Roma - L’Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana ha eletto, nel pomeriggio di martedì 26 maggio, il nuovo Vice Presidente per l’Area Nord. La scelta è caduta su S.E.R. Mons. Gianmarco Busca, vescovo di Mantova. Una nomina che ha fatto saltare dalla sedia non pochi preti.

Una nomina che riapre vecchie ferite

Da anni il clero mantovano è attraversato da un vero e proprio malessere che emerge, con più vergogna, anche nel clero da cui Busca proviene: quello di Brescia.

Busca è nato a Edolo, in provincia di Brescia, il 30 novembre 1965. Dopo la maturità è entrato nel Seminario Diocesano Maria Immacolata ed è stato ordinato sacerdote l’8 giugno 1991. Dopo i primi anni come vicario parrocchiale a Borno, in Valcamonica, si è trasferito a Roma per perfezionare gli studi. Nel 2000 ha conseguito il dottorato in Teologia Dogmatica presso la Pontificia Università Gregoriana. Rientrato in diocesi, è stato incaricato della formazione nel biennio teologico del Seminario, docente presso lo Studio Teologico “Paolo VI” del Seminario di Brescia e all’Istituto Superiore di Scienze Religiose dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Brescia.

Durante questi anni ha preso “sotto di sé” alcuni suoi “prescelti”, ai quali ha iniziato a fare direzione spirituale, portando avanti questa attività per molto tempo e finendo per mescolare foro interno e foro esterno. Con alcuni ciò avviene ancora oggi, tanto che qualcuno afferma che Busca sia più a Brescia che a Mantova. Non che ai mantovani dispiaccia.

Il 3 giugno 2016 Papa Francesco lo ha nominato vescovo di Mantova. Nella Conferenza Episcopale Lombarda è stato delegato per l’ambito pastorale della liturgia e per la Federazione italiana esercizi spirituali. Dal 2021 al maggio 2026 ha presieduto la Commissione Episcopale per la Liturgia della CEI. Nessuno dimentica cosa ha fatto, di liturgico, a Mantova.

Oltre la biografia ufficiale

Il punto, però, riguarda il modo in cui un vescovo esercita il proprio ministero. Perché la biografia accademica e gli incarichi conferiti dagli organismi ecclesiali raccontano solo una parte della storia. L’altra parte emerge dalle testimonianze di sacerdoti e laici che possono riferire, non solo ciò che Busca fa ma i frutti di ciò che fa e fa fare agli altri. A Brescia Busca è conosciuto come una persona dal carattere «tutto particolare». C’è chi lo descrive così: «Se ti sceglie, diventi uno dei suoi eletti e allora tutto va bene; se invece ti prende di mira, sei finito. Ti rende la vita impossibile».Dinamiche tutt’altro che rare in certi ambienti ecclesiastici, dove personalità ingombranti e relazioni di potere finiscono spesso per avvelenare i pozzi e rendere irrespirabile il clima attorno a sé. Figure che, nonostante tutto, vengono promosse, ordinate, collocate in posti di governo. E così, anche per Busca, arrivò la nomina episcopale – guarda caso da parte di Francesco

Il malessere del clero mantovano

I sacerdoti a Mantova lamentano da tempo uno stile di governo rigido, accentrato e, in alcuni casi, dispotico. I presbiteri parlano di un clima pesante, “asfissiante”, riferiscono di decisioni calate dall’alto, di una gestione del potere episcopale vissuta come lontana da qualsiasi autentico “metodo sinodale di cui questi vescovi comunque si riempiono la bocca”. La parola “sinodalità”, ormai, riempie documenti, incontri, assemblee e comunicati. È diventata il lessico ufficiale della stagione ecclesiale. Eppure, quando si passa dalle dichiarazioni alla prassi, il quadro cambia. Se un vescovo è percepito dal proprio clero come una figura da temere più che come un pastore da ascoltare, la domanda diventa inevitabile: quale credibilità può avere una Chiesa che predica partecipazione e poi promuove chi esercita il governo in questo modo?

Prediletti, esclusi e gestione del potere

Il dramma di questi vescovi, poi, è sempre lo stesso: si convincono di possedere una sorta di verità assoluta sulla vocazione altrui, sulle capacità degli altri e perfino sulla loro vita. Salvo poi essere puntualmente smentiti dai fatti. Coloro che vengono presi di mira, infatti, spesso dimostrano di essere persone mature, capaci di affrontare percorsi seri di crescita umana e spirituale, e proprio per questo diventano scomode: perché non si lasciano schiacciare, perché sanno tenere testa, perché non si prestano al gioco della sudditanza. Al contrario, coloro di cui certi vescovi finiscono per invaghirsi, scegliendoli come prediletti, rivelano spesso fragilità profonde nel modo di vivere il sacerdozio, l’umanità e la propria esistenza, fino ad arrecare un danno grave alla Chiesa e agli altri.

Il messaggio lanciato dalla CEI

I vescovi italiani, scegliendo Mons. Busca come vicepresidente per l’Area Nord, rischiano di lanciare un pessimo messaggio ai presbiteri. Affidare un incarico rappresentativo a una figura che suscita forti critiche nel proprio presbiterio non è una scelta sana. È una scelta che fa sorridere amaramente, soprattutto in una stagione in cui l’episcopato continua a invocare ascolto, corresponsabilità, cammino comune e conversione pastorale. Il problema, ancora una volta, è la distanza tra linguaggio e realtà. La Chiesa italiana parla di processi, discernimento e partecipazione. Poi, quando deve scegliere chi la rappresenta, sembra guardare altrove: agli equilibri interni, ai profili già inseriti nei circuiti istituzionali, alle figure considerate affidabili dal sistema. I sacerdoti che vivono sul campo, che subiscono certe modalità di governo, restano sullo sfondo.

d.G.C.
Silere non possum

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