Rimini - Delle circa duemilaottocento parole che don Luigi Giussani pronunciò a Milano la mattina del 18 giugno 1972, davanti ai responsabili della Scuola Quadri, i diecimila iscritti lombardi alla Fraternità di Comunione e Liberazione radunati a Rimini dal 10 al 12 aprile ne hanno ascoltate circa millecento. Le altre, poco più di milleseicento, sei su dieci, sono rimaste fuori dall'audio che Davide Prosperi ha fatto ascoltare in sala durante l'assemblea, presentandolo come inedito. Un taglia e cuci che “il piccolo chimico” – così lo hanno ribattezzato i ciellini – ha fatto con particolare astuzia. Il testo integrale oggi si può leggere: Rizzoli lo ha appena pubblicato nel volume «Il centro della vita», capitolo sesto, pagine 166-175. Basta accostare le due versioni per vedere che cosa manca. E ciò che manca non è stato scelto a caso.
Gli Esercizi di quest'anno avevano per titolo «E voi chi dite che io sia?» e sono stati predicati da don Emmanuele Silanos in due turni: il primo per la Lombardia, il secondo, dal 17 al 19 aprile, per il resto d'Italia. Nell'assemblea del primo turno Prosperi ha risposto a una domanda sul «seguire», una domanda che in realtà non gli è stata posta da nessuno ma se l’era preparata appositamente.
Il ragionamento è quello che i ciellini sentono ripetere da mesi, dopo la richiesta di ridire «Sì, ci sono» uscita dall'Assemblea responsabili di gennaio e dopo le settimane del referendum. La libertà, ha detto il presidente, non consiste nella capacità di scegliere ma nell'affermazione di un'appartenenza. Chi rivendica uno spazio di autonomia non è padrone di sé: appartiene «all'ambiente in cui ci troviamo, ai social che frequentiamo, ai giornalisti a cui ci riferiamo, al piccolo gruppo di amici che oggi ha più influenza su di noi, insomma al potere di turno». E poiché la comunione «è un organismo vivo», essa «non può non appoggiarsi in ultima istanza a un riferimento, a una funzione di autorità, che oggi è realizzata dalla tal persona, domani da un'altra».

La persona in questione, naturalmente, è Davide Prosperi che, dopo aver assaltato il Papa a Rimini, sta ora cercando in ogni modo di servirsi della sua figura per legittimare sé stesso e la propria leadership. Prosperi, del resto, sembra essersi convinto che Comunione e Liberazione non possa esistere senza di lui.
A quel punto Prosperi ha lasciato la parola al fondatore, ricorrendo a una delle operazioni più discutibili che porta avanti ormai da anni: provare a far dire a Giussani ciò che Giussani non ha mai detto, piegandone parole e memoria alla necessità di legittimare sé stesso. Del resto, quando a eleggerti non è stato nessuno, una qualche investitura bisogna pur cercarla altrove. E se non arriva dal presente, si può sempre tentare di farsela consegnare dal passato.
È con questa premessa che Prosperi ha introdotto un audio inedito di don Giussani: «Penso che è meglio che, più che stia io dicendo queste cose, possiamo sentirle dalla voce stessa di don Giussani». La registrazione, ha spiegato, risale «all’estate del 1972» ed è tratta da uno dei raduni della Scuola Quadri: «un’anticipazione del terzo volume che dopo l’estate riprenderemo».
Tredici minuti. Nel libretto degli Esercizi il testo di quell'audio non è stato riportato; una nota rimanda al capitolo sesto del libro allora ancora in preparazione. Ora il libro c'è.
La lezione del 18 giugno 1972 ha un titolo, «Dare credito a Cristo come presenza», e un contesto preciso: il bilancio di un anno di Scuola Quadri, a tre anni dalla crisi del Sessantotto che aveva svuotato Gioventù Studentesca. Giussani parla a chi ha responsabilità nel movimento nascente, non a chi deve essere guidato. La seconda parte, «La categoria dominante: comunione invece che individualità», è quella da cui è stato ricavato l'audio. Quello che le persone in sala hanno sentito è un Giussani che denuncia l'individualismo come radice dello «sconquasso» e della stanchezza del movimento, che chiama alla conversione, che indica come rimedio «l'arrendersi alla comunità», «l'obbedienza all'organismo comunitario», e che dà «a bruciapelo il sintomo» della comunione: «la funzione autorevole». Fin qui la voce del fondatore sembra dire quello che il presidente aveva appena detto.
