Trapani - È morto Antonino Zichichi. Il fisico e divulgatore scientifico, nato a Trapani nel 1929, si è spento nella sua città il 9 febbraio 2026, a 96 anni.
Figura centrale della ricerca italiana del secondo Novecento e voce popolare per generazioni di telespettatori, Zichichi ha lavorato tra Fermilab e CERN, ha insegnato a lungo all’Università di Bologna ed è stato tra i protagonisti della realizzazione dei Laboratori nazionali del Gran Sasso. Nel 1963 fondò a Erice il Centro di cultura scientifica “Ettore Majorana”, trasformando un’intuizione in una piattaforma internazionale di formazione e confronto per studiosi di ogni disciplina. Negli ultimi anni aveva ridotto le apparizioni pubbliche, senza uscire dal dibattito culturale. E proprio su questo terreno - più che su quello dei riconoscimenti o delle polemiche - resta il tratto che oggi merita di essere riletto: la sua fede cattolica, dichiarata come chiave personale di lettura del reale, e rivendicata come orizzonte compatibile con la ricerca.
Il suo libro, Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo (1999), resta una sorta di testamento intellettuale. Zichichi lo concepisce come risposta a un’interlocuzione tipica della modernità: l’idea che i successi della tecnica rendano la fede una superstizione residuale. La sua replica, invece, parte da una distinzione netta tra Scienza e Tecnica, e affonda nel nucleo del suo argomento: “la vera grande Scienza, nata da un atto di Fede in Colui che ha fatto il mondo”.
Per Zichichi, la Fede non coincideva con un rifugio emotivo: per lui era una postura esistenziale, capace di reggere l’urto della storia. In apertura del volume ricordava l’incontro, durante la guerra, con una “fede popolare” che lo segnò e lo orientò. In quel testo scrisse: “La Fede è speranza”. La ricerca scientifica per quest’uomo era un esercizio di umiltà davanti a un ordine che precede lo scienziato e lo supera. Zichichi riteneva che lo scienziato non “fabbrica” la realtà, la interroga. “Quando lo scienziato lavora è come se fosse in colloquio diretto con Colui che ha fatto il mondo.” Da qui nasceva anche il suo rifiuto di un uso ideologico della scienza. La scienza, nel suo schema, non diventava un’arma culturale per liquidare il Trascendente; resta nel suo ambito, l’Immanente, e proprio per questo non offre munizioni contro Dio. Lo affermò in modo perentorio: “Non esiste alcuna scoperta scientifica che possa essere usata al fine di mettere in dubbio o di negare l’esistenza di Dio.”
Il punto, per lui, non era costruire una “dimostrazione” di Dio con gli strumenti della fisica o della matematica, ma riconoscere la proporzione tra gli strumenti e l’oggetto. Quando la cultura pretende di rinchiudere Dio in una prova sperimentale, secondo Zichichi lo riduce a qualcosa di “misurabile” e quindi, inevitabilmente, più piccolo. Per questo insiste sul primato dell’atto di Fede davanti al Trascendente. La fede, però, non resta solo un discorso “alto”. Essa è anche un criterio civile: libertà, dignità, possibilità di pregare senza coercizioni. In un capitolo dedicato alla libertà religiosa, Zichichi scriveva: “La libertà religiosa è il fondamento di tutte le libertà umane.”
E in quel libro formulò una richiesta di un’alleanza culturale che evitasse sia la riduzione scientista, sia la fuga anti-intellettuale. “C’è bisogno di una Grande Alleanza tra Scienza e Fede affinché possa nascere una nuova era fondata sui valori della nostra esistenza”. Il filo che ha attraversato il lavoro e l’intera vita di Zichichi è stata l’ambizione di tenere insieme ragione, scienza e fede: un esercizio di lucidità davanti al reale, custodito come domanda che non si chiude, e assunto come responsabilità pubblica.
P.V.
Silere non possum