Roma - L'Italia è un'eccezione nel panorama mondiale della Chiesa cattolica. Duecentoventisei diocesi per un Paese che si scristianizza: una geografia ecclesiastica medievale che resiste al cambiamento più per inerzia che per reale tenuta. I cattolici diminuiscono, ma la mentalità di chi resta no - e sembra non accorgersi che mancano sempre più vocazioni, sempre più preti, e a maggior ragione vescovi. La mappa ha cominciato ad assottigliarsi, sede dopo sede, da quando si è smesso di rimpiazzare i vescovi che rinunciavano e si è iniziato a unire le diocesi in persona episcopi.

In molti, e a ragione, lamentano un carico pastorale che cresce senza che si riesca a farvi fronte: i preti con le parrocchie, i vescovi con le diocesi. Ma ciò che deve cambiare, prima dei numeri, è proprio la mentalità. Altrimenti ci ritroveremo con sacerdoti che reggono dieci parrocchie applicando lo stesso schema mentale di chi ne aveva una sola, e con vescovi che esercitano il ministero allo stesso modo in una piccola sede e in tre diocesi unite. Altrove nel mondo esistono diocesi vastissime, eppure i loro pastori non sono in burnout. Il nodo, allora, non è soltanto geografico: è il modo in cui i fedeli continuano a percepire i ministri sacri - sempre presenti, sempre pronti, sempre disponibili. Un'idea che oggi non regge più. Lo ha detto lo stesso Leone XIV, a Pavia, davanti alla tomba di Sant'Agostino: occorre tornare «all'essenziale, anche se ciò dovesse comportare la rinuncia a qualche struttura e a qualche sicurezza del passato». Un'indicazione che vale per le parrocchie come per le diocesi. È in questa contabilità minuta - fatta di nomine e, soprattutto, di "non nomine" - che si legge la traiettoria delle Chiese particolari italiane meglio che in qualsiasi documento programmatico.


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