Poi si guarda il libro. Il primo taglio, subito dopo l'esordio, elimina una frase innocua ma rivelatrice del metodo: «Ma adesso faccio io la scelta, perché mi pare che sia giusta». Il secondo asporta un intero paragrafo in cui Giussani spiega che il problema non è l'opinione personale ma «una ideologizzazione del discorso stesso». Il terzo, il più lungo, fa sparire tutto il paragone della famiglia: due genitori «sanamente di centro», due figli intelligenti che a scuola e in fabbrica diventano «de il manifesto», fino a convincere anche i genitori a votare per «il manifesto». Il punto di Giussani non è che i figli sbagliano; è che tra famiglia e lavoro si è aperta una dissociazione, e che «se quei due figli dell'esempio sono intelligenti, se non sono diventati politicanti e basta», devono sentirne il dolore. Segue la frase che più di tutte contraddice l'uso che ne è stato fatto in sala: l'individualismo «non si vede tanto quando sei in comunità, perché la comunità è diretta da altri, nella comunità sei più contestato, ma si vede, tanto più quanto più sei intelligente e attivo, nel mondo del lavoro o dell'università». Tagliata anche questa.

Il quarto taglio riguarda le pagine 171-173, il paragrafo che l'edizione Rizzoli intitola «La comunione, dimensione della coscienza di sé». Giussani analizza la formula «lavorare insieme come memoria comune» e ne smonta l'equivoco. E se uno è solo in fabbrica? Se è «imprigionato da un governo di estrema sinistra» e non può vedere nessuno? La comunione, dice, dev'essere «una dimensione della propria coscienza», che vale «anche quando te seet de per ti, anche quando sei da solo». Poi la frase che nell'aula di Rimini nessuno ha sentito: il senso del movimento «non è il signorsì all'organizzazione, anche se l'organizzazione occorre». Segue l'aneddoto sulla segreteria della Scuola Quadri arrabbiata per le iscrizioni in ritardo, e la chiusa: «Allora diventa bellissima anche l'organizzazione, se c'è il cuore, se nasce dal cuore; è come una poesia». Via anche il passo in cui Giussani avverte che si può usare «la memoria comune» come criterio «in modo intellettualistico», secondo «la più pura teologia del movimento» ma non secondo «la verità del movimento».
C'è infine la coda, pagine 174-175. Sono le quattrocento parole in cui Giussani, dopo aver chiesto la «fatica sincera e cordiale del rapporto con la funzione autorevole», precisa che cosa intende: «Badate, per favore, che questo è il contrario dell'infantilismo o del greggismo o dell'organizzativismo di chi non fa niente senza dirlo, senza doverlo prima dire». E ancora: «Uno, anche il più pidocchioso tra noi, può essere benissimo la funzione autorevole». E poi: «Non sto giudicando, nel senso di accusando, neanche lontanissimamente». E infine, a chiudere: «Ci possono essere senz'altro funzioni autorevoli che concepiscono la cosa schematicamente e rigidamente; dobbiamo aiutarci a viverla noi in un modo non schematico». Il soggetto della presenza nel mondo «è la nostra unità, non tu. Se sei da solo, quando sei da solo, in te porti la responsabilità di tutti noi».
Messi in fila, i tagli disegnano un criterio. Restano le frasi sull'obbedienza, la conversione, la funzione autorevole come sintomo. Vengono rimossi i passaggi in cui la comunione è affidata alla coscienza del singolo, in cui l'intelligenza e l'attività personale sono un valore e non un sospetto, in cui il capo può essere pidocchioso e schematico, in cui il «signorsì» viene chiamato con il suo nome.Prosperi, nella cabina di regia e con le cuffie indosso, ha lavorato con precisione: il paragone della famiglia, che avrebbe distolto l'attenzione, è saltato per intero; il resto è stato asportato frase per frase, lasciando intatte le giunture, così che chi ascoltava non potesse accorgersi di nulla. Un montaggio del genere si fa per far dire a un morto ciò che serve a un vivo.
