Roma – Ieri l’AfD ha vinto le elezioni regionali in Sassonia-Anhalt con il 43,8 per cento dei voti secondo i dati della ZDF, più del doppio rispetto al 20,8 del 2021. La CDU del ministro-presidente uscente Sven Schulze è scesa al 17,2; SPD, Verdi e Linke stanno tutti sotto il dieci. Il capolista Ulrich Siegmund ha detto in serata che il partito non getterà a mare le proprie posizioni per formare coalizioni. La copresidente federale Alice Weidel, in collegamento con la ZDF, ha parlato di «risultato storico» e di «un chiarissimo mandato di governo». Tra le posizioni che Siegmund promette di non abbandonare ce n’è una che riguarda direttamente la donna che le rivendicava dallo studio televisivo.
Che cosa dice l’AfD
Il programma con cui il Landesverband ha chiesto il voto afferma che «una famiglia intatta, composta da madre, padre e figli, è dimostratamente la premessa migliore per uno sviluppo buono e sano del bambino» e lamenta che le «deviazioni sessuali» (sexuelle Abweichungen) siano oggi promosse con più insistenza «della famiglia normale composta da uomo e donna». Il Kurzprogramm tascabile distribuito in campagna elettorale accusa i «vecchi partiti» di condurre «una politica contro la famiglia normale» e promette di «presentare le famiglie con figli come modello di condotta di vita». Cinque anni prima, rispondendo per iscritto ai Wahlprüfsteine del Lesben- und Schwulenverband per le regionali del 2021, lo stesso Landesverband aveva definito la famiglia arcobaleno «in verità, spesso, nient’altro che il risultato di un tentativo fallito di costruire una famiglia normale» e aveva chiesto di revocare alle coppie omosessuali il diritto di adozione, riservandolo alle «normale Ehepaare».
Il Grundsatzprogramm approvato a Stoccarda il 30 aprile e il 1° maggio 2016, tuttora la carta fondamentale del partito, stabilisce al paragrafo 6.1 che «nella famiglia madre e padre si prendono cura dei propri figli in una responsabilità comune e duratura». Il programma per il Bundestag del 2021 riduce la definizione a due righe: «L’AfD si riconosce nella famiglia come cellula germinale della nostra società. Essa è composta da padre, madre e figli». Il programma per le europee del 2024 aggiunge: «Altre forme di convivenza diverse dal matrimonio tra uomo e donna vanno rispettate, ma non equiparate», e rivendica «la posizione unica e privilegiata di padre e madre» nell’educazione dei figli. Il programma federale approvato a Riesa nel gennaio 2025 sposta il lessico sul fronte trans, denuncia il «Trans-Gender-Hype»e la «sessualizzazione precoce», e nel capitolo sulle separazioni scrive che «ogni bambino ha bisogno del padre e della madre per l’intera infanzia».
In nessuno di questi testi ricorre la parola Homosexualität. L’esclusione procede per definizione: fissato ciò che una famiglia è, il resto ricade nella categoria delle forme tollerate. Fuori dai programmi il linguaggio si scioglie. Nel maggio 2018 Björn Höcke, presentando a Erfurt il documento della sua Fraktion sulla Leitkultur, dichiarò che l’omosessualità va al massimo «sopportata» (ertragen) e che il matrimonio egualitario «torpedina» le famiglie eterosessuali. Il 17 maggio 2019, giornata contro l’omofobia, Beatrix von Storch spiegò al Bundestag che i Verdi vivono in una «decadente Parallelwelt di élite urbane»; un mese dopo respinse i «privilegi speciali per una piccola clientela». Martin Reichardt, portavoce per la famiglia della Fraktion, nel 2022 scrisse che «dei ripugnanti» (Widerlinge) si aggirano per gli asili per insegnare la «diversità sessuale» ai bambini, e nel giugno 2024 firmò la mozione contro il piano governativo «Queer leben», che a suo dire «distrugge le famiglie». Nel gennaio 2025 il capogruppo parlamentare Stephan Brandner ha annunciato che la Fraktion ripresenterà la proposta di abolire la Ehe für alle, il matrimonio egualitario in vigore dal 2017, perché contraria alla Legge fondamentale. Il 26 marzo 2026 il gruppo ha chiesto di non issare più bandiere arcobaleno nelle ambasciate tedesche e di sopprimere la giornata internazionale contro l’omofobia. La deputata Nicole Höchst ripete da anni la formula di partito: nulla contro l’omosessualità, purché consensuale e tra adulti. È, parola per parola, il perimetro che il paragrafo 175 del codice penale concedeva dopo la riforma del 1969.

