Città del Vaticano - Si è conclusa la seconda e ultima giornata di Concistoro straordinario, con circa 180 cardinali riuniti tra l’Aula Nuova del Sinodo e l’Aula Paolo VI. Al termine dei lavori, Leone XIV ha annunciato che ne convocherà un altro di due giorni a giugno, il 27 e il 28, a ridosso della solennità dei Santi Pietro e Paolo. In questo modo, magari, anche i porporati potranno partecipare alle celebrazioni in onore di questi santi a Roma.

Il Papa ha spiegato che questi due giorni di confronto si collocano “in continuità” con quanto era stato chiesto ai cardinali nelle congregazioni generali prima del Conclave: non un appuntamento isolato, ma un metodo che intende consolidare. In questa linea, Leone XIV ha espresso la volontà di proseguire con i Concistori con una cadenza annuale, prevedendo però una durata maggiore - tre o quattro giorni - per favorire un discernimento più disteso e un lavoro meno compresso. Nello stesso intervento conclusivo ha anche confermato l’Assemblea ecclesiale dell’ottobre 2028, già annunciata nel marzo scorso.

Le parole più significative, però, erano arrivate già ieri sera, quando il Pontefice, parlando a braccio al termine della prima sessione, ha voluto mettere a fuoco il senso dell’incontro prima ancora dei risultati. Ha ripreso l’osservazione di uno dei segretari, il cammino come parte essenziale del lavoro, per ringraziare i cardinali della presenza e del “sacrificio” del viaggio, per alcuni molto lungo. Non un gesto per il Collegio in quanto tale, ha insistito, ma una testimonianza offerta alla Chiesa e al mondo: il valore di ritrovarsi insieme, di cercare insieme ciò che lo Spirito Santo chiede alla Chiesa “oggi e domani”. Dentro questo quadro, Leone XIV ha parlato con franchezza della propria necessità di poter contare sul Collegio: “siete voi che avete chiamato questo servitore a questa missione”. Da qui l’insistenza su un punto operativo e spirituale insieme: lavorare insieme, discernere insieme, senza trasformare la diversità in conflitto sterile. Si è domandato e ha domandato ai porporati: “C’è vita nella nostra Chiesa?”. E ha declinato questa domanda in modo concreto, come un criterio che impedisce alla Chiesa di chiudersi nella gestione dell’esistente: non basta dire che tutto è già fatto e che si deve continuare “come sempre”; occorre lasciare spazio a ciò che nasce, a ciò che rimette in cammino. Il Papa ha poi richiamato l’episodio evangelico di Erode come figura della paura che reagisce a ciò che non controlla: una paura che acceca e che tenta di piegare la ricerca altrui a proprio vantaggio. In contrappunto, ha indicato la “gioia del Vangelo” come forza che libera e rende capaci di vie nuove: prudenti, ma anche audaci, attenti e creativi. È qui che Leone XIV ha collocato il senso ecclesiale del Concistoro: un’esperienza in cui la novità non è uno slogan, ma il segno che lo Spirito è vivo e presente anche “fra di noi”. Nel suo intervento ha valorizzato anche l’immagine offerta dal cardinale Radcliffe nella meditazione: la barca, la necessità di stare insieme, la possibilità che ci siano timori e domande sul futuro, ma anche la certezza che, quando la fiducia è posta nel Signore e nella sua presenza, la Chiesa può affrontare ciò che la supera. Da qui un passaggio rilevante sul metodo: la scelta emersa ai tavoli, ha osservato, è stata “abbastanza chiara” e condivisa a larga maggioranza; ma soprattutto è emerso che non si può separare un tema dall’altro. I fili si tengono, e la Chiesa non può permettersi una discussione a compartimenti stagni.

Il punto di sintesi del Papa è stato esplicito: una Chiesa che non guarda solo a sé stessa, ma che resta missionaria. Ha insistito su una frase: la ragion d’essere della Chiesa non è per cardinali, vescovi o clero, ma per annunciare il Vangelo. Per questo ha tenuto insieme sinodo e sinodalità come espressione del “cercare come essere una Chiesa missionaria nel mondo di oggi” ed Evangelii Gaudium come richiamo al kerygma, al Vangelo con Cristo al centro: “questa è la nostra missione”.

A conclusione, Leone XIV ha chiesto che il processo non si interrompa con la chiusura delle sessioni: gli altri temi non devono andare perduti, ci sono questioni concrete ancora da affrontare, e ciascuno deve sentirsi libero di comunicare con lui o con altri. La prospettiva indicata è quella di un dialogo che continua, di un discernimento che non resta confinato negli eventi, ma diventa stile di governo ecclesiale.

Una esperienza proficua

I membri del Sacro Collegio hanno apprezzato le parole del Papa e, in modo particolare, anche la scelta di condividere il pranzo. Qualcuno ha osservato che, nei tredici anni di pontificato di Francesco, non era mai accaduto di essere invitati a tavola dal Pontefice; e il gesto è stato letto come un segnale semplice ma eloquente. In questa prima fase del pontificato i confronti sono inevitabili. Dopo anni in cui, anche sul piano umano e caratteriale, non pochi - cardinali e non solo - hanno vissuto con fatica il pontificato di Francesco, ogni differenza di stile diventa immediatamente visibile: nell’approccio, nell’abbigliamento, nel modo di presiedere la liturgia. È naturale che se ne parli; l’errore, semmai, sta nel ridurre tutto a questo, alimentando un discorso ossessivo su pizzi, croci e merletti, fino ad arrivare - in alcuni casi - a toni offensivi verso il Pontefice defunto. I cardinali, invece, registrano queste differenze con maggiore serenità: non come pretesto polemico, ma come indicatori di un cambiamento che, almeno in questa fase, viene percepito e valutato positivamente. Alcuni porporati, uscendo dall’aula e rientrando a piedi nelle proprie abitazioni, hanno raccontato momenti particolarmente riusciti del pranzo di oggi: un clima disteso, umano, privo di formalismi superflui. Descrivono Leone XIV come un uomo gioviale, pronto alla battuta, sorridente, capace di mettere a proprio agio gli interlocutori. Hanno anche notato un aspetto che li ha colpiti: il Papa ha preso appunti, annotando quanto gli veniva riferito e ascoltando con attenzione. «In sostanza è stato un modo, anche per noi, per studiarlo un po’ e vederlo in una veste meno formale: ed è bello così», ha confidato un cardinale di Curia.

A giugno un secondo incontro

Nella Messa di stamani, il Papa ha richiamato il senso del Concistoro come “fermarsi” per pregare, ascoltare e riflettere; ma il cuore politico-ecclesiale di queste giornate resta affidato alle parole di ieri: la partecipazione come atto di comunione, il rifiuto delle contrapposizioni, la libertà dalla paura, la scelta di una Chiesa missionaria e il proposito di rendere questi incontri un appuntamento stabile. In questo quadro si colloca l’annuncio del nuovo Concistoro del 27 e 28 giugno: non un bis, ma la conferma di una linea di metodo e di governo che Leone XIV intende rendere strutturale.

d.P.C.
Silere non possum