Giussani aveva previsto anche questo. Nel suo testamento, letto agli Esercizi della Fraternità del 2005, scrisse: «Raccomando in modo particolare la massima discrezione e prudenza nell'uso dei miei interventi su supporti audio e video, per salvaguardare le quali sarà bene utilizzare i criteri normalmente usati da me». Il criterio usato da lui, in quella mattina del 1972, era esporre il proprio pensiero per intero, compresa la parte scomoda per chi comanda.
Terminato l'ascolto, Prosperi ha ripreso la parola per trarne la lezione: chi ha conosciuto Giussani, ha detto, «è disposto anche a sacrificare la propria indole e la propria opinione per aderire», naturalmente «non ottusamente, come pecoroni», all'ipotesi che viene dalla comunione. E ha bollato «una concezione più blanda, più addomesticata del movimento», che lo ridurrebbe a «uno spazio di manovra», a «un contenitore» in cui ciascuno si muove «a partire da una propria interpretazione degli insegnamenti di don Giussani». «No, il movimento è una cosa sola.» Tra quello che il “piccolo chimico” ha pronunciato in sala e quello che il libretto degli Esercizi stampa ci sono differenze che meritano un approfondimento a parte, e Silere non possum lo pubblicherà nelle prossime ore. Per il secondo turno degli Esercizi, quello nazionale, diverse persone presenti riferiscono che l'audio non è stato riproposto.
Prosperi, biochimico, guida il movimento dal novembre 2021 per imposizione del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita. Il 21 maggio scorso Leone XIV, ricevendo i moderatori dei movimenti ecclesiali, ha ricordato la necessità di elezioni libere e di un ricambio nei governi delle aggregazioni laicali. Il 21 marzo, parlando ai Focolari, aveva distinto ciò che di un carisma è essenziale dalle sue determinazioni storiche, soggette a cambiamento. Un audio del 1972 tagliato del 60% per sostenere l'autorità di chi lo fa ascoltare è una determinazione storica, non l'essenza di un carisma.
d.A.B.
Silere non possum
Il testo di base è quello pubblicato in L. Giussani, Il centro della vita, Rizzoli 2026, capitolo sesto («Dare credito a Cristo come presenza», lezione del 18 giugno 1972, Milano), pp. 166-175. I titoletti in corsivo sono dell’edizione a stampa. Il confronto è con la registrazione dell’audio proposto da Davide Prosperi durante il primo turno degli Esercizi spirituali della Fraternità di Comunione e Liberazione 2026.
Passi del testo di Giussani assenti dall’audio fatto ascoltare agli Esercizi
Parole presenti nell’audio ma assenti dal testo a stampa
[p. 166] La seconda categoria morale per la nostra contrizione, suggerita immediatamente dalla prima dell’ingenerosità, è la categoria della «individualità», della individualità come opposta a «comunità», diciamo l’individualismo come opposto alla comunione. I letterati o i filosofi mi suggeriranno la scelta chiara tra questi termini. Ma adesso faccio io la scelta, perché mi pare che sia giusta: l’individualità come opposta alla comunione, l’individualismo come l’opposto della comunione, come categoria apertamente, coscientemente, o surrettiziamente determinante. E allora c’è il marasma aperto, esplicito, oppure surrettizio, senza che uno se ne accorga, ma determinante.
L’individualità invece che la comunione come categoria determinante, il fatto dell’io invece che il Fatto cristiano come determinante – è lo stesso, mi pare che sia chiaro –.