Il dato di fatto
Alice Weidel è iscritta all’AfD dal 2013, guida il gruppo parlamentare dal 2017 e il partito dal 2022. Vive nella Svizzera tedesca con Sarah Bossard, produttrice cinematografica nata in Sri Lanka nel 1982 e adottata da una coppia svizzera, e con i due figli che crescono insieme. Nella Wahlarena della ARD del 17 febbraio 2025 ha precisato di vivere in una eingetragene Lebenspartnerschaft, l’unione civile registrata, e ha sostenuto che tali unioni vadano equiparate al matrimonio «senza toccare l’istituto del matrimonio»: la stessa sera il Lesben- und Schwulenverband ha osservato che questa è la formula con cui il suo partito chiede di abolire la Ehe für alle. Bossard, dal canto suo, dichiarò alla Basler Zeitung di aver votato sì al referendum svizzero sul matrimonio egualitario del 26 settembre 2021. Interrogata dalla RTL il 5 luglio 2026 sul passaggio del programma della Sassonia-Anhalt, Weidel ha risposto: «Possono scriverci quello che vogliono. Io vivo qualcos’altro», e ha aggiunto che non vede contraddizione tra il proporre la famiglia tradizionale come «modello sociale di riferimento» e la propria vita.
Ciò che Weidel pensa di sé appartiene a lei. Il dato che resta sul tavolo è un altro: una persona unita civilmente a una donna, madre di due figli, dirige da quattro anni un partito che nei programmi le nega il nome di famiglia, nei disegni di legge vuole cancellare l’istituto che in Svizzera la sua compagna ha votato, e in un Land appena conquistato ha definito «deviazione» la sua condizione. La parola incoerenza è la più mite tra quelle disponibili.
Che cosa dice la psicologia
La domanda che abbiamo posto nel titolo di questo approfondimento, ha una letteratura scientifica alle spalle da oltre ottant’anni. Il primo a descrivere il meccanismo fu Kurt Lewin nel 1941, in un saggio intitolato «Self-Hatred Among Jews»: il membro di una minoranza stigmatizzata può assumere lo sguardo del gruppo dominante e rivolgerlo contro i propri simili, ottenendo in cambio un posto, per quanto precario, dalla parte di chi giudica. Gordon Allport riprese l’osservazione nel 1954 in La natura del pregiudizio, nel capitolo sui tratti prodotti dalla vittimizzazione. Sul versante psicoanalitico, Anna Freud aveva già catalogato nel 1936 la formazione reattiva, in cui un impulso inaccettabile viene convertito nel suo contrario e ostentato con zelo. La personalità autoritaria di Adorno, Frenkel-Brunswik, Levinson e Sanford (1950) collegò rigidità sui ruoli sessuali, ossessione per la devianza altrui e adesione a movimenti autoritari: è il ponte tra la clinica e la politica.
