Sabato
12 settembre 2026
Anno V
QUOTIDIANO INTERNAZIONALE INDIPENDENTE
Sabato, 12 settembre 2026 · Anno V
Il problema dell’Europa con l’Islam è più complicato di come viene raccontato
Attualità12 settembre 2026

Il problema dell’Europa con l’Islam è più complicato di come viene raccontato

L’Economist ha dedicato un ampio dossier alla presenza musulmana nel continente: i numeri smentiscono l’idea di un’invasione, mentre islamismo, radicalizzazione e paura dell’Islam alimentano una polarizzazione sempre più difficile da gestire.

Il numero dell’Economist uscito giovedì 10 settembre ha in copertina l’Islam in Europa. Il settimanale britannico gli dedica l’editoriale principale, intitolato «The truth and the lies about Islam in Europe», un lungo briefing e un articolo della sezione sul Regno Unito, più un pezzo sui bangladesi britannici. La tesi è riassunta nel sommario dell’editoriale: l’Islam non rappresenta un pericolo serio per il continente, mentre lo rappresentano l’islamismo e la paura dell’Islam.

L’occasione è politica. Il 6 settembre l’AfD ha vinto le elezioni in Sassonia-Anhalt con il 44 per cento, il suo miglior risultato in un’elezione regionale, dopo una campagna sull’«islamizzazione» e sulle espulsioni forzate. Lo stesso fine settimana a Dover, in Inghilterra, centinaia di persone col volto coperto hanno occupato la città gridando «Stop the boats» e «Christ is King». In Francia il 60 per cento degli elettori sostiene la proposta di Marine Le Pen di vietare il velo islamico in tutti i luoghi pubblici. Nei Paesi Bassi il PVV di Geert Wilders vuole sospendere l’Islam per vent’anni e a inizio anno 39 deputati su 150 hanno votato una mozione secondo cui «l’Islam non appartiene ai Paesi Bassi». In Svezia Richard Jomshof, deputato dei Democratici Svedesi, ha detto che la cosa migliore che i musulmani svedesi possano fare è smettere di essere musulmani. In diversi Paesi europei metà della popolazione considera ormai l’Islam incompatibile con i valori occidentali. Il timore ha attraversato anche l’Atlantico: membri dell’amministrazione Trump parlano di «civilisational erasure» dell’Europa, e l’Economist osserva che questa percezione sta danneggiando i rapporti transatlantici.

Le paure che i numeri smentiscono

La prima parte del dossier smonta le versioni più estreme. I musulmani sono circa il 6 per cento dei più di 500 milioni di abitanti dell’Europa e in nessun Paese dell’Europa occidentale superano il 10 per cento. Crescono, questo sì: in Francia le stime passano dal 6,6 per cento del 2010 al 9,1 del 2020, in Svezia dal 4,5 all’8,1, in buona parte per l’ondata di rifugiati siriani culminata nel 2015. Ma la fecondità delle famiglie immigrate tende ad allinearsi a quella generale entro due generazioni, e il giornale ne deduce che di «grande sostituzione» non c’è traccia. Quanto alle cosiddette no-go zones, l’esempio scelto è Rosengård, il quartiere di Malmö che da più di dieci anni figura nella lista delle «aree vulnerabili» della polizia svedese: segregato, con quasi tutte le donne velate nel centro commerciale, secondo la descrizione dell’imam ahmadi Kashif Virk, ma proprio per questo sorvegliato con particolare attenzione.

Nemmeno il terrorismo conferma il quadro dell’assedio. Secondo Europol l’anno scorso nell’Unione Europea ci sono stati 24 tentativi di attentato jihadista, la maggior parte sventati; i nove riusciti (otto accoltellamenti e un tentativo di investire dei passanti) hanno causato cinque morti. Nel 2024 i numeri erano simili: sei attacchi, sei vittime. L’attentato al pride di Berlino a luglio, quando un uomo ha lanciato un furgone sui partecipanti uccidendo una persona, viene descritto come tipico: un’azione individuale, compiuta da un ventunenne che la polizia aveva già arrestato e che un tribunale aveva condannato per pianificazione di attentato due mesi prima, sospendendo però la pena.

Sull’integrazione i dati raccolti vanno nella stessa direzione. In Germania il 64 per cento degli arrivati nel 2015 aveva un lavoro nel 2022, contro un tasso di occupazione nazionale del 70; uno studio dell’Università di Münster del 2025 indica che l’88 per cento dei musulmani si sente a proprio agio nel Paese e il 73 per cento vuole integrarsi «senza riserve». In Francia l’INED ha calcolato che il 32 per cento dei figli di due genitori immigrati dal Maghreb ha un titolo universitario: meno del 43 per cento della popolazione generale, ma dieci volte il 3 per cento dei genitori. Nel Regno Unito il 67 per cento dei bangladesi che hanno sostenuto i GCSE nel 2021 era iscritto all’università a 19 anni, contro il 38 per cento dei britannici bianchi. Il ministro dell’Interno britannico e il sindaco di Londra sono musulmani, ricorda l’editoriale, e il sondaggio commissionato dal giornale trova poca resistenza al lavoro femminile.

