Dopo la mattinata trascorsa al Porto di Arguineguín, alle 12.40 il Santo Padre Leone XIV si è trasferito in auto e poi in papamobile alla Cattedrale di Sant'Anna per l'incontro con i vescovi, i sacerdoti, i diaconi, i religiosi, i seminaristi e gli operatori pastorali. Al momento del cambio auto, il Sindaco di Las Palmas de Gran Canaria, Carolina Darias, gli ha consegnato la Chiave d'oro della Città. Al suo arrivo, alle 15.05 (le 14.50 a Roma), il Papa è stato accolto dal Vescovo di Islas Canarias, mons. José Mazuelos Pérez, dal Decano del Capitolo - che gli ha porto la croce e l'acqua benedetta per l'aspersione - e da due bambini con un omaggio floreale. Dopo il saluto del Vescovo, la lettura del Vangelo e le testimonianze del sacerdote Santiago Cerrato Cáceres e della Segretaria Generale per la Pastorale, Enélida Hernández Monzón, intervallate da un interludio musicale, il Papa ha pronunciato il suo discorso.
Un discorso costruito sul mare
Leone XIV ha scelto di parlare a una Chiesa isolana partendo dall'elemento che ne segna l'identità: il mare. Il Papa ha trasformato l'orizzonte atlantico in chiave di lettura dell'intera vita cristiana, descrivendo quella «sana nostalgia di immensità» che abita il cuore di chi vive circondato dall'oceano e che si fa, allo stesso tempo, immagine della distanza da colmare, della sfida e del cammino da percorrere.
Su questa premessa il discorso si è articolato attorno a due atteggiamenti - il Papa li ha chiamati «linee guida» - necessari per essere, secondo un'espressione ripresa dalla sua prima enciclica Magnifica humanitas, «saggi architetti» nella costruzione della «civiltà dell'amore».
Prima linea guida: abbracciare la croce di Cristo
Il primo atteggiamento è introdotto attraverso un testo agostiniano. Sant'Agostino, commentando il Vangelo di Giovanni, paragona la condizione del cristiano a quella di chi vede da lontano la patria ma ha di mezzo il mare: vede la meta, ma non possiede il mezzo per raggiungerla. Il mezzo, spiega Agostino, è venuto da quella stessa patria verso cui vogliamo andare e ci ha procurato «il legno con cui attraversare il mare» - la croce. Nessuno, conclude il testo citato dal Papa, può attraversare il mare di questo secolo se non è portato dalla croce di Cristo.
Si tratta di un'immagine cristologica: la croce non come peso da subire, ma come imbarcazione, come unico strumento che rende possibile la traversata. Leone XIV la radica nell'esperienza concreta dei santi, che hanno saputo «portare Gesù sulle loro barche» e così placare le onde dell'incertezza e della paura, richiamando l'episodio evangelico della tempesta sedata.
A questa riflessione il Papa ha agganciato una figura locale, il venerabile Antonio Vicente González, sacerdote diocesano noto come «il buon pastore canario», proposto come modello di testimonianza fedele in un tempo storico - dice il Papa - «non esente da turbolenze e contraddizioni». Infine, l'aspetto pastorale: la croce si abbraccia anche facendosi «cirenei», accompagnando chi è schiacciato dai drammi della vita. Un ringraziamento esplicito al lavoro di carità e misericordia dei presenti.
Seconda linea guida: coltivare una spiritualità eucaristica
Il secondo atteggiamento parte anch'esso da un dettaglio locale: la tradizione della pioggia di petali davanti al Santissimo Sacramento, che nella cattedrale si compie il giorno dell'Ascensione. Da questo gesto di devozione popolare Leone XIV estrae un significato teologico: meta del cammino cristiano è l'incontro con Cristo, centro verso cui si piegano le ginocchia in adorazione e attorno al quale ci si raduna formando un solo corpo.
Qui Prevost ha richiamato il cuore dell'ecclesiologia conciliare, citando Lumen gentium: partecipando al sacrificio eucaristico, «fonte e apice di tutta la vita cristiana», i fedeli offrono a Dio la vittima divina e se stessi con essa, mostrando concretamente l'unità del popolo di Dio. Coltivare una spiritualità eucaristica significa dunque, di nuovo con le parole della Magnifica humanitas, approfondire «una spiritualità dell'unità ecclesiale nell'amore».
Il passaggio decisivo è stato il legame tra culto e carità. Citando Deus caritas est di Benedetto XVI - «l'unione con Cristo è allo stesso tempo unione con tutti gli altri ai quali Egli si dona» - il Santo Padre ha tradotto la comunione eucaristica in solidarietà cristiana concreta: accoglienza, ascolto, vicinanza, cura dei più fragili. Il riferimento è il giudizio di Matteo 25 («ho avuto fame e mi avete dato da mangiare… ero straniero e mi avete accolto»), che in un arcipelago segnato dai flussi migratori atlantici assume un peso che va ben oltre la citazione ad effetto.
La chiusura: «prendere il largo» sotto la Stella maris
Il finale ricuce le due linee guida nell'immagine marina iniziale. Leone XIV invita la Chiesa canaria a restare «saldamente radicata» in Cristo per «navigare con coraggio» nel nuovo tempo della storia, affidandosi alle tre virtù teologali - fede, speranza e carità - descritte, con una citazione di san Giovanni Paolo II, come «tre stelle che brillano nel cielo della nostra vita spirituale». L'ultima invocazione è alla Vergine Maria sotto il titolo di Stella maris, perché aiuti a «prendere il largo» e a giungere al porto sicuro dell'incontro definitivo con Cristo.
Al di là dell'occasione, il discorso è costruito con una coerenza tematica forte: l'intero impianto - croce come legno per la traversata, Eucaristia come centro, virtù teologali come stelle, Maria come Stella maris - è una catechesi marittima rivolta a una Chiesa di frontiera.
Al termine, dopo la benedizione, la consegna di un dono e il canto finale, il Santo Padre si è trasferito a piedi alla Casa Vescovile di Las Palmas de Gran Canaria per il pranzo in privato.
p.F.L.
Silere non possum