Milano - Il clima in Italia attorno al referendum sulla giustizia - che sarebbe più onesto chiamare referendum sui magistrati - si sta facendo ogni giorno più aggressivo e più intollerabile. Da una parte ci sono magistrati come Nicola Gratteri che occupano gli studi televisivi, diffondono ricostruzioni false, attribuiscono ad altri parole mai pronunciate e arrivano perfino ad assumere toni intimidatori verso i giornalisti. Dall’altra ci sono magistrati, giornali e apparati editoriali che conducono apertamente una campagna politica a sostegno della riforma, spesso in perfetta sintonia con il governo.

Silere non possum ha descritto fin dall’inizio questo scenario imbarazzante: magistrati che, invece di limitarsi ad applicare la legge, si trasformano nei contestatori di una riforma che ha l’obiettivo evidente di incrinare i privilegi di una casta. Per cogliere fino in fondo l’assurdità della situazione, si provi a immaginare una legge diretta a spezzare presunti privilegi del clero, a sottoporre realmente i sacerdoti a controlli effettivi, a colpire quei meccanismi che, in alcuni casi, li sottrarrebbero alle loro responsabilità e a smantellare le reti di protezione e di alleanze che li difenderebbero. È chiaro che il clero, in questi termini, non gode di simili privilegi; ma se li avesse davvero e, davanti a una riforma del genere, insorgesse compatto, quale sarebbe la reazione dell’opinione pubblica? Lo scandalo sarebbe evidente. Qui, però, non stiamo parlando di preti. Stiamo parlando di persone che possono decidere della vita delle persone, della libertà, della reputazione degli altri. Persone che, troppo spesso, in Italia sembrano muoversi secondo logiche che con la giustizia e con la verità hanno ben poco a che fare. E le esperienze, in questo senso, non mancano.

Ed è gravissimo che a scendere in piazza o a prendere la parola con modalità che hanno i tratti di una vera propaganda politica siano proprio quei magistrati il cui unico compito dovrebbe essere un altro: applicare la legge. Non scriverla, non orientare il dibattito pubblico, non trasformarsi in comizianti. Il compito di fare le leggi spetta ad altri. Ai magistrati spetta soltanto applicarle. E considerati gli stipendi di cui godono, ci si aspetterebbe almeno il senso della misura, la sobrietà istituzionale e il dovere di trattenere le proprie opinioni personali, invece di inseguire le piazze e i salotti televisivi.

In uno Stato serio, a confrontarsi su questi temi dovrebbero essere i docenti, i costituzionalisti, i politici e i cittadini, non certo i magistrati chiamati poi ad applicare quella stessa legge, e men che meno i vescovi. E invece abbiamo visto anche questo: vescovi improvvisati maestri di Costituzione e capi di movimenti pronti a sostenere che il dissenso su un referendum possa addirittura incrinare l’unità interna del movimento. Un degrado del dibattito pubblico che ha ormai assunto contorni insieme impropri, opachi e francamente grotteschi.

Per questo torniamo sull’incontro della Diaconia centrale della Lombardia, svoltosi il 10 marzo 2026 nel teatro dell’istituto di via Rombon, a Lambrate.

In quell’occasione - della quale abbiamo pubblicato l’audio - Davide Prosperi ha pronunciato parole gravissime, che per contenuto e impostazione richiamano veri e propri abusi di coscienza. A intervenire è stata anche la dottoressa Angelica Castellani, giudice del Tribunale di Brescia, chiamata dallo stesso Prosperi a far parte della Commissione per la revisione degli Statuti della Fraternità di Comunione e Liberazione.





Nel suo intervento, la magistrata descrive con nettezza il clima interno alla magistratura, osservando che «fino a ieri si scannavano, oggi sono compatti», per poi aggiungere: «Mi sono chiesta a cosa sono attaccati loro, in fondo?». Una domanda che lascia trasparire una lettura ben precisa dello scontro in atto. «Secondo me la frase che descrive bene cosa è questa riforma è ciò che ha detto il cardinale Camillo Ruini nell'intervista: "è un primo passo verso la giusta direzione"», ha detto. 

Castellani si esprime a favore della riforma, anche in un contesto nel quale - come ha affermato Prosperi - in CL non sarebbe possibile assumere una posizione contraria, pena la rottura dell’unità. Non solo. Nel corso del suo intervento racconta di essersi attivata personalmente per promuovere il dibattito sul referendum anche a Brescia: «Ho invitato tirocinanti, cancellieri, chiunque, a un incontro che ho organizzato io a Brescia».

Infine, la giudice denuncia apertamente il clima che si respira anche all’interno del tribunale lombardo: «Io ho un po’ di difficoltà in tribunale a dire la mia posizione perché mi scannano, il clima è questo attualmente».

Parole pesanti, che mostrano con chiarezza come una parte ben precisa dell’apparato statale oggi si stia ricompattando per difendere sé stessa. Non dall’ingerenza della politica nella propria indipendenza, come si pretende di far credere, ma dal rischio ben più concreto che vengano incrinati assetti di potere consolidati: le correnti che orientano nomine, assegnazioni degli incarichi e perfino i procedimenti disciplinari.

M.P.
Silere non possum

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