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La nuova Legge fondamentale di Leone XIV: che cosa cambia in Vaticano
Città Del Vaticano31 luglio 2026

La nuova Legge fondamentale di Leone XIV: che cosa cambia in Vaticano

Il 31 luglio, festa di Sant'Ignazio di Loyola, il Papa ha promulgato il testo che sostituisce integralmente quello firmato da Francesco nel 2023. La Legge Fondamentale è la “Costituzione” del più piccolo stato del mondo.

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Città del Vaticano - Da oggi lo Stato della Città del Vaticano si governa con una nuova Legge fondamentale. Leone XIV l'ha promulgata questa mattina, memoria liturgica di Sant'Ignazio di Loyola, e il provvedimento è entrato in vigore seduta stante, senza la consueta vacatio. Il testo sostituisce integralmente quello firmato da Francesco il 13 maggio 2023, a sua volta erede della legge del 2000 promulgata da Giovanni Paolo II, che discende in linea diretta dalla prima Costituzione dello Stato pontificio, voluta da Pio XI nel 1929 all'indomani dei Patti Lateranensi.

Colpisce, prima ancora del contenuto, la rapidità del ricambio. Tra il testo di Pio XI e quello di Wojtyła erano trascorsi settantuno anni; tra quello di Wojtyła e quello di Bergoglio, ventitré. Il documento firmato da Prevost arriva invece a poco più di tre anni dall'ultima riscrittura, e a meno di nove mesi da un motu proprio con cui lo stesso Leone XIV era già intervenuto su un singolo articolo della legge ereditata da Francesco. Un ritmo che racconta, più di ogni dichiarazione ufficiale, quanto la macchina normativa vaticana avvertisse il bisogno di essere rimessa in ordine.

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Documento allegato
Legge Fondamentale dello Stato della Città del Vaticano
Sua Santità Leone XIV - 31 luglio 2026

Né un ritorno a Pio XI, né a Giovanni Paolo II

Leone XIV conserva l'impianto voluto da Francesco: la suddivisione in cinque Titoli per funzioni di governo (disposizioni generali, funzione legislativa, esecutiva, giudiziaria, disposizioni finali), che aveva già superato la vecchia struttura ad articoli progressivi condivisa sia da Pio XI sia da Wojtyła. Restano la Pontificia Commissione come organo legislativo, il Governatorato come organo esecutivo distinto dalla Curia Romana, la stessa architettura di deleghe e controlli. Prevale nettamente la continuità: il nuovo testo riprende parola per parola gran parte del preambolo e degli articoli del 2023, compresi quelli sul bilancio, sulla bandiera e sullo stemma dello Stato.

A mutare sono una decina di aggiustamenti puntuali, pensati per colmare zone d'ombra emerse nella pratica di governo degli ultimi tre anni. Il Sommo Pontefice può ora delegare la funzione legislativa anche a un organo diverso dalla Pontificia Commissione, e non più soltanto trattenerla per sé.

La figura del Vice Segretario Generale del Governatorato, obbligatoria nel testo di Francesco, diventa facoltativa: l'espressione “ove nominato” ricorre più volte nel nuovo articolato. Il Segretario Generale viene ora nominato su proposta del Presidente del Governatorato e riceve la custodia formale del sigillo dello Stato. Il Consigliere Generale può essere invitato alle sedute della Pontificia Commissione con funzioni consultive, possibilità che il testo del 2023 non prevedeva. Sul fronte giudiziario, dove la legge di Francesco si limitava a un rinvio generico agli “organi costituiti secondo l'ordinamento giudiziario”, quella di Leone XIV nomina esplicitamente il Tribunale, la Corte d'Appello, la Corte di Cassazione e l'ufficio del Promotore di giustizia, completando un disegno già annunciato nel preambolo del 2023.

Il nodo della presidenza del Governatorato

Tra tutte le correzioni, una riguarda direttamente una vicenda che Silere non possum ha seguito e documentato fin dai primi giorni. Riguarda l'articolo 8, quello che disciplina la composizione della Pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano, l'organo di cui il Presidente del Governatorato è sempre anche a capo.