Il termine omofobia fu coniato da George Weinberg nel 1972 e definito, tra le altre cose, come paura di sé. Successivamente, Ilan Meyer, in un articolo del 2003 su Psychological Bulletin, ha formalizzato il concetto di stress da minoranza, di cui l’omofobia interiorizzata è una componente. Nel 2012 Netta Weinstein, Richard Ryan e alcuni altri collaboratori hanno pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology una serie di esperimenti in cui i soggetti con maggiore divario tra orientamento implicito e orientamento dichiarato mostravano i punteggi più alti di ostilità verso gli omosessuali e provenivano con più frequenza da famiglie autoritarie e omofobe. Uno studio precedente, di Adams, Wright e Lohr sul Journal of Abnormal Psychology del 1996, aveva rilevato eccitazione genitale davanti a materiale omosessuale negli uomini con alti punteggi di omofobia. Leon Festinger, con la teoria della dissonanza cognitiva del 1957, offre infine la chiave per il «nessuna contraddizione»: quando due cognizioni si escludono, la mente separa i compartimenti anziché rinunciare a una delle due.
Lo strumento più utile resta però quello di Erving Goffman. In Stigma (1963) distingue tra il passing, nascondere del tutto un tratto screditante, e il covering, che è il comportamento di chi il tratto non lo nega ma lo attenua, lo rende poco ingombrante, e talvolta si spende attivamente perché nessuno lo consideri rilevante. Il covering non richiede menzogna. Richiede un pubblico disposto a fingere di non vedere, e una prestazione continua da parte di chi vuole essere accettato dal gruppo che disprezza ciò che lui è.

Che cosa dice la letteratura
Nella letteratura troviamo diversi esempi di come questo meccanismo viene descritto: come rapporto con lo specchio. Quando Proust, nelle pagine che aprono Sodoma e Gomorra, parla di una «razza maledetta» condannata a mentire e a vivere di sospetti, sta già dicendo che il primo nemico dell'invertito è l'altro invertito, perché è l'unico che può riconoscerlo. Il barone di Charlus, che deride e smaschera i propri simili con una ferocia che non riserva a nessun altro, non fa che difendersi dall'immagine che essi gli restituiscono; e tutto il romanzo mostra quanto quella difesa costi, in solitudine e in ridicolo. Thomas Mann, nel 1912, aveva raccontato il costo opposto, quello del silenzio riuscito: Gustav von Aschenbach ha costruito per decenni una rispettabilità perfetta, ed è proprio la perfezione dell'edificio a renderne rovinoso il crollo davanti a un ragazzo sul Lido. Ma il caso più vicino a ciò che accade oggi in Germania lo ha scritto E. M. Forster, e non volle pubblicarlo: Maurice, composto nel 1913-14 e uscito postumo nel 1971, contiene in Clive Durham il ritratto del rinnegato che si fa custode. Clive ama Maurice a Cambridge, poi decide che quella parte di sé non esiste più, si sposa, si prepara al Parlamento e finisce per amministrare con zelo l'ordine che lo aveva terrorizzato. Non lo fa per convinzione. Lo fa perché la convinzione è l'unico posto dove la paura non lo raggiunge.
Il passo successivo, dalla rispettabilità privata alla carriera dentro il sistema che perseguita, lo compie Klaus Mann in Mephisto (1936): Hendrik Höfgen, l'attore che diventa intendente dei teatri del Reich, nasconde una relazione con una donna nera e recita per il regime che la manderebbe in un campo; il segreto e la carriera si nutrono a vicenda, perché ogni successo pubblico è una polizza sul segreto. Alan Hollinghurst ha trasportato la stessa struttura nell'Inghilterra della Section 28 con La linea della bellezza (2004): Nick Guest siede alla tavola di un deputato thatcheriano, ride delle battute sugli omosessuali, e la sua permanenza in quella casa dipende esattamente dalla qualità di quel riso. Chi legge oggi le cronache dei congressi dell'AfD riconosce lo stesso schema. James Baldwin, nella Stanza di Giovanni (1956), ha infine mostrato dove finisce il conto: David, che non riesce a guardarsi, lo paga facendolo pagare a Giovanni, e il romanzo è il resoconto di quanto poco serva essere davvero omofobi per distruggere un omosessuale; basta non sopportare di esserlo.