Mentre prima dalle categorie di principio eravamo arrivati al suggerimento di una categoria morale di contrizione – l’ingenerosità –, adesso dall’ingenerosità siamo richiamati al fatto che, forse, la categoria cattiva di comportamento sta in questo: che siamo ancora individualisti, per cui la nostra “propria” vita vale di più della vita che è Cristo. È questa la radice d’uno sconquasso nell’uso del nostro discorso, nella concezione e nell’uso del nostro discorso. Mi spiego. Lo sconquasso, i conti che non tornano, e perciò il disagio in cui magari chi ha funzione autorevole si trova di fronte a persone e a iniziative, con grave risentimento delle sopraddette persone e iniziative, le quali si sentono vittime – poverine – di incomprensione; oppure le dislocazioni, la frammentarietà nel nostro modo di procedere, per cui quello che tu fai non viene utilizzato bene dagli altri, o non può essere [p. 167] utilizzato bene dagli altri; insomma, la stanchezza – quello che ho detto in principio –, la lentezza eccessiva nella nostra storia dipende da questo “disastro”, nel senso etimologico della parola, da questa dissociazione, da questa dispersione, da questa distrazione, per cui uno tira in qui e l’altro tira in là, impedendo che le cose, per loro natura, siano coordinate nell’unica compagine di cui parla san Paolo nella Lettera agli Efesini, primi tre capitoli. Le cose che facciamo prendono sì lo spunto dal discorso e intendono dare l’apporto al discorso, ma di fatto lentamente distraggono, così che tutto resta un po’ frammentario, non potente, perciò non incidente culturalmente sul mondo e non incidente come edificazione di strutture nuove nel mondo.
Tutto questo dipende dal fatto che nel nostro discorso, nel nostro modo di concepire e nel nostro modo di impostare le cose subentra, poco o tanto, una ideologizzazione del discorso stesso, una traduzione ideologica della fede, che ha la sua radice, come ogni ideologia, in un comportamento morale, pratico, vale a dire nel nostro individualismo. Capite il nesso ingenerosità-individualismo -amor proprio? E capite il nesso individualismo-discorso in cui la categoria fondamentale non è la comunione ma è l’individualità, non è il fatto di Cristo ma il fatto del mio io?
È importante questa riassunzione di ciò che la Scuola Quadri di quest'anno ci ha insegnato. Vi faccio un paragone per esprimere il mio pensiero su questo secondo punto del nostro riepilogo di stamattina. Il primo era una lettura del metodo, della dinamica, questo invece vuol essere una lettura del fondo della questione, della categoria di fondo della nostra esperienza e quindi del nostro discorso e del nostro modo di fare le cose. Supponete che ci sia una buona famiglia, una brava famiglia: papà e mamma vanno molto [p. 168] d’accordo coi loro figli, vanno d’amore e d’accordo tra loro, sono in comunione. I figli diventano grandi, sono intelligenti, vivaci, proprio perché il tipo di educazione ha permesso questa libertà di immaginazione e questa libertà di comportamento, ha valorizzato la loro personalità. Vanno a scuola al Liceo Berchet e poi si iscrivono all’Università Cattolica, poniamo, oppure a Scienze, a Medicina o in un’altra facoltà, scegliete voi quella che volete: sono esempi. Anzi, facciamo, per essere completi, che uno dei figli vada a lavorare in fabbrica, alla Bracco, e venga cooptato tra i sindacalisti. Questi ragazzi, che sono intelligenti, sviluppano una loro attività mondana e culturale. Il papà e la mamma, che sono “sanamente di centro”, che hanno una certa mentalità sana, viva e per nulla affatto codina – tanto è vero che i figli li stimano molto –, è come se si sentissero di un altro mondo rispetto ai loro figli. E quando questi vanno a casa la sera, loro imparano dai propri figli, che sono diventati de «il manifesto», tutti e due, finché anche i genitori votano «il manifesto».
Soltanto che tra di noi non può essere così, capite? Il paragone è questo: è come se il lavoro non c’entrasse più con la famiglia; quei giovani darebbero la vita per la famiglia, per i loro genitori, sono proprio una cosa sola con i genitori, ci tengono moltissimo alla comunione familiare, ma il lavoro è un’altra cosa. Il lavoro trova le sue ragioni e i suoi criteri di concezione e di metodo altrove, nel mondo del lavoro e in università.