Bisogna tornare indietro di un anno e mezzo. Il testo firmato da Francesco nel maggio 2023 stabiliva, senza margini di ambiguità, che la Commissione fosse “composta da Cardinali, tra cui il Presidente”: chi guidava lo Stato pontificio doveva dunque appartenere al Collegio cardinalizio. Il 19 gennaio 2025 Bergoglio annunciò invece, ospite della trasmissione Che tempo che fa, che avrebbe affidato a suor Raffaella Petrini la presidenza della Pontificia Commissione e del Governatorato, incarico divenuto operativo dal 1° marzo: la prima donna, nella storia dello Stato vaticano, a ricoprire quel doppio ruolo. Petrini, religiosa delle Suore Francescane dell'Eucaristia, non è cardinale e non poteva esserlo.

Il 25 febbraio la Segreteria di Stato tentò di dare una base giuridica alla nomina con un comunicato che parlava di una modifica alla Legge fondamentale del 2023 e alla legge n. CCLXXIV del 2018, contestualmente alla nomina dei due nuovi Segretari Generali del Governatorato, l'arcivescovo Emilio Nappa e l'avvocato Giuseppe Puglisi-Alibrandi, primo laico a ricoprire quell'incarico. Il problema, sollevato con insistenza da Silere non possum proprio in quei giorni, è che di quella modifica non risultava alcun testo pubblicato: né nel Cortile di San Damaso, né su L'Osservatore Romano, né sul Supplemento degli Acta Apostolicae Sedis, le uniche sedi che nel diritto vaticano rendono una legge effettivamente vigente. Un provvedimento annunciato ma mai promulgato produce, in termini giuridici, lo stesso effetto di un provvedimento inesistente.

Per nove mesi la contraddizione è rimasta sospesa. Poi, il 19 novembre 2025, Leone XIV ha firmato la lettera apostolica in forma di motu proprio che abroga e riscrive proprio il primo comma dell'articolo 8. Da quel giorno la Pontificia Commissione risulta composta “da Cardinali e da altri membri, tra cui il Presidente”: la porpora cardinalizia esce dai requisiti obbligatori per la presidenza, che si apre esplicitamente anche a religiosi, religiose e laici. Lo spostamento di poche parole, quasi invisibile a chi non confronti i due testi riga per riga, equivale in realtà a un'ammissione implicita: se la regola andava riscritta, vuol dire che fino a quel momento non consentiva ciò che sul campo era già avvenuto.

La nuova Legge fondamentale promulgata oggi non aggiunge nulla su questo punto specifico: riporta senza variazioni la formulazione del motu proprio di novembre, incorporandola stabilmente nel corpo organico della legge anziché lasciarla vivere come un rattoppo accanto al testo del 2023. Il registro dell'intervento passa così da correzione d'urgenza a sistemazione permanente. Con questo passaggio, Leone XIV chiude un fascicolo che per mesi aveva esposto la Santa Sede al sospetto, tutt'altro che infondato, di aver fatto reggere per un anno intero, ai vertici dello Stato pontificio, una presidenza priva di una base legale certa. Silere non possum lo aveva denunciato quando pochi altri erano disposti a farlo: oggi quella ricostruzione trova conferma nello stesso atto con cui il nuovo Pontefice ha ritenuto necessario intervenire.

Nell'insieme, il provvedimento promulgato racconta un pontificato che preferisce la manutenzione silenziosa alla rottura plateale. Leone XIV, canonista di formazione, non smonta l'edificio lasciato da Francesco: ne stringe i bulloni, elimina le contraddizioni più esposte, definisce con precisione dove il testo del 2023 aveva lasciato zone grigie. Il risultato è un testo più coerente e solido, frutto di un’opera di manutenzione più che di una progettazione ex novo. Sarà la cronaca dei prossimi mesi a dire se basterà a evitare nuovi rattoppi. Ora, però, occorre cominciare a rimuovere quanti hanno sostenuto il testo precedente e trascinato la Santa Sede in una sequenza di scandali che hanno arrecato soltanto danni alla Chiesa e al Papa.

Il coraggio di Leone XIV dovrà misurarsi anzitutto sulla nomina di un nuovo Promotore di Giustizia: una figura sulla quale non gravino ombre, dotata di reale conoscenza della Chiesa e di competenze solide nel diritto vaticano e canonico. Dopo quanto accaduto, non sono più ammissibili soluzioni di continuità, compromessi interni o nomine dettate da appartenenze e protezioni.

d.F.C.

Silere non possum

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