Milano - C'è un'immagine manzoniana al cuore della nuova proposta pastorale che l'arcivescovo di Milano, Mario Enrico Delpini, ha consegnato alla Chiesa ambrosiana per l'anno 2026-2027. È quella dell'Innominato che, nella notte del suo tormento, ode salire dal fondo della valle uno scampanio festoso e si interroga, smarrito: «Che allegria c'è? Di che godono tutti costoro? Che buon tempo hanno?». Quella domanda, che nei Promessi Sposi segna l'alba della conversione del brigante, Delpini la assume come cifra del compito missionario della Chiesa: irradiare una gioia che raggiunga «tutte le case, tutte le storie e tutte le inquietudini».
Il documento - edito dal Centro Ambrosiano con il titolo «Che allegria c'è? Di che godono tutti costoro?». Lo stile sinodale per la missione di irradiare la gioia cristiana - è la prosecuzione dichiarata della proposta dell'anno precedente, Tra voi, però, non sia così, e si presenta come il momento in cui «recepire e praticare come stile ordinario» quanto il cammino sinodale ha maturato. La parola d'ordine non è più la teoria della sinodalità, ripetuta fino allo sfinimento, ma la sua pratica quotidiana.
Da Radicati e costruiti in Cristo a Leone XIV
Delpini colloca la sua proposta entro le coordinate ecclesiali del momento. C'è l'Assemblea generale della CEI con l'approvazione di Radicati e costruiti in Cristo, che ha sancito la recezione del Cammino sinodale italiano; c'è la XVI Assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi con il documento Per una Chiesa sinodale, fatto proprio da papa Francesco nel suo magistero ordinario; c'è la terza Assemblea sinodale italiana dell'ottobre 2025 con il documento di sintesi Lievito di pace e di speranza. E c'è, soprattutto, l'avallo di Leone XIV, che concludendo l'Assemblea generale della CEI il 28 maggio 2026 ha confermato l'intero percorso e ha indicato che il Cammino sinodale «ora deve diventare stile permanente». Il Pontefice è citato a più riprese e con funzione di chiave di volta: la partecipazione, ha detto Leone, non è una concessione ma «un'esigenza della comunione e della missione», che deve diventare metodo, responsabilità e verifica.
La fatica del cammino sinodale
Il passaggio più rilevante - e il più candido - è quello in cui Delpini, citando lo stesso Leone XIV, non nasconde le ombre del processo. Il percorso avviato da Francesco è stato segnato «da fatica e da evidenti problematiche»: la sovrabbondanza di «documenti corposi» da tenere presenti contemporaneamente, la ripetizione di insistenze che la prassi mortifica, gli atteggiamenti di scetticismo «in alcune parti del clero» hanno generato - sono parole del Papa riprese dall'arcivescovo - un «clima di stanchezza».
A questa diagnosi corrisponde, più avanti, un'ammissione ancora più netta. Sotto il titolo «Un cammino che ancora non incide», Delpini riconosce che gran parte dell'attività dei Consigli pastorali e delle Assemblee sinodali decanali è rimasta allo stato di «nozioni vaghe e astratte» che non hanno toccato la vita reale delle comunità. È, di fatto, la presa d'atto di uno scarto tra l'imponente apparato documentale prodotto in questi anni e la sua effettiva ricaduta pastorale - uno scarto che chi osserva la stagione sinodale da fuori aveva già segnalato, e che qui trova conferma dalla penna di un arcivescovo.
Sinodalità come «profezia sociale»
Sul piano teologico, Delpini riprende la categoria di «profezia critica» dal Documento finale del Sinodo e la traduce in profezia sociale: in un'epoca di disuguaglianze, di disincanto verso la democrazia e di tendenze autocratiche, lo stile sinodale è proposto come testimonianza controculturale, alternativa all'individualismo che - riconosce l'arcivescovo - «anche la Chiesa ha spesso assorbito». Da qui il passaggio chiave sul metodo: dal «fare per» al «fare con». Ereditando un passato di pionieri che costruivano in solitudine istituzioni di carità, la Chiesa ambrosiana è chiamata oggi a tessere alleanze e reti, anche con realtà esterne ai mondi ecclesiali, perché - secondo la lezione dell'evento Chiesa dalle genti - l'essenziale non è agire «al posto di», ma «fare con».