Cos’è l’islamismo

Chiarito questo, il giornale sposta l’attenzione. La distinzione su cui si regge tutto il dossier separa l’Islam, una religione, dall’islamismo, un’ideologia politica secondo cui lo Stato dovrebbe far rispettare i principi islamici e la sharia dovrebbe diventare legge. L’articolo britannico la definisce un’ideologia autoritaria che rifiuta l’integrazione e si oppone al pluralismo, alla libertà di espressione e all’uguaglianza dei diritti. La maggior parte degli islamisti europei rinuncia alla violenza e preferisce quello che i servizi di sicurezza chiamano entryism: piccoli gruppi organizzati entrano in scuole, moschee, consigli comunali e associazioni benefiche per scoraggiare l’integrazione e imporre la conformità religiosa ai musulmani del quartiere. In Germania la categoria ha un nome burocratico, legalistischer Islamismus, islamismo legalitario.

Anche qui i numeri sono piccoli. Il rapporto del ministero dell’Interno francese del 2025 sui Fratelli Musulmani stima fra 400 e mille membri in Francia, legati a circa 280 associazioni e a 139 moschee su 2.800; i frequentatori di quei luoghi di culto sarebbero 91 mila su circa 7,5 milioni di musulmani, e le scuole musulmane con legami con la Fratellanza 21 su 74, per 4.200 alunni. Il BfV, l’intelligence interna tedesca, conta circa 28 mila persone nei gruppi che sorveglia. Le autorità olandesi stimano che il 3-5 per cento dei musulmani del Paese abbia opinioni fondamentaliste, fra 25 e 50 mila persone. Nader Hotait, del Centro tedesco per la ricerca sull’integrazione e la migrazione di Berlino, dice all’Economist che «nessuno è stato in grado di dimostrare una minaccia corrispondente al panico morale sui Fratelli Musulmani».

Il briefing si apre però con una voce che quella minaccia l’ha sperimentata sul serio. Mohamed Louizi fu avvicinato dai Fratelli Musulmani a Casablanca a 13 anni, nel 1999 era loro rappresentante in due moschee di Lilla e capo della sezione locale degli Studenti Musulmani di Francia; uscì nel 2006 perché vedeva nel movimento un «progetto totalitario», e oggi sostiene che bisogna «aiutare la comunità musulmana a liberarsi dell’islamismo». L’articolo comincia con Sohail Ahmed, radicalizzato dai genitori a sei anni durante la guerra in Bosnia, che ricorda la musica proibita in casa e la testa tagliata al suo orsacchiotto. Per Ahmed la Bosnia fu la prima ondata di radicalizzazione fra i musulmani britannici, l’11 settembre con Afghanistan e Iraq la seconda, Gaza rischia di essere la terza.

Il sondaggio britannico

La parte più discussa del dossier sarà probabilmente il sondaggio fra i musulmani del Regno Unito, dove i musulmani sono circa il 7 per cento della popolazione, più del doppio rispetto a 25 anni fa. Il 52 per cento degli intervistati considera «moralmente sbagliate» le relazioni fra persone dello stesso sesso, contro il 13 per cento della popolazione generale che si dichiarava contrario nel British Social Attitudes del 2021. Il 62 per cento pensa che una donna dovrebbe portare il velo in presenza di uomini diversi dal marito o dai parenti stretti, e il 20 per cento che non si tratti di una scelta personale. Il 33 per cento ritiene che «i principi islamici dovrebbero guidare la vita pubblica, le leggi, la politica e il governo»; il 29 per cento darebbe alla sharia un qualche ruolo nel diritto britannico; il 20 per cento pensa che l’insegnamento islamico debba prevalere sulla legge in caso di conflitto. Il 32 per cento considera giustificabile la violenza contro chi insulta il profeta Maometto, e fra gli under 35 la quota sale al 41 per cento, contro il 25 dei più anziani. Il 76 per cento vorrebbe che danneggiare deliberatamente un testo religioso fosse reato. I ricercatori sul contro-estremismo, scrive il giornale, stimano che circa un musulmano britannico su cinque abbia simpatie islamiste.