Ora, per quanto riguarda il rapporto vostro con la vostra famiglia, nella misura in cui la vostra famiglia – scusatemi, [p. 169] dico così per essere breve – non fosse affiatata con il discorso del movimento, questa divisione sarebbe naturale. Ma se voi siete intelligenti, se quei due figli dell’esempio sono intelligenti, se non sono diventati politicanti e basta, se non sono del tutto corrotti, debbono sentire il dolore di questa dissociazione. Anche se i genitori sono tutti entusiasti di loro e votano anche loro «il manifesto», però quei due figli devono sentire il dolore che i loro genitori non stiano davvero capendo, e questo è il dolore della divisione che esiste tra qualunque uomo di questo mondo, tra moglie e marito, tra figli e genitori, con chiunque, se e nella misura in cui non è la fede nel fatto cristiano che vive tra di loro.
Ora, alla famiglia sostituite la comunità, al lavoro sostituite il sindacato, il seminario, il gruppo di studio, la presenza in università o nel mondo del lavoro o nel liceo o nell’iniziativa caritativa: se il criterio, se la categoria di fondo, senza che tu te ne accorga, è l’individualità invece che la comunione, questo non si vede tanto quando sei in comunità, perché la comunità è diretta da altri, nella comunità sei più contestato, ma si vede – tanto più quanto più sei intelligente e attivo – nel mondo del lavoro o dell’università, nella tua iniziativa per la Calabria o nella tua iniziativa a Romano Banco, nella tua iniziativa caritativa o nel tuo seminario, nel tuo gruppo di studio o nella tua attività di sindacato.
Allora qual è il rimedio? O, meglio, lasciamo andare il rimedio, come ovviare a questo pericolo? È chiaro, si ovvia a questo pericolo attraverso il cammino di conversione della categoria dell’individualità, o della categoria dell’io come fondamentale, che si trasformi, nella categoria della comunione o nella categoria del fatto cristiano come fondamentale, generatrice della concezione e del metodo, dell’immagine e del comportamento.
[p. 170] Come viene assicurata questa conversione? È stato detto quest’anno, parlando del momento brutto della nostra storia, quello della contestazione, che abbiamo in noi una tendenza, una forza che ci spinge all’affermazione della categoria della individualità e della nostra vita personale come la categoria suprema, sopra l’altra: è il peccato originale. Che cosa assicura che il nostro cammino (attraverso gomitate a sinistra e a destra, attraverso giravolte, capitomboli, ruote all’aria, strisciamenti di trenta metri sull’asfalto, come tanti di noi sanno oramai fare disinvoltamente, attraverso scontri, attraverso momenti oscuri, attraverso la fatica dell’obbedienza, proprio come fatica), che cosa assicura che la nostra storia vada avanti e che perciò si realizzi la conversione di quella categoria da cui dipende la nostra cultura e da cui dipende la nostra edificazione sociale nel mondo? Che cosa assicura che quella categoria si trasformi? Che cosa assicura questa conversione? Ciò che assicura questa conversione è innanzitutto “la conversione”, e non è un circolo vizioso. Lasciamo andare la conversione: è l’arrendersi alla comunità. Dico una parola più chiara: è veramente lo stare nell’organismo comunitario, è l’obbedienza all’organismo comunitario. Ho detto: che cosa assicura la strada? E perciò ho indicato un mezzo – la comunità –, che, così com’è, è effimero, pieno di difetti, per nulla affatto perfetto. Ma se tu – o nella misura in cui tu – tendi a sentire e a concepire e a fare prescindendo dalla comunità, per cui vai a tutti i raduni, ma non sono quei raduni a diventare l’origine del tuo atteggiamento nell’intrapresa e nell’avventura che è propria della tua vocazione, allora la realtà della comunità, come la realtà di quella famiglia nel paragone che ho fatto, non diventa l’ispirazione, la base del lavoro che si fa, che si vive. [p. 171] Insomma, si partecipa alla comunità senza che il proprio lavoro nasca da lì.