La difesa del ministero ordinato e il nodo del «clericalismo»
Trattando dei ministeri, Delpini stigmatizza l'uso disinvolto del «luogo comune del "clericalismo"», con cui - scrive - «si sia sbrigativamente squalificato il ministero che preti della nostra Diocesi offrono in modo ammirevole fino al sacrificio». L'arcivescovo riconosce le tensioni reali, in particolare tra preti e diaconi permanenti, ma rifiuta che la rivendicazione del ruolo diventi puntiglio. È una sottolineatura non scontata, in un dibattito ecclesiale in cui l'accusa di clericalismo è diventata formula tutto-fare.
Coerente con questa linea è l'insistenza sulla corresponsabilità di tutti i battezzati: l'istituzione dei ministeri laicali (accoliti, lettori, catechisti), la valorizzazione delle diaconie e delle giunte dei Consigli pastorali, la formazione di «facilitatori» inviati «a due a due» per accompagnare le comunità che vogliano assumere lo stile sinodale.
I richiami al magistero di Leone XIV
Il testo è disseminato di rimandi al giovane magistero del nuovo Pontefice. Compare l'enciclica Magnifica humanitas, citata sia per il tema del pluralismo da trasformare in risorsa, sia per il principio, tagliente, secondo cui la corresponsabilità passa «attraverso organismi di partecipazione reali, non nominali». E compare l'esortazione Dilexi te sull'amore verso i poveri, da cui Delpini trae l'immagine dell'amore cristiano che «valica abissi umanamente insuperabili» ed «è per l'impossibile».
Una struttura in due parti
Il documento si articola in un Preludio manzoniano, due grandi parti e una Preghiera conclusiva. La prima parte sviluppa le vie della missione, la sinodalità come profezia sociale, lo stile sinodale, la formazione, i ministeri, la condivisione del soffrire del mondo, l'ascolto e il discernimento, gli organismi di partecipazione. La seconda parte scende sul piano operativo: il Consiglio pastorale e le Commissioni, la diaconia, il Consiglio per gli affari economici, l'ambito zonale e decanale, gli organismi diocesani e la Curia. Una nota ricorrente, quasi un leitmotiv, è l'invito a «metterci il tempo che serve», accettando di sbagliare sentiero e, se necessario, di cambiarlo o interromperlo.
Gli undici inadeguati e l'invito alla festa
La conclusione torna alle Scritture e all'immagine d'apertura. Delpini rilegge il mandato finale di Matteo affidato a «undici uomini in cui convivono la fede e il dubbio, la gioia e l'esitazione», e ne fa lo specchio di una Chiesa che parte sempre «con un senso di sproporzione e di inadeguatezza». L'arcivescovo non elude le domande scomode - se il cammino sinodale sia «una complicazione della vita» e «un'impresa fallimentare» oppure «una riforma della Chiesa che rinnova la missione» - e riprende l'esortazione di Leone XIV all'Assemblea CEI: «Abbiamo il coraggio dell'essenziale!». Il coraggio di comunità meno preoccupate di conservare tutto e più libere di annunciare Cristo.
Resta, a chiudere, lo scampanio di Chiuso che raggiunge il castello dell'Innominato: immagine di una Chiesa-popolo «convocato da una promessa di gioia», che vorrebbe essere null'altro che «un invito alla gioia di Dio». Un programma alto - e Delpini è abbastanza lucido da sapere quanto, fin qui, sia rimasto «un cammino che ancora non incide».
p.E.B.
Silere non possum