Esiste però un'altra via e la troviamo proprio nella letteratura italiana. Pasolini fu espulso dal Partito comunista nell'ottobre 1949, dopo la vicenda di Ramuscello, con la formula dell'indegnità politica e morale; seguirono i processi, decine, per tutta la vita. Avrebbe potuto scegliere la copertura, che il partito gli avrebbe forse concesso in cambio di silenzio; scelse di scrivere ogni cosa a proprio nome e di non usare mai la propria condizione come arma contro un altro. Giovanni Testori, cattolico e omosessuale fino alla morte nel 1993, visse il conflitto tra fede e desiderio come una ferita aperta e la mise in scena, in In exitu (1988) e altrove, senza mai trasformarla in una crociata. Nessuno dei due si è accettato con leggerezza, e nessuno dei due ha chiesto agli altri di pagare il prezzo della propria fatica. È questa la distanza che separa il dissenso onesto dal covering: si può credere che l'omosessualità sia un disordine, dirlo e fermarsi; oppure si può farne l'unico argomento, il bersaglio quotidiano, la prova di appartenenza a un gruppo che si teme di perdere. I libri stanno lì a ricordare che la seconda strada, da Charlus in giù, non ha mai salvato nessuno.

E la Chiesa Cattolica?
Chi frequenta gli ambienti ecclesiastici riconosce bene questo schema triste. La dottrina cattolica sull’omosessualità è nota. Un cattolico, un sacerdote o un vescovo, possono dire di condividere quella dottrina, e fermarsi lì. È una posizione, si discute, si accetta o si respinge.
Il fenomeno che imbarazza è di altra natura, e si manifesta con puntualità quasi liturgica in prossimità dei medesimi partiti, ai quali costoro tributano una fedeltà che al Romano Pontefice non accordano. Esiste, dentro la Chiesa e nel suo indotto, una schiera di uomini e di donne per i quali l'omosessualità, e più in generale la sfera sessuale, costituisce l'unico argomento disponibile. Con cadenza settimanale licenziano scritti e pubblicano reel sul tema; denunciano lobby, deplorano l'esistenza di clero omosessuale e di laici «omosessualisti», vocabolo che non figura in alcun dizionario e che non designa nulla; reclamano epurazioni; e discorrono di sesso con un'assiduità che nessun altro capitolo della morale cattolica riesce a strappare loro. Della povertà, della liturgia, della catechesi, dei sacramenti trattano soltanto per approdare, nel giro di poche righe, all'identica destinazione. Frédéric Martel ha edificato su questa osservazione un intero volume, Sodoma (2019), sostenendo che il fervore omofobo esibito in pubblico da un prelato cresca in proporzione a ciò che egli custodisce in privato, e corredando la tesi di numerosi esempi. Chi abita quell'ambiente riconosce la descrizione senza bisogno di conferme: capita con frequenza che il sacerdote più sollecito nell'accusare i confratelli di omosessualità sia il medesimo che da anni convive con un giovane uomo, ben lontano da qualsiasi incombenza pastorale.
Goffman ha conferito un nome al comportamento. Il covering, nella sua forma più accanita, consiste nel dimostrare al gruppo che si desidera ingannare di appartenervi a pieno titolo. L'aggressione incessante agli omosessuali diventa così il pedaggio dell'ammissione: quanto più il tratto è prossimo, tanto più fragorosa deve riuscire la recita. Chi aderisce sinceramente alla dottrina non ha necessità di ripeterla quotidianamente né di brandirla contro il prossimo; la dottrina è scritta, e basta rinviare al Catechismo. Chi ne fa l'unico proprio discorso sta in realtà parlando d'altro, e di norma lo intendono tutti, tranne lui.
Una quarantina di deputati entreranno nel Landtag di Magdeburgo con un programma che definisce «deviazione» la famiglia della loro presidente. Nessuno di loro, a quanto risulta, si è ancora fermato davanti allo specchio che Proust aveva posto davanti a Charlus. È probabile che non lo faranno: il covering, lo insegna Goffman, funziona finché tutti nella stanza si accordano per guardare altrove.
d.S.B. e L.I.
Silere non possum