La comunione, dimensione della coscienza di séIn un raduno che è stato fatto in questi giorni, è stato descritto in modo molto giusto, con una formula perfetta, il metodo da seguire per esempio in un lavoro di gruppo di studio o di seminario, ma questo vale come paragone anche per un gruppo di studio sui sindacati, oppure per il lavoro che uno fa dovunque: il metodo è «lavorare insieme come memoria comune». In questo momento – spero di riuscire a essere chiaro – vorrei analizzare l’equivoco a cui si può piegare questa frase giustissima.
Faccio soltanto dei paragoni. «Lavorare insieme»: e se uno è lì da solo? Se uno è solo in una fabbrica? Capite che «lavorare insieme», se uno è solo in una fabbrica, non può avvenire se la comunità non è una dimensione della propria coscienza, della coscienza di se stessi. Io sono lì in fabbrica e devo decidere una cosa, allora dico: «La comunione, la mia vita di comunione che cosa mi direbbe in questo caso? Che cosa mi dirà se faccio così?». Anche se non potrò mai vederli e confrontarmi con loro, perché sono imprigionato, per esempio, da un governo di estrema sinistra salito al potere con la connivenza della superficialità cattolica, io son lì e mi dico: «Come giudicherebbe la comunione, la comunità?». La comunione, la comunità, non in astratto, ma proprio quella gente lì, così come sono, con cui mi son messo e ho camminato, mi direbbe: «Questo è giusto». «La Scuola di Comunione che ho sentito, l’Agape che ho sentito, la [p. 172] Scuola Quadri cui ho partecipato, la predica che ho sentito, la lettura che ho fatto, il libretto giallo, il Litterae Communionis che cosa mi direbbero?»
Se non è dimensione della coscienza così, che può accadere anche quando te seet de per ti, anche quando sei da solo, allora il «lavorare insieme» non è ancora applicare il nostro metodo. È chiaro? Infatti abbiamo avuto la ferita, la bruciatura solenne di sentire il Pigi, tornato dopo tantissimo tempo, che ha sentito noi tutti veramente molto al di sotto di quello che lui sentiva, come senso del movimento. Perché il senso del movimento vuol dir questo, è l’espressione contingente e banale di quello che sto dicendo, non è il «signorsì» all’organizzazione, anche se l’organizzazione occorre, come avete visto stamattina: non avendo dato, tantissimi di voi, l’iscrizione alla Scuola Quadri a suo tempo, avete fatto arrabbiare la segreteria contro di me che permettevo sempre di entrare lungo tutto il mese scorso, e quindi fegato “smangiato” e inimicizie protratte, finché stamattina le persone puntuali e per bene hanno aspettato tre quanti d’ora, tra parentesi. Il movimento ha bisogno anche di questo, perché la vita è una ed è così. Allora diventa bellissima anche l’organizzazione, se c’è il cuore, se nasce dal cuore; è come una poesia.
«Lavorare insieme come memoria comune», continuava la formula. È chiaro che con «memoria» si intende «Cristo».
Qui vedete dove può “cascare l’asino”: la «memoria comune» è il fatto di Cristo e della Chiesa. Ma capisci che tu puoi lavorare insieme prendendo come criterio e categoria la memoria comune in modo intellettualistico, attraverso una percezione e un’analisi del fatto di Cristo o del fatto della Chiesa che sono secondo la più pura teologia del movimento, ma non sono secondo la verità del movimento. Capirete meglio questo quando dirò quale sia il suo contrario, quale sia la posizione giusta.
[p. 173] È intellettualistico tutto ciò che nasce dalla categoria ultima dell’individualità o dell’io in primo piano, perché l’intellettualismo non è che il tentativo di rigenerare il mondo a propria immagine e somiglianza, e perciò di creare un gruppo di sindacalisti a propria immagine e somiglianza, di fare una certa azione nelle fabbriche a propria immagine e somiglianza, di fare un gruppo di studio o un seminario all’università a propria immagine e somiglianza, di fare un’iniziativa in un quartiere di Milano a propria immagine e somiglianza. Ma allora a somiglianza di chi deve essere? Tu cosa sei? «Non sono più io, ma è Cristo che vive in me»! E io, che sono battezzato, non sono più diviso da te: siamo una cosa sola. «Voi tutti che siete battezzati in Cristo non siete più né uomo né donna, né Giudeo né Greco...» eccetera, ma siete «un sol uomo».
