Roma - La critica mossa questa mattina da Austen Ivereigh a Papa Leone XIV non dice nulla del gesto compiuto dal Papa. Dice molto, invece, del metodo - e del livello - di un certo giornalismo che per anni ha costruito carriere, reputazione e reddito sulla figura di Papa Francesco e che oggi, rimasto improvvisamente senza accesso, tenta di rimanere rilevante attaccando il nuovo Pontefice con argomenti falsi e forzature ideologiche.

Come è noto, questa mattina Leone XIV ha ricevuto monache e monaci che, secondo una tradizione antica e documentata, hanno portato gli agnelli che nella festa di sant’Agnese vengono benedetti. Agnelli che non vengono uccisi, non vengono maltrattati, non vengono esibiti come oggetti di scena: vengono allevati, tosati e la loro lana sarà utilizzata per la confezione dei pallii destinati agli arcivescovi metropoliti. Un gesto ecclesiale, simbolico, profondamente legato alla tradizione della Chiesa.

È una tradizione che nei primi anni del pontificato di Francesco era stata mantenuta e poi abbandonata. Non per ragioni etiche - perché non c’è alcun problema etico in quel rito - ma semplicemente perché a Francesco queste cose non interessavano. I segni, i riti, la tradizione liturgica non erano centrali nella sua visione di governo. La cosa che contava, per lui, non era il pallio, ma la fedeltà personale. E quando quella fedeltà veniva meno, i vescovi venivano rimossi senza troppi scrupoli, diritto canonico compreso.

Vale la pena ribadirlo, visto che oggi qualcuno finge di scoprirlo: gli agnelli vengono tosati rispettando l’animale, la tosatura è per loro motivo di sollievo e non di sofferenza. Essendo molto piccoli, vengono presentati al Papa sdraiati in una cesta. Nei video diffusi si vedono animali tranquilli e sereni, non certo “terrorizzati” come sostiene Ivereigh. Qui non siamo davanti a un’opinione: siamo davanti a un’affermazione semplicemente falsa.

Ed è qui che la mistificazione diventa evidente. Ivereigh tira in ballo l’“era della Laudato si’” per suggerire che il gesto di Leone XIV sarebbe in contraddizione con l’enciclica di Papa Francesco. Peccato che nell’enciclica non ci sia nulla che possa essere usato contro ciò che è avvenuto stamattina. Nulla.

Al contrario, Laudato si’ mette in guardia da un’ideologia che riduce le creature a oggetti, ma rifiuta esplicitamente una visione sentimentalista e ideologica della natura. Papa Francesco scrive che “ogni creatura ha un valore proprio”, ma colloca questo valore dentro una relazione ordinata tra uomo, creazione e Dio, non dentro una caricatura animalista. E aggiunge che san Francesco d’Assisi chiamava le creature fratelli e sorelle senza per questo negare l’uso simbolico e responsabile degli animali nella vita umana ed ecclesiale.

Usare le parole del Papa defunto per colpire il Papa regnante non è un atto di amore per Laudato si’. È un’operazione strumentale e disonesta, che rivela il vero nervo scoperto: Ivereigh non viene più invitato, non riceve più notizie riservate, i suoi informatori - dopo la morte di Francesco - hanno lasciato il Vaticano. Finita la stagione delle confidenze e delle biografie autorizzate, resta solo l’attacco obliquo, travestito da preoccupazione etica.

Non è un caso che in Vaticano ad Austen Ivereigh venga affibbiato il soprannome di Mrs. Doubtfire. Non solo per una somiglianza estetica ma anche perché queste uscite non assomigliano al lavoro di un cronista serio, ma a una recita goffa più adatta a una tata in maschera che a un giornalista che pretende di dare lezioni di morale, di Chiesa e persino di encicliche che dimostra di non aver capito - o di voler deliberatamente travisare.

La verità è semplice e sta tutta qui: il problema non sono gli agnelli, il problema è la perdita di accesso al potere. E quando finisce l’accesso, per certi giornalisti finisce anche la lucidità.

A.T.
Silere non possum