La parola “sionismo” viene usata molto nelle discussioni su Israele, sulla guerra a Gaza, sui palestinesi e sull’antisemitismo. Il problema è che non tutti la usano per indicare la stessa cosa.
Nella sua definizione più semplice, il sionismo è il movimento nazionale ebraico nato in Europa alla fine dell’Ottocento con l’obiettivo di creare una patria per il popolo ebraico nella Terra d’Israele, cioè nella Palestina dell’epoca. Il termine viene da Sion, nome biblico legato a Gerusalemme e poi usato più ampiamente come riferimento alla Terra d’Israele.
La figura più conosciuta del sionismo moderno è Theodor Herzl, giornalista austro-ungarico nato a Budapest nel 1860. Herzl apparteneva a un ambiente ebraico europeo molto assimilato e il suo progetto era soprattutto politico, più che religioso. Riteneva che l’integrazione degli ebrei nelle società europee non fosse riuscita a eliminare l’antisemitismo e che gli ebrei dovessero quindi disporre di una propria sovranità.
Nel 1896 pubblicò Der Judenstaat, generalmente tradotto come Lo Stato degli ebrei. L’anno successivo organizzò a Basilea il primo Congresso sionista, dal quale nacque l’Organizzazione sionista mondiale. Il programma approvato a Basilea indicava come obiettivo la creazione di una patria per il popolo ebraico in Palestina garantita dal diritto pubblico. Il sionismo era quindi una forma di nazionalismo, in un’epoca in cui molti popoli europei rivendicavano uno Stato e istituzioni proprie. L’idea di fondo era che gli ebrei non fossero soltanto una comunità religiosa ma anche un popolo e che, come tale, avessero diritto all’autodeterminazione.
Questa idea non fu mai condivisa da tutti gli ebrei. Alcuni ritenevano che il loro futuro dovesse essere nei Paesi in cui vivevano, attraverso l’acquisizione di pieni diritti civili. Alcuni socialisti ebrei rifiutavano il progetto nazionale. Alcuni gruppi ortodossi consideravano invece sbagliata, dal punto di vista religioso, la costruzione di uno Stato ebraico prima dell’avvento messianico. Per questo ebraismo e sionismo non sono sinonimi.
Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento aumentarono le migrazioni ebraiche verso la Palestina, allora parte dell’Impero ottomano e, dopo la Prima guerra mondiale, sotto mandato britannico. La Palestina non era però una terra vuota: vi viveva una popolazione prevalentemente araba, musulmana e cristiana, oltre a comunità ebraiche presenti da secoli.
Nel 1917 il governo britannico pubblicò la Dichiarazione Balfour, con cui dichiarò di vedere favorevolmente la creazione in Palestina di una “national home for the Jewish people”, precisando che non avrebbero dovuto essere danneggiati i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche già presenti.
È qui che nasce una parte essenziale del conflitto successivo: due movimenti nazionali, quello ebraico e quello arabo-palestinese, cominciarono a rivendicare lo stesso territorio. Il sionismo, nel frattempo, si era già diviso in varie correnti.

Il sionismo laburista, legato a figure come David Ben-Gurion, univa nazionalismo e socialismo e avrebbe dominato la politica israeliana nei primi decenni dopo la nascita dello Stato. Il sionismo revisionista di Ze’ev Jabotinsky era più nazionalista e insisteva maggiormente sulla forza militare e sul controllo territoriale. Da questa tradizione sarebbe poi derivata una parte importante della destra israeliana, fino all’Herut di Menachem Begin e al Likud. Esisteva poi un sionismo religioso, che attribuiva anche un significato teologico al ritorno degli ebrei nella Terra d’Israele, e un sionismo culturale, che vedeva la Palestina soprattutto come centro della rinascita culturale e spirituale ebraica.
Nel 1947 l’ONU propose di dividere la Palestina in due Stati, uno ebraico e uno arabo, con Gerusalemme sottoposta a un regime internazionale. La leadership sionista accettò il piano, mentre quella araba palestinese e gli Stati arabi lo respinsero.
Il 14 maggio 1948 Ben-Gurion proclamò la nascita dello Stato di Israele. Seguì la guerra con i paesi arabi confinanti. Per gli israeliani il 1948 rappresenta l’indipendenza e la realizzazione del principale obiettivo storico del sionismo. Per i palestinesi coincide con la Nakba, la “catastrofe”: circa 750 mila palestinesi lasciarono o furono costretti a lasciare le loro case durante il conflitto.
Da allora la stessa vicenda viene ricordata attraverso due esperienze storiche molto diverse: la nascita di uno Stato per un popolo che aveva subito persecuzioni e la Shoah, e contemporaneamente l’esilio e la perdita della patria per centinaia di migliaia di palestinesi. Dopo il 1948 il sionismo cambiò inevitabilmente significato, perché lo Stato che voleva creare esisteva ormai. Essere sionisti cominciò soprattutto a significare sostenere l’esistenza di Israele come Stato nazionale del popolo ebraico.
Ma anche questa definizione lascia aperte molte questioni. Un israeliano di sinistra può definirsi sionista, sostenere l’esistenza di Israele ed essere favorevole a uno Stato palestinese e contrario agli insediamenti in Cisgiordania. Un esponente della destra religiosa può definirsi allo stesso modo e sostenere che la Cisgiordania, chiamata Giudea e Samaria nel linguaggio della destra israeliana, debba rimanere sotto controllo israeliano.
La guerra del 1967 rese questa differenza ancora più evidente. Dopo la conquista israeliana della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e di Gaza, alcuni movimenti del sionismo religioso considerarono l’insediamento ebraico nei territori occupati anche come un dovere religioso.
Per questo oggi “sionista” non significa automaticamente sostenitore di Benjamin Netanyahu, degli insediamenti o dell’annessione dei territori palestinesi. Allo stesso modo “ebreo”, “israeliano” e “sionista” non sono sinonimi. Esistono ebrei non sionisti o antisionisti, israeliani non ebrei e anche sionisti cristiani, soprattutto in alcuni ambienti evangelici statunitensi.
Rimane infine il rapporto tra antisionismo e antisemitismo, uno dei temi più discussi. Criticare il governo israeliano, Netanyahu, l’esercito o gli insediamenti non è di per sé antisemitismo. Anche l’opposizione al sionismo può avere motivazioni politiche che non sono necessariamente antisemite.
Diventa invece antisemitismo quando agli ebrei in quanto tali vengono attribuite le responsabilità delle decisioni dello Stato israeliano, oppure quando il linguaggio contro i “sionisti” riprende vecchi stereotipi sulle presunte cospirazioni ebraiche.
È anche per questo che usare “sionismo” come sinonimo di Israele, del governo israeliano, della destra israeliana o dell’ebraismo finisce spesso per confondere questioni diverse. La parola indica una tradizione politica nata più di un secolo fa e che, nel tempo, ha prodotto correnti tra loro molto lontane.