Dov’è questo «sol uomo» nel tuo liceo? Dov’è questo «sol uomo» nell’Università Cattolica? Dov’è questo «sol uomo» nella tua fabbrica? La comunione nella sua interezza. E vi do subito a bruciapelo il sintomo: la funzione autorevole.
Il rapporto con la funzione autorevoleCiò che per sua natura tende a nascere a prescindere dalla funzione autorevole o tende a implicare la funzione autorevole come quei due ragazzi implicavano i loro genitori nella votazione per «il manifesto», oppure ancora tende a implicare la funzione autorevole come il permesso da avere e non come ciò che garantisce e assicura che il nostro gesto nasca come comunione (avendo come categoria fondamentale la comunione della fede, la comunione in Cristo, perciò il mi[p. 174] stero di Cristo, sia pure nella traduzione fragile e piena di oscurità nostra), proprio questo è ciò che manda alla malora. “Mandare alla malora”, per noi che siamo pieni della grazia del Signore, vuol dire perdere il tempo: «Renderete conto di ogni parola oziosa»? Dobbiamo aiutarci allora a far rendere dieci quello che può rendere dieci e a non farlo rimanere a due per il nostro gusto, uso e consumo, ingenerosità e individualità di metodo, di concezione di metodo!
Leggo un’altra frase perché è perfetta come lettura esatta della forma che ho citato prima: «Le linee di un discorso comune non sono avulse o non sono un "ulteriore" rispetto alla vita che già [già!] stiamo vivendo». Vale a dire: la vita che già stiamo vivendo è il punto di partenza da cui tirar fuori le linee con cui ci proiettiamo nel futuro, tentiamo il futuro, facciamo l’avventura del futuro, rischiamo la costruzione nuova.
E il «già» che stiamo vivendo non può non connotare la totalità della nostra comunione, della comunità che c’è.
Questa unità non è vera se non arriva – in tutta la storia del movimento lo abbiamo notato, questa è proprio la cartina al tornasole, la prova del nove – fino a quella terribile condizione: la fatica, la ferita, la fatica sincera e cordiale del rapporto con la funzione autorevole, del concepirmi una cosa sola con l’autorità. Badate, per favore, che questo è il contrario dell’infantilismo o del greggismo o dell’organizzativismo di chi non fa niente senza dirlo, senza doverlo prima dire. Perché uno, anche il più pidocchioso tra noi, può essere benissimo la funzione autorevole, ed è sempre una dimensione di attenzione che è richiesta: anche se magari questa comunione con lui, con il pidocchioso che ha funzione autorevole, sembra – o davvero fa – diminuire o rallentare il nostro impeto, [p. 175] in ultima istanza la comunità, la presenza della comunità fiorisce e scoppia molto di più, e incide sul mondo molto di più, magari due anni dopo, se si mantiene l’unità anche a costo di sentirsi morire, piuttosto che non mantenerla. Non sto giudicando – nel senso di “accusando” – neanche lontanissimamente; sto indicando con passione l’apertura della conversione che dobbiamo darci, cui dobbiamo aiutarci a qualunque costo.
Capite? «Questo io faccio, lasciando continuamente alle spalle ciò che è passato, io mi protendo nel futuro», capitolo terzo della Lettera ai Filippesi.
Ragazzi, dobbiamo aiutarci ad andare sempre più al fondo di questo. Ci possono essere senz’altro funzioni autorevoli che concepiscono la cosa schematicamente e rigidamente; dobbiamo aiutarci a viverla noi in un modo non schematico. Ma io non sto parlando di questo, sto parlando del coinvolgimento reale per l’unità: il soggetto adeguato della nostra presenza nell’università o nel mondo del lavoro è la nostra unità, non tu. Se sei da solo, quando sei da solo, in te porti la responsabilità di tutti noi, siamo tutti noi che rispondiamo in te e siamo tutti noi che alimentiamo te.