L’Economist maneggia questi dati con cautela. Avere opinioni socialmente conservatrici, scrive, non fa di una persona una minaccia per i valori occidentali, e alcuni dei difensori dell’Europa a destra sono ostili agli omosessuali quanto i musulmani che criticano. Aggiunge che alcune di quelle percentuali dovrebbero inquietare i liberali convinti che le società aperte rendano col tempo più tolleranti, e ricorda che la maggioranza dei musulmani intervistati per il reportage ha detto di non aver mai incontrato un islamista e di sapere poco dell’ideologia. Dalla Francia arriva un dato che va in direzione opposta: un sondaggio del 2025 indica che il 44 per cento dei musulmani francesi preferirebbe rispettare la legge islamica rispetto a quella francese, dal 28 per cento del 1995; fra gli under 25 la quota è del 52 per cento. Il briefingsuggerisce che per i più giovani l’adesione a posizioni antisecolari possa essere anche un modo di affermare la propria identità di fronte a un’ostilità diffusa.

Dove il confine si vede meglio

L’articolo raccoglie i casi in cui, secondo il giornale, le reti islamiste hanno condizionato le decisioni delle autorità locali. Nel 2021 a Batley, nello Yorkshire, un insegnante di studi religiosi mostrò in classe una caricatura di Maometto: ricevette minacce di morte e vive ancora nascosto. A Wakefield, poco lontano, uno studente autistico fu minacciato dopo aver lasciato cadere, secondo l’accusa, un Corano. Dopo le proteste guidate da imam locali e le critiche di consiglieri comunali musulmani, sia l’insegnante sia lo studente furono sospesi, mentre chi aveva minacciato di morte non subì conseguenze serie da parte della polizia. Hazem Kandil, dell’Università di Cambridge, spiega così il meccanismo: chi decide «non capisce che molti dei musulmani che incontra in quegli spazi rappresentano l’islamismo e non l’Islam».

Ci sono poi gli sharia council, i consigli della sharia: un’indagine governativa del 2018 ne stimò fino a 85 in Gran Bretagna. Sono volontari e privi di valore legale, ma i critici sostengono che favoriscono misoginia e coercizione nelle questioni familiari, mentre polizia e amministrazioni locali esitano a intervenire. Saima Afzal, ex consigliera comunale di Blackburn che si occupa di violenza sulle donne nella comunità sudasiatica, parla di intimidazioni continue da parte di leader musulmani ben collegati con la politica locale: «Molti professionisti hanno il terrore di essere chiamati razzisti o islamofobi». A Blackburn sei dei dodici collegi comunali hanno più del 60 per cento di residenti musulmani, due più dell’80. L’Economist ha calcolato, sui dati del censimento di Inghilterra e Galles, che i quartieri con oltre il 70 per cento di musulmani erano 66 nel 2001 e 237 nel 2021, su 35 mila: la segregazione media diminuisce, le concentrazioni locali aumentano, e con esse lo spazio in cui gli islamisti possono lavorare.

Il giornale elenca anche i precedenti istituzionali: l’inchiesta del ministero dell’Istruzione del 2014 su un tentativo «coordinato, deliberato e sostenuto» di introdurre un «ethos islamico aggressivo» in alcune scuole di Birmingham; la Metropolitan Police costretta a interrompere i rapporti con diversi consulenti sui temi musulmani; l’arresto, a luglio, del capo della Al-Khair Foundation, una delle più grandi charity musulmane britanniche, accusato dall’FBI di finanziare Hamas. Secondo Ken McCallum, direttore dell’MI5, circa il 75 per cento del lavoro antiterrorismo del servizio riguarda islamisti; eppure, l’estremismo islamista costituiva l’anno scorso solo l’8 per cento delle segnalazioni a Prevent, il programma governativo di contrasto alla radicalizzazione, che alcune organizzazioni musulmane vorrebbero chiudere giudicandolo «islamofobo». Andy Burnham, oggi primo ministro, lo aveva definito «tossico» nel 2016. Una revisione indipendente del 2023 aveva già collegato la narrazione secondo cui Prevent vuole danneggiare i musulmani a una «esitazione» nel segnalare i casi islamisti. Hannah Stuart, direttrice del Counter Extremism Group, indica un altro terreno: la definizione di ostilità antimusulmana appena pubblicata dal governo, che secondo molti critici, musulmani compresi, confonde la critica all’Islam con il pregiudizio contro i musulmani.

Dove la repressione ha sbagliato

L’Economist non descrive la risposta delle autorità come una storia di successi. La Francia ha sciolto nel 2020, dopo la decapitazione di Samuel Paty, BarakaCity e il Collectif contre l’islamophobie en France; la Svezia ha chiuso nel 2024 la Cordoba International School di Stoccolma; la Germania ha vietato a novembre Muslim Interaktiv, che aveva portato in piazza ad Amburgo migliaia di persone a favore di un califfato. Ma nel 2019 i servizi olandesi accusarono il Cornelius Haga Lyceum di Amsterdam di essere in mano a insegnanti fondamentalisti; la scuola fece causa e nel 2024 un tribunale giudicò fuorvianti le accuse. Kauthar Bouchallikht, prima deputata olandese col velo, eletta nel 2021 con GroenLinks, fu inseguita dai media per un passato in FEMYSO, la federazione europea delle organizzazioni giovanili musulmane che secondo i servizi è piena di simpatizzanti della Fratellanza; rieletta nel 2023, rinunciò al seggio e lasciò la politica. Matthias Schmidt, dell’Islamic Science and Education Institute di Amburgo, dice che «non c’è una sola grande organizzazione musulmana in Germania che non venga problematizzata», per quante volte giuri sulla Costituzione.

