Uno dei malintesi più persistenti nella vita della Chiesa consiste nel ridurre la fede a una struttura che orienta dall’alto ogni decisione. Non solo sul piano morale o spirituale, ma anche su quello culturale, sociale e politico: cosa dire, come esporsi, da che parte stare, perfino chi votare. Ma è un’impostazione estranea al cristianesimo. Eppure, la compagnia ecclesiale non è chiamata a occupare il posto della libertà personale. È chiamata a destarla, sostenerla, educarla. Quando questo non accade, la fede smette di maturare come esperienza e si riduce a conformismo.

Nella prefazione a Certi di alcune grandi cose, don Julian Carrón sintetizza il metodo educativo di Giussani in una formula decisiva: accompagnare l’interlocutore, “mai di sostituirsi alla sua libertà”. Non è una sciocchezza ma si tratta di una linea di demarcazione molto chiara. Se la Chiesa, il padre spirituale o addirittura il movimento si sostituiscono alla libertà del fedele, il cristianesimo viene tradito proprio nel suo punto più delicato: la verifica personale della convenienza della fede dentro le circostanze concrete della vita. Per questo, scrive don Carrón, la fede deve essere “giocata nella realtà” e non lasciata allo stato astratto, intenzionale, ideologico.

Lo stesso criterio riappare in La bellezza disarmata, dove il sacerdote spagnolo ricorda un passaggio capitale del pensiero di don Giussani: Cristo non è venuto “per sostituirsi al lavoro umano, all’umana libertà o per eliminare l’umana prova”. È venuto a richiamare l’uomo al fondo delle questioni, a rimetterlo nella posizione giusta per affrontarle. Questo significa che il cristianesimo non elimina la responsabilità personale, non la aggira e non la alleggerisce con un prontuario. Non dice al fedele: smetti di giudicare, ti diremo noi cosa fare. Al contrario, gli restituisce il compito del giudizio.

Qui si capisce anche il senso corretto del movimento. Giussani non lo descrive come una macchina che produce obbedienze automatiche, ma come una provocazione metodologica, una compagnia che sostiene la posizione personale. Quando questa compagnia è vissuta bene, non soffoca l’io; lo aiuta a maturare. Quando invece interviene a gamba testa nella coscienza del singolo non produce l’uomo, non genera libertà. Perfino la “sequela”, per Giussani, non è esecuzione meccanica, ma paragone tra la propria vita e ciò che si è incontrato, tra i propri interessi reali e una presenza che chiede di essere verificata. Per questo non abbiamo bisogno che il movimento o la Chiesa ci dicano chi votare. Abbiamo bisogno, piuttosto, di una educazione capace di renderci adulti nel giudizio. Giussani formula questo pensiero in modo tagliente: “nelle scelte, il problema non è la scelta, ma è guardare il valore, cioè una presenza, altrimenti la scelta risulta moralistica e sentimentale”.

Ed è una frase che, diremmo, smonta il clericalismo. Purtroppo, però, oggi non è il clero che tenta di fare questo – Ruini a parte – ma sono alcuni laici che giocano, appunto a fare i preti. Persone che vogliono sostituire il travaglio del giudizio con la consegna della linea. Ma una scelta politica ricevuta per delega può forse garantire disciplina; non garantisce verità, e nemmeno libertà.

Essere liberi, allora, non significa fare quello che si vuole nel senso superficiale del termine. Ma non significa neppure eseguire ciò che un’autorità comanda. Don Carrón insiste sul fatto che la libertà nasce come esperienza: ci sentiamo liberi quando vediamo soddisfatto un desiderio. In Abitare il nostro tempo lo spiega molto bene: uno fa esperienza di libertà quando incontra una pienezza capace di compiere il desiderio e di sottrarlo al ricatto del potere. Senza questa esperienza di corrispondenza, l’uomo resta sempre tentato di sottomettersi a qualcuno in cambio di sicurezza, di semplificazione, di qualche “briciola” che lo tranquillizzi.

Il potere, sia in forma laicista sia in forma clericale, cerca sempre di convincerci che staremmo meglio rinunciando alla nostra libertà, spiega il sacerdote. Il messaggio è sempre quello: lascia perdere il rischio del vivere, lascia giudicare altri, evita l’errore, adeguati. In questa prospettiva, la richiesta ecclesiale di dire ai fedeli cosa pensare, cosa dire e chi votare non è affatto zelo pastorale; è una deformazione della fede. Perché la fede cristiana, se è vera, non ha bisogno di espropriare la libertà. Ha bisogno di destarla. Charles Taylor, proprio nel libro-dialogo con Carrón e Rowan Williams, lo dice senza ambiguità: la fede non ha alcun senso se non viene dal profondo della persona. E Williams ricordava che la libertà non coincide con la molteplicità delle scelte, ma con il rapporto al fine ultimo, all’incontro con la verità e con la realtà. Dunque la libertà cristiana non è né arbitrio né obbedienza cieca. È adesione personale a ciò che appare vero e buono, dentro una relazione che non umilia l’io ma lo compie.

Del resto, solo la testimonianza della verità raggiunge il cuore dell’uomo. La Chiesa, proprio quando è fedele alla sua verità più profonda, rinuncia a ogni forma di potere sostitutivo sulle coscienze. Non entra nei cuori per occupazione, ma per attrazione. Non per costrizione, ma per testimonianza. Perciò il problema non è scegliere fra una Chiesa che comanda tutto e un individualismo spirituale in cui ciascuno si inventa il cristianesimo da sé. La questione vera è un’altra: se la Chiesa genera uomini liberi oppure sudditi religiosi. Don Giussani ci direbbe che la compagnia serve, ma come richiamo, sostegno e correzione della posizione personale; non come riparo dai colpi della realtà e non come sostituto della coscienza. La fede cresce rischiandola nelle circostanze, non nascondendosi dietro formule giuste o appartenenze rassicuranti.

Un fedele, allora, non è “infedele” o “promotore di disunità” quando rifiuta che qualcuno gli imponga chi votare o cosa dire. Può essere, al contrario, più seriamente ecclesiale, perché prende sul serio il metodo cristiano: lasciarsi educare, sì; lasciarsi espropriare, no. La libertà, in questa prospettiva, non è il diritto di fare qualunque cosa, ma la capacità di aderire al vero riconosciuto come bene. È il contrario della passività. È il contrario della militanza cieca. È il contrario del clericalismo. Ed è proprio per questo che resta il punto più scomodo e più decisivo del cristianesimo.

s.I.G.
Silere non possum

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