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Roma - Il cardinale Dominique Joseph Mathieu, arcivescovo di Teheran-Ispahan, ha voluto condividere una riflessione pasquale profondamente segnata dalla sua condizione attuale: quella di un pastore lontano dal proprio gregge a causa della guerra, in attesa di poterlo riabbracciare.

Fin dall’apertura della sua riflessione, il porporato mette a fuoco il nodo centrale della sua esperienza: la lontananza dal popolo affidatogli e la prossimità che continua a compiersi in Cristo. Mathieu scrive di aver celebrato la Veglia Pasquale portando nel cuore i fedeli affidati alla sua cura. Pur lontano fisicamente, afferma di essersi sentito misteriosamente vicino a ciascuno di loro. La guerra, afferma, impone una distanza materiale, ma non spezza il legame ecclesiale, che continua a vivere nella preghiera, nell’Eucaristia e nella comunione dei santi. Per il cardinale, ciò che agli occhi umani appare come assenza può diventare, nella fede, una forma più profonda di unione. Nella sua meditazione, il presule racconta di essersi trovato a celebrare “sotto la cupola della Basilica di San Pietro”, nel segno della Chiesa universale e in comunione visibile con il Successore di Pietro. Da una parte ci offre la testimonianza della prossimità al cuore della cattolicità, dall’altra la sofferenza per la lontananza dal popolo che il Signore gli ha affidato. Mathieu legge questa condizione come una scuola spirituale, come un apprendistato doloroso ma fecondo, nel quale la distanza può essere vissuta come un ponte che avvicina in Cristo. Le sue parole sono una vera catechesi pasquale. Il cardinale richiama il significato della notte di Pasqua, soglia tra buio e luce, e si sofferma sull’immagine della luna che riflette la luce del sole, accostandola alla Vergine Maria, che rimanda interamente a Cristo, sorgente di ogni vita. Da qui la meditazione si sposta sul Vangelo di Matteo, sulle donne che si recano al sepolcro con la fedeltà di chi continua ad amare anche davanti alla morte. In quelle figure femminili, Mathieu legge la perseveranza del cuore credente, capace di restare accanto al mistero anche quando tutto sembra consegnato alla sconfitta.

Ampio spazio il presule lo riserva al racconto evangelico del terremoto, dell’angelo che rotola la pietra e dell’annuncio della Risurrezione. Il cardinale insiste sul fatto che ciò che sembrava definitivamente chiuso viene riaperto dalla potenza di Dio. L’annuncio “Non abbiate paura” diventa allora la chiave interpretativa dell’intera esperienza cristiana: la speranza attesa non rimane confinata in un futuro remoto, ma entra già nella storia e nella vita concreta del credente. La risurrezione, osserva Mathieu, è certamente promessa ultima, ma è anche mistero già operante nella vita di chi vive della grazia di Cristo.

Il cardinale si sofferma sul passaggio dalla paura paralizzante al “timore santo” che apre alla fede. Le donne escono dal sepolcro e corrono con “timore e gioia grande”; il Risorto stesso si fa loro incontro, si lascia toccare, adorare, riconoscere. Mathieu sottolinea così la concretezza della Risurrezione: il Crocifisso è vivo, si rende presente, prende l’iniziativa e raduna nuovamente i suoi. Anche in questo punto le sue parole conservano una chiara risonanza pastorale: il Signore raggiunge il suo popolo persino quando tutto sembra frantumato dalla prova.

Particolarmente significativo è il riferimento alla Galilea. Nel Vangelo, è il luogo dove i discepoli ritroveranno il Risorto; nella riflessione proposta dal cardinale, essa diventa il simbolo del ritorno, del ricongiungimento, della vita che riprende. “Anche per noi c’è una Galilea”, scrive Mathieu, indicando così il giorno in cui, se Dio vorrà, sarà possibile ritrovarsi di nuovo insieme. Parole che custodiscono tutta la tensione della sua condizione presente: il dolore della lontananza, la ferita della guerra, ma anche l’attesa cristiana di una riunione resa possibile dal Signore risorto. Nel passaggio conclusivo, Mathieu riassume il significato più profondo del suo messaggio: la Risurrezione trasforma anche l’esperienza della distanza e la inserisce dentro una comunione che resta viva. La sua riflessione, nata in un contesto segnato dalla guerra, acquista così un respiro ecclesiale più ampio: il legame tra il vescovo e i fedeli non viene meno quando è Cristo a sostenerlo, custodirlo e orientarlo verso il giorno del ritrovarsi.

p.M.G.
Silere non possum


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