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Ankara, la lezione danese sul giornalismo libero
Attualità09 luglio 2026

Ankara, la lezione danese sul giornalismo libero

Un giovane cronista danese incalza Rutte al vertice NATO. E ci ricorda cosa significa fare giornalismo senza tessere, senza ordini e senza padrini

«Trump minaccia di conquistare la Groenlandia e minaccia gli stessi alleati NATO di guerre commerciali. Come fa a stare lì seduto accanto a lui senza dire nulla?». La domanda, secca e senza premesse ossequiose, è arrivata durante la conferenza stampa del vertice NATO di Ankara ed era rivolta al Segretario generale Mark Rutte. A porla non è stato un editorialista italiano blasonato né una firma di quelle che affollano i salotti televisivi della RAI, ma Rasmus Rauneborg, giovane cronista dell'agenzia di stampa danese Ritzau.

Rauneborg non si è fermato lì. Ha ricordato a Rutte che certi silenzi «non sembrano appartenere al vecchio Mark Rutte» e ha rincarato con una domanda che in una sala stampa italiana avrebbe provocato svenimenti collettivi: «Tutto questo ha qualche effetto sul suo rispetto per se stesso?».

Il Segretario generale, visibilmente sorpreso - e forse pentito di aver concesso la parola proprio a quel giovane - ha risposto sviando. Trump, ha sostenuto, avrebbe fatto molto per l'Alleanza, realizzando «ciò che gli Stati Uniti cercavano di ottenere fin dai tempi di Eisenhower», ossia l'equiparazione della spesa tra Washington e l'Europa. Sulla Groenlandia, Rutte ha ripetuto la formula già usata con Trump: d'accordo sulle preoccupazioni per Russia e Cina nell'Estremo Nord, «ma facciamolo insieme. Abbiamo la NATO per questo». Risposte di maniera, certo. Ma la domanda, quella, ha fatto scalpore. Alcuni giornalisti italiani su X hanno scritto: “Eroico”. Rauneborg, in realtà, è consapevole di aver fatto solo il suo lavoro. Ma in un Paese dove il giornalismo ha smesso troppo spesso di essere giornalismo, tutto questo assume quasi i tratti dell’eroismo.





Dove non esiste l'Ordine, esiste il giornalismo

In Danimarca - come nella quasi totalità delle democrazie occidentali - non esiste un Ordine dei giornalisti. Nessun albo, nessun esame di Stato, nessuna tessera da esibire, nessun consiglio di disciplina popolato da colleghi che giudicano colleghi. Esistono i giornalisti, i loro editori, i loro lettori e la responsabilità davanti alla legge. Punto.

Il risultato è che un giovane giornalista di un’agenzia di stampa può guardare negli occhi il Segretario generale della NATO e chiedergli, in mondovisione, se gli resti ancora un briciolo di rispetto per se stesso. Può farlo senza temere ritorsioni corporative, senza calibrare la domanda sul termometro delle amicizie di redazione, senza domandarsi quale potente si offenderà e quale porta rischierà di chiudersi. In altre parole, non siamo in Italia. E quel giornalista non lavorava per l’Agenzia Nova, come Gabriele Nunziati, licenziato per aver fatto semplicemente il proprio mestiere.

Nel Bel Paese l’Ordine - nato nel 1963 su un impianto concepito in epoca fascista - viene ancora spacciato come garanzia di professionalità. La realtà, sotto gli occhi di chiunque voglia vederla, è un'altra: un sistema che troppo spesso ha protetto le rendite di posizione invece della qualità dell'informazione. Ci sono giornalisti, in Italia, che vivono di amicizie prima che di notizie; che devono la carriera a lobby di potere, a cordate, a fedeltà politiche ed ecclesiastiche; e non sono mancati, nella cronaca giudiziaria di questi anni, casi di professionisti dell'informazione coinvolti in vicende penali, contigui ad ambienti criminali, usati come terminali di veline e dossier. La tessera non ha impedito nulla di tutto questo. Ha semmai offerto una “patente di rispettabilità” a chi non la meritava affatto.

La lezione di Ankara

Rauneborg non ha fatto nulla di eroico, e questo è esattamente il punto. Ha fatto il suo mestiere: ha posto al potere la domanda che il potere non voleva sentirsi rivolgere. In Danimarca questo è la normalità. In Italia sarebbe stato un caso, con tanto di indignazione dei colleghi «istituzionali», telefonate ai direttori e magari qualche richiamo alla «deontologia» - categoria che, curiosamente, viene evocata quasi sempre contro chi disturba e quasi mai contro chi serve.

Il giornalismo non lo fa un albo. Lo fanno la schiena dritta, la libertà dall'editore-padrone, l'indipendenza dai circoli di potere - politici, finanziari o clericali che siano. Ad Ankara un giovane danese lo ha ricordato a tutti con una semplice domanda.

V.M.
Silere non possum

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