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Che cosa è rimasto del mondo senza religione immaginato dopo l’11 settembre
Attualità11 settembre 2026

Che cosa è rimasto del mondo senza religione immaginato dopo l’11 settembre

Dawkins, Harris e Hitchens pensavano che la fede fosse destinata a scomparire. Una generazione dopo, alcuni dei ragazzi cresciuti senza catechismo e senza battesimo stanno entrando nelle chiese per scelta propria.

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Immaginate un mondo senza religione. Nel 2006 questa frase stava sotto una fotografia di Manhattan, sui giornali inglesi, per pubblicizzare un documentario di Richard Dawkins, e nella fotografia c’erano le Torri Gemelle. Lo racconta lui stesso nell’Illusione di Dio, dove aggiunge che il titolo del programma, La causa di tutti i mali?, non gli piaceva, «perché la religione non è la causa di tutti i mali», mentre la foto gli era piaciuta «molto». Vale la pena tenere a mente quella pagina ogni volta che si torna a parlare di quei libri, perché dice da dove sono nati.

Il passo prosegue così: «Immaginiamo, con John Lennon, un mondo senza religione. Immaginiamo un mondo senza attentatori suicidi, senza 11 settembre, senza 11 marzo, senza 7 luglio. Immaginiamo un mondo senza crociate, cacce alle streghe, congiure delle Polveri, spartizioni dell’India». L’elenco continua per mezza pagina, ma il primo nome è quello di Manhattan, e tutto il resto viene messo in fila a partire da lì.

Sam Harris aveva cominciato prima ancora. Racconta di aver iniziato a scrivere La fine della fede il 12 settembre 2001, e il libro si apre con un ragazzo che sale su un autobus con un cappotto addosso, una bomba sotto il cappotto, chiodi e veleno per topi nelle tasche. Accanto a lui una coppia sfoglia un dépliant di frigoriferi; lei ne ha scelto uno, lui teme che costi troppo. Il ragazzo preme un bottone. Harris chiede: «Perché è così facile, allora, così banalmente facile, tanto da scommetterci la vita, indovinare la religione del giovane?». La colpa, nel suo ragionamento, risale fino a chi va a messa la domenica e non farebbe male a nessuno: «I moderati religiosi sono, in larga parte, responsabili del conflitto religioso nel nostro mondo, perché le loro credenze forniscono il contesto in cui il letteralismo scritturale e la violenza religiosa non possono mai essere adeguatamente contrastati». In fondo al volume c’è anche la data di scadenza: «I giorni delle nostre identità religiose sono chiaramente contati».

Christopher Hitchens, una settimana prima delle Torri, era su un palco con Dennis Prager, conduttore radiofonico e credente, che gli pose una domanda secca: sei in una città che non conosci, viene sera, ti vengono incontro degli uomini appena usciti da una riunione di preghiera; ti senti più al sicuro o meno? Hitchens rispose con sei città che cominciano per B: Belfast, Beirut, Bombay, Belgrado, Betlemme, Baghdad. Dopo l’11 settembre tornò sull’episodio per iscritto: «Ora avete la vostra risposta. I diciannove assassini suicidi di New York, Washington e Pennsylvania erano senza alcun dubbio i credenti più sinceri su quegli aerei». Dio non è grande ha per sottotitolo Come la religione avvelena ogni cosa e termina con il tono di chi considera chiusa la partita: «La religione ha esaurito le sue giustificazioni. Grazie al telescopio e al microscopio, non offre più una spiegazione di nulla che sia importante».

Venticinque anni dopo, il dato che più contraddice quelle pagine sta in un registro di sacrestia. A Pasqua, in Francia, hanno ricevuto il battesimo 21.386 persone tra adulti e adolescenti. Gli adulti erano 4.124 dieci anni fa e sono stati 13.234 quest’anno; quasi la metà ha tra i 18 e i 25 anni, quindi è nata tra il 2001 e il 2008, negli stessi anni in cui uscivano La fine della fede, L’illusione di Dio e Dio non è grande. Il vescovo di Pontoise ha detto di questi ragazzi che «sono neutri, come i loro genitori hanno voluto: non battezzati, non orientati. È dunque una scelta totalmente libera la loro».

La neutralità era esattamente quello che Dawkins domandava, e lo ripete più volte nel libro, con l’insistenza di chi è sicuro di avere ragione: «Non esiste il bambino cristiano; esiste solo il figlio di genitori cristiani. Cercate di ficcarvelo in testa». Nella prefazione aveva messo per iscritto anche il suo auspicio: «Se questo libro avrà l’effetto da me auspicato, i lettori religiosi che lo apriranno saranno atei quando lo chiuderanno». Una generazione di genitori francesi lo ha accontentato sulla prima richiesta, crescendo figli senza catechismo né battesimo. Sulla seconda i figli hanno deciso per conto loro, a vent’anni, e una parte di essi ha chiesto di entrare nella Chiesa che i genitori avevano lasciato fuori dalla porta.

David Bentley Hart, teologo ortodosso americano, nel 2009 rispose a Dawkins, Harris e Hitchens con Atheist Delusions, un libro che non risparmia nessuno. De La fine della fede scrive che «non è un libro serio, soltanto un libro presuntuoso, e merita appena un commento sommario». Ai nuovi atei rimprovera di non avere «quella grave curiosità e quel presentimento che caratterizzarono il pensiero dei grandi non credenti delle generazioni precedenti, mentre si sforzavano di considerare quali possibilità potesse riservare il futuro dopo il declino del cristianesimo». Sull’11 settembre la sua osservazione è che «la religione e l’irreligione sono variabili culturali, ma uccidere è una costante umana».

Anche Hart, però, si è sbagliato su un punto, e mi colpisce che sia proprio l’ultimo del libro: «Non prevedo, in ogni caso, una ripresa nelle circostanze attuali, e al momento non riesco a immaginare come quelle circostanze potrebbero cambiare». Una notte di Pasqua a Parigi, sedici anni più tardi, non era nei calcoli di nessuno, né di chi annunciava la fine della fede né di chi dava per conclusa la storia della cristianità. Questo dovrebbe consigliare prudenza anche a chi, sul fronte opposto, avrebbe voglia di festeggiare: ventunmila battesimi in un Paese di sessantotto milioni di abitanti restano una notizia da osservare per anni prima di poterla chiamare ritorno.

Nella stessa pagina finale Hart ricorda che i monaci nacquero nel deserto d’Egitto proprio quando la Chiesa cominciava a comandare, e scrive che «ora una gran parte della cultura occidentale minaccia di diventare qualcosa come un deserto per i credenti». Quel deserto corrisponde abbastanza bene al mondo che Dawkins aveva chiesto, senza etichette e senza preghiere imparate a memoria. Dentro ci sono cresciuti ragazzi che l’11 settembre lo hanno studiato a scuola come una data, e alcuni di loro ne sono usciti presentandosi in parrocchia a chiedere il battesimo.

Il manifesto di Channel Four è ancora in rete: Manhattan con le Torri e, sotto, l’invito a immaginare un mondo senza religione. Oggi quella fotografia mostra uno skyline che non esiste più accanto a una previsione che non si è avverata. Il mondo senza religione, almeno in Europa e almeno per una generazione, è stato tentato; la pace promessa dal cartello non è arrivata, e nel frattempo dei ventenni cresciuti senza fede hanno cominciato a chiederla. Dawkins aveva scelto quella foto con cura. È probabile che non abbia mai notato quanto la sua immagine e la sua profezia siano finite nello stesso modo.

d.V.M.

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