Amburgo è anche l’esempio di quanto lungo sia il lavoro: una strategia formale di prevenzione dell’islamismo dal 2014, un contratto fra città e comunità musulmane firmato nel 2012, e poi comunque Muslim Interaktiv. Andy Grote, ministro dell’Interno della città-Stato, ammette che «è molto difficile tracciare la linea» e aggiunge una frase che il settimanale mette in rilievo: «L’AfD e gli islamisti radicali sono partner, entrambi prosperano sulla polarizzazione». Il rogo di Corani compiuto da un attivista danese in Svezia nel 2022, seguito da voci false, diffuse da gruppi islamisti, secondo cui le autorità svedesi incoraggiavano i roghi, è l’esempio scelto.

Il copione si è ripetuto anche in Italia nelle scorse ore. A Reggio Emilia un giovane attivista di Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci, noto sui social come Eterno, si è filmato mentre strappava e bruciava una copia del Corano in strada, nei pressi di piazza del Tricolore, e ha pubblicato il video con la didascalia «Salviamo l'Italia dall'estremismo islamico».Nel sondaggio britannico dell'Economist il 76 per cento dei musulmani vorrebbe che danneggiare deliberatamente un testo religioso fosse reato: il gesto di un ragazzo con qualche decina di migliaia di follower è esattamente il materiale che, secondo il settimanale, predicatori e algoritmi trasformano in prova che l'Europa odia i musulmani.

Le richieste ai politici moderati

L’editoriale distribuisce le responsabilità. Agli islamisti, che presentano ogni critica al loro progetto politico come un attacco all’Islam. Alla sinistra populista, La France Insoumise e i Verdi britannici, che tratta come razzista qualunque domanda su immigrazione, criminalità o islamismo. Alla destra populista, che dipinge tutti i musulmani come una minaccia, parla di «insabbiamento woke» e ha in Elon Musk il megafono più potente, dall’AfD a Tommy Robinson. I rimedi proposti da quest’ultima, scrive il giornale, sono illiberali quanto gli islamisti da cui pretende di difendere l’Europa: deportazioni di massa, segregazione e divieti di abbigliamento spaventano i musulmani, frenano l’integrazione e li consegnano agli estremisti. Il divieto totale del velo chiesto da Le Pen, già favorita per le presidenziali del 2027, spingerebbe verso di loro molti francesi semplicemente devoti.

Ai politici moderati l’Economist chiede di perseguire violenze e minacce, di rifiutare i tabù in nome della sensibilità culturale, di denunciare l’entryism con la stessa energia con cui si denuncia il pregiudizio, e di pubblicare i dati: i governi che esitano a raccogliere o diffondere statistiche lasciano un vuoto che viene riempito dall’iperbole. Il precedente invocato è quello delle ondate migratorie cattoliche, ebraiche e caraibiche, ognuna accolta da un panico morale sulla propria integrabilità e ognuna, col tempo, integrata. Ahmed Marcouch, sindaco laburista di Arnhem, riassume il rammarico che attraversa tutto questo dossier: una discussione pubblica su come trattare le idee estreme dentro le comunità musulmane sarebbe servita, «ma quel dialogo non ha mai avuto davvero una possibilità».

Karlis

Silere non possum

SOSTIENI SILERE NON POSSUM

Se questo articolo è online, è anche grazie al tuo sostegno.

Silere non possum sceglie di rendere accessibili gratuitamente gran parte delle proprie inchieste e dei propri contenuti, perché il giornalismo indipendente deve poter raggiungere tutti.

Sostenere il nostro lavoro significa permetterci di continuare a verificare, raccontare e pubblicare ciò che altri preferirebbero restasse nascosto.

SOSTIENICIABBONATI
Articoli correlati
L’atletica ha inventato un torneo per chi pensa che l’atletica duri troppo
Attualità
L’atletica ha inventato un torneo per chi pensa che l’atletica duri troppo
È morta la principessa Astrid di Norvegia, due settimane dopo suo fratello Harald V
Attualità
È morta la principessa Astrid di Norvegia, due settimane dopo suo fratello Harald V
Che cosa è rimasto del mondo senza religione immaginato dopo l’11 settembre
Attualità
Che cosa è rimasto del mondo senza religione immaginato dopo l’11 settembre