell’ultimo Concilio con il Magistero precedente.

Anche dal punto di vista puramente umano e teologico non può essere che, al Concilio, duemila vescovi e tutti i Papi finora si siano sbagliati in questioni dogmatiche o si siano allontanati dalla Tradizione apostolica, ad eccezione di un singolo vescovo che, mediante consacrazioni episcopali illegali, garantirebbe da solo la continuità della Chiesa che Gesù ha assicurato all’apostolo Pietro, da lui considerato roccia della sua Chiesa.

Rilinger: I sacerdoti della Fraternità San Pio X rifiutano, tra le altre cose, la nuova liturgia stabilita dal Vaticano II e insistono nel celebrare la Messa secondo il rito tridentino, che prima del Concilio era rimasto in vigore per quasi 500 anni. Questo rito è molto apprezzato, soprattutto in Francia, e attira molti cattolici, tanto più che Benedetto XVI e Leone XIV, a differenza di Francesco, hanno pubblicamente manifestato una grande affinità con esso. Questo antico rito, oppure una combinazione tra rito antico e nuovo, potrebbe aprire possibilità per riportare più fedeli alla pratica della Chiesa?

Card. Müller: Il rito antico o nuovo non è il problema. Da entrambe le parti, purtroppo anche da parte degli autoritari agitatori del Dicastero romano per il Culto Divino, non viene adeguatamente valorizzata la distinzione teologica tra la sostanza dei sacramenti e le diverse forme liturgiche. Una semplice soppressione disciplinare del rito antico e il sospetto generalizzato verso i suoi sostenitori come negatori del Vaticano II non è solo pastoralmente discutibile, ma anche dogmaticamente insostenibile.

Io stesso ho ritenuto pastoralmente molto poco saggia la restrizione della celebrazione della Messa nel rito antico, non perché io sia personalmente un sostenitore dell’antica liturgia, ma perché da cattolico e soprattutto da teologo bisogna riconoscere anche la ricchezza spirituale del rito più antico, e non esiste alcun diritto di elevarsi con superbia al di sopra dei suoi amici. La riforma liturgica, del resto, non ha creato un nuovo rito, ma ha solo semplificato in qualche misura il rito precedente, anch’esso frutto di una crescita non sempre omogenea, affinché i fedeli potessero parteciparvi più facilmente interiormente ed esteriormente, anche nella lingua volgare.

Rilinger: La Fraternità San Pio X progetta nuove consacrazioni episcopali per garantire che anche in futuro possano essere ordinati altri sacerdoti e, dunque, sia assicurata la continuità della Fraternità. Per quale motivo queste consacrazioni vengono respinte dalla Chiesa e considerate motivo di scisma, sebbene la consacrazione dei quattro vescovi originari da parte del vescovo Lefebvre sia stata giudicata illecita, ma non invalida e non fondante uno scisma?

Card. Müller: Nessuno ha diritto alla consacrazione episcopale, che appartiene alla Chiesa e non a singoli gruppi per garantire la sopravvivenza di un’organizzazione di mero diritto umano. Altrimenti la Chiesa si frantumerebbe in gruppi di interesse.

Anche se la consacrazione da parte di un vescovo scismatico - persino in aperta opposizione al Papa - è valida, non può però essere giustificata dogmaticamente e moralmente facendo appello alla salvezza delle anime della propria clientela. Solo in una condizione di persecuzione estrema, quando il contatto con la Chiesa universale e con Roma fosse completamente impossibile, la consacrazione di un vescovo potrebbe essere moralmente giustificata davanti a Dio e nell’unità con il Papa presupposta dalla fede. La soluzione appropriata sarebbe che la Fraternità San Pio X non si arrogasse il diritto di dettare al Papa le condizioni della propria piena reintegrazione nella Chiesa cattolica, ma che, conformemente al Vaticano I al quale essa ama tanto richiamarsi, riconoscesse che senza la piena comunione con Papa Leone XIV non si può essere pienamente e integralmente cattolici. E la suprema autorità dottrinale del Papa non deriva dalla verità sociologica secondo cui in ogni comunità qualcuno deve avere l’ultima parola, ma dall’istituzione del Papa come successore di Pietro e dallo Spirito Santo, che lo assiste nell’esercizio del suo Magistero e del suo servizio all’unità della Chiesa.

Rilinger: Se si arrivasse allo scisma, la Chiesa dovrebbe separarsi da molti fedeli, il che rappresenterebbe una perdita non trascurabile. La Chiesa può permettersi una simile perdita?

Card. Müller: Sì, sarebbe molto triste e costituirebbe una ferita inferta al Corpo di Cristo, che è la Chiesa. Ma anche nel corso della storia della Chiesa ci sono state molte separazioni, soprattutto nel XVI secolo, quando la Riforma protestante non portò a una riforma della Chiesa, ma alla divisione della cristianità. C’è da sperare che i membri della Fraternità San Pio X non continuino a girare intorno a se stessi, ma guardino all’insieme della Chiesa e imparino dagli errori della storia ecclesiastica. Non dovrebbero percorrere la via dei donatisti, dei giansenisti e dei veterocattolici. Un estremo non giustifica l’altro. Né il cosiddetto progressismo, che consegna la verità rivelata di Cristo alle correnti mutevoli dello spirito del tempo, né il tradizionalismo, che riduce l’intera Tradizione della Chiesa a poche idee fisse, possono essere la via della Chiesa, che il Signore risorto ha scelto come sacramento, cioè come segno e strumento.

Rilinger: Vede possibilità di accordo, anche sotto il profilo della salvaguardia dell’autocomprensione e della specificità della Fraternità San Pio X? Oppure può immaginare un accordo solo se la Fraternità rinuncia completamente alla propria strada?

Card. Müller: Essa potrebbe senz’altro essere riconosciuta come una sorta di prelatura personale, se, come ogni cattolico, riconoscesse la dottrina ecclesiale nella sua totalità, comprese le decisioni del Vaticano II, così come esse possono essere dichiarate vincolanti autenticamente solo dai vescovi in unità con e sotto il Papa.

Rilinger: Il Papa non è solo il capo della Chiesa cattolica romana, ma anche di altre Chiese cattoliche orientali, le cui costituzioni però divergono da quella della Chiesa cattolica romana. Vi sarebbe quindi la possibilità di conferire alla Fraternità San Pio X lo stesso rango teologico e canonico delle Chiese orientali?

Card. Müller: La costituzione di diritto divino dell’unica Chiesa cattolica nei diversi riti è ovunque la stessa, sicché ogni Chiesa locale è guidata da un vescovo validamente ordinato nella successione e nella tradizione apostolica, ma in unità con l’intero collegio episcopale, al quale presiede il Papa come principio e fondamento perpetuo dell’intera Chiesa nella verità rivelata. Solo il diritto ecclesiastico umano, cioè le configurazioni concrete, è diverso nelle varie Chiese cattoliche orientali, riunite in patriarcati, ma non è affatto indipendente dal Magistero e dal servizio di unità del Papa. La Fraternità San Pio X non è una Chiesa locale che possa rivendicare uno statuto speciale. È soltanto un’associazione piuttosto libera di sacerdoti e fedeli, che si concepiscono come baluardo contro i presunti errori che, a loro giudizio, sarebbero promossi o tollerati da Roma. Da dove essa derivi e rivendichi la propria funzione di controllo nei confronti del Papa resta assai difficile da comprendere per la ragione teologica della fede cattolica.

Rilinger: Oppure può immaginare che la Fraternità San Pio X, riformata ma ancora divergente in alcuni aspetti dalla dottrina della Chiesa, possa essere comunque considerata parte integrante della Chiesa cattolica romana?

Card. Müller: In tal caso la Chiesa cattolica sarebbe soltanto un’associazione libera di diverse opinioni dottrinali, come nella Chiesa anglicana, la cui unità si fonda solo nella volontà di un monarca secolare. L’unità della Chiesa riguarda soprattutto la fede, insieme alla speranza e alla carità, i sette santi sacramenti e la sua costituzione sacramentale ed episcopale. Nella dottrina proposta dalla Chiesa vi sono diversi gradi di vincolatività, a seconda del rapporto con i contenuti centrali della Rivelazione o anche con verità naturali, come la libertà di coscienza o il diritto incondizionato alla vita di ogni persona. Le affermazioni della dottrina sociale non stanno sullo stesso piano della fede nella Trinità, nella divinità di Cristo o nei sacramenti come mezzi di grazia. Sul tema della libertà religiosa è necessaria una lettura accurata del decreto vaticano, affinché le differenze di espressione rispetto a precedenti documenti magisteriali siano riconosciute non nel contenuto, ma nel confronto con destinatari mutati.

Chi vuole restare nell’unità della Chiesa confesserà Cristo, vero fondamento della sua unità, ma anche Pietro, che insieme agli Apostoli e alla loro dottrina è il fondamento secondario della sua unità e il suo vertice di coesione, come dice Tommaso d’Aquino nella sua Esposizione del Credo apostolico, articolo 9. Al Dottore comune difficilmente si potrà imputare una mancanza di fedeltà alla fede cattolica o sospettarlo come precursore del modernismo, quando nello stesso passo afferma con sant’Agostino che la Chiesa non può essere distrutta né da nemici esterni, né la sua verità può essere svuotata da errori interni. “Si può combattere la Chiesa, ma non abbatterla”.

E dunque è così: solo la Chiesa di Pietro è sempre rimasta salda nella fede ed è rimasta libera dagli errori. Infatti ciò che Gesù disse a Pietro vale, secondo Tommaso d’Aquino, direttamente anche per il suo successore, e cioè Papa Leone XIV: “Io ho pregato per te, Pietro, perché la tua fede non venga meno” (Lc 22,30).

Il testo in lingua originale è su Kath